Da qualche settimana, Eva Robin’s – attrice, pittrice – è in tournée con Le serve, un testo di Jean Genet – qui le prossime date – riadattato per l’occasione dalla regista Veronica Cruciani. Pur ispirandosi a un fatto di cronaca degli anni Trenta ed essendo stato pubblicato nel 1947, lo scritto sembra raccontare perfettamente la nostra società. Claire e Solange, le protagoniste, sono molto giovani e lavorano come domestiche nella villa della ricchissima Madame. La invidiano, la odiano, la amano. Vorrebbero distruggerla o prendere il suo posto. La idolatrano e poi uccidono l’immagine che loro stesse hanno costruito. Invidia sociale, lotta di classe e potere si mescolano in una vertigine erotica e perturbante.
Ne abbiamo parlato con Eva Robin’s, che interpreta, appunto, la Madame.
Cosa c’è di te in lei?
L’ironia. Lei è una donna molto altolocata, adotta due orfane e le fa lavorare come serve. Ha nei loro confronti uno sguardo molto ironico. La mia, però, non è un’ironia di classe. Interpreto un personaggio molto leggero, la lettura drammatica è tutta affidata alle due ragazze, alle serve, interpretate da Matilde Vigna e Beatrice Vecchione.
Le serve narra soprattutto di potere. Che rapporto hai con questa parola?
Ho un’idiosincrasia nei confronti del potere. Ho corteggiato le maestranze, ma mai il potere stesso.
Lo hai mai esercitato?
Solo nella sfera seduttiva. Sono stata una seduttrice molto consapevole del proprio potere. Quello è l’unico caso in cui l’ho esercitato.
Anche oggi?
No, oggi lascio fare tutto agli altri, ho tirato i remi in barca. (sorridiamo, ndr).
Il successo è una forma di potere, a suo modo?
Io non me lo sono mai goduto, il successo. Anche nei momenti di grande visibilità non ero a mio agio. Era una forma di stordimento, non era la mia dimensione.
Come ti sei sentita sotto l’occhio del ciclone?
È un’ebrezza adrenalinica, ma è fittizia. Scopri alcuni lati di te che sono oscuri, non è bello.
Le serve è attualissimo nel modo in cui descrive l’invidia sociale. Oggi, come ieri, abbiamo bisogno di idoli: li gonfiamo, li fagocitiamo, poi li distruggiamo. Vedi Chiara Ferragni.
Non si può rimanere sulla vetta per sempre. C’è sempre una discesa. E poi ancora, forse, una risalita.
Tu hai mai provato invidia?
Mai, neanche per la vagina.
Sei stata invidiata?
Sì, ma è un sentimento che non capisco. Ho sempre provato a smascherarlo, ma non l’ho mai compreso. Anche in tenera età, non ho mai invidiato niente e nessuno. Ho lavorato per ottenere ciò che volevo.
A questo proposito, c’è un cartello in scena che cita i Placebo e recita così: «Proteggimi da ciò che voglio». Fa paura il desiderio?
A volte scotta, è urticante. Ma è legato a ciò che manca, a ciò che non abbiamo, quindi è inevitabile. Come si fa a non desiderare?
È impossibile, temo. È un motore.
È troppo bello desiderare, a volte. In fondo, è tutto un messaggio di desiderio. Anche la pubblicità, il consumismo, cerca di farci desiderare cose impossibili. Molte persone sono capaci di uccidere per raggiungere un certo status.
Qual è stato il tuo desiderio più pericoloso?
Il sentimento, l’amore. Sono stata in pericolo quando mi sono persa per qualcheduno. Chiederei di essere protetta da quello, oppure dal consumismo, appunto. Anche da me stessa.
Da te stessa?
A volte siamo autodistruttivi.
A proposito di protezione, preghi?
Sì.
Per cosa?
Per me, per gli altri, per chi non ha fortuna. Non vado a messa, ma sono cattolica. È un rituale che mi accompagna da sempre. Sono stata allevata dalle suore e dai preti.
L’arte è una forma di preghiera?
Una forma di protezione, forse. Ho da poco organizzato una mostra a Bologna per i Teatri DiVita che si intitola proprio Fragili nascondigli per peccatori.
Dove possono nascondersi i peccatori?
Nell’arte. Nel momento dell’esubero creativo, quando una potrebbe darsi all’ozio e al peccato, io dipingo. Lo faccio per colmare un vuoto che mi porterebbe alla dannazione.
Cos’è un artistə oggi?
Un artista ha il compito di esprimere la sua arte, certo, ma anche di raccontare il processo creativo e come questo si ricollega a sé stesso, al mondo, alla società.
Esistono spazi in cui farlo oppure le artistə sono ancora un relegatə ai margini, ancora zittitə?
Un cantante ha la sua musica per esprimersi. Un pittore ha la sua tela. In molte interviste è possibile raccontarsi, anche. Meno in televisione, francamente. Lì funziona meglio il dolore, il racconto personale, quello relativo alla transizione, per esempio, nel mio caso.
Qualche anno fa hai recitato in Evə, una pièce molto importante, tratta da un testo di Jo Clifford, per la regia di Andrea Adriatico.
È la storia di Gesù, che scende sulla Terra e si reincarna in una trans. Adriatico mi aveva chiesto di interpretare questo ruolo da sola, ma non me la sono sentita e, allora, ha suddiviso la parte su più Eve, anzi Evə.
Nel titolo si utilizza la schwa, che è un po’ il segno linguistico di una tentata inclusione. Come ti poni nei confronti di questi traguardi?
Ho delle défaillances. Ci sono nuovi codici da imparare. Non sono maestra, ma non sono neanche un’allieva. Ogni tanto imparo qualche nuova forma d’espressione, ma in generale sono un po’ negata. La schwa l’ho imparata da Andrea Adriatico, appunto.
Torniamo alle Serve, con cui a breve sarai in scena anche a Milano. Un altro cartello sul palcoscenico recita: «Saremo libere?». Lo chiedo a te: saremo liberə?
La libertà devi avercela dentro. Più ti affatichi per cercarla, più rischi di non trovarla. Se ti poni la domanda è perché non sei libero. Io avrei potuto non sentirmi libera con tutti i pregiudizi che mi sono piovuti addosso. Eppure, lo sono sempre stata. Sono nata libera.
Claire e Solange, le due serve, cercano la libertà nella morte.
Sì, la cercano nell’assassinio, ma non la trovano, rimangono comunque prigioniere. Uccidono, poi una finisce in carcere e l’altra si suicida.
Che rapporto hai con l’idea della morte?
Io flirto con la morte. Quando incontro qualcuno, anche per poco, mi chiedo sempre se poi verrà al mio funerale.
Foto di copertina: Laila Pozzo
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