Ora è chiaro, è un attacco politico. E il bersaglio siamo noi

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Iene e Corriere cercano qualcosa in più del semplice sensazionalismo: rappresentano le due gambe mediatiche di un'alleanza politica tra il populismo da social e il conservatorismo benpensante.

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Non siamo certo quelli, tra le voci LGBT, che ritengono che la comunità gay vada difesa sempre e comunque a prescindere dai fatti, o che non vadano riportate notizie che possano gettare anche indirettamente una luce negativa sulla comunità.

È un atteggiamento “critico” che ci ha attirato non pochi attacchi in diversi frangenti dall’interno della stessa comunità, ma di cui siamo orgogliosi – al netto di errori che nel lavoro quotidiano di una redazione giornalistica possono capitare – perché è frutto dell’assenza di paternalismo verso la comunità gay stessa.

Lottiamo per i diritti, ma non rinunciamo al nostro punto di vista e al diritto/dovere di informare su tematiche anche scomode “per noi stessi”, all’occorrenza.

Ecco perché, citando solo l’ultimo caso, abbiamo seguito il caso Anddos-Iene di cui tutta Italia parla, dando voce anche a coloro che nella comunità sono critici verso alcuni aspetti della vita associativa,  al netto dell’evidente ricerca di sensazionalismo, velato scherno omofobico e scarsa accuratezza giornalistica del servizio delle Iene.

Oggi riportiamo anche l'”articolo” sui chemsex party milanesi apparso sul Corriere.

Una febbrile cronaca “à la Kerouac” di un weekend tra sballati che fanno orge in appartamenti e in (ormai immancabili) circoli Anddos, dove già il fatto che il giornalista definisca “programmino che si scarica” una app per smartphone come Grindr qualifica l’età e l’aggiornamento tecnologico del cronista.

Ecco, questo articolo conferma ciò che dopo il servizio delle Iene era solo un’ipotesi.

È in atto un attacco in piena regola da parte degli organi di informazione verso la comunità LGBT, ancora peggiore perché mascherato da falsa empatia verso gli aspetti più sdolcinati e sfruttabili mediaticamente dell’emancipazione degli omosessuali.

Dalla foglia di fico del “sono tanto carini” (i gay) finché si parla di lacrimevoli proposte di unione civile in prima serata o si accomodano nel salotto di Maria De Filippi e fanno crescere lo share.

Ma poi il populismo e giustizialismo da telecomando e da social (Le Iene) si salda con il borghesismo accondiscendente finto progressista (Il Corriere) nel portare un attacco a tenaglia verso la nostra comunità che mostra il vero volto feroce del potere mediatico.

È probabile che dietro ci siano anche nuovi o vecchissimi assetti politici, in cui il bersaglio sono alcune recenti conquiste, che, anche se parziali, hanno infastidito qualcuno, ed un terreno su cui non si vuole assolutamente dare possibilità di progredire.

E che con il nuovo vento di destra populista che spira impetuoso vanno contrastate a prescindere, anche per solleticare la pancia dell’italiano medio, che ha sempre bisogno di nemici al bar virtuale.

Questo non è un anelito vittimista e autoassolutorio.

Dei chemsex abbiamo parlato con il caso Varani e in mille altre occasioni, perché riteniamo che sia un problema anche nella nostra comunità e delle storture del circuito associativo anche, con una celeberrima inchiesta di Gay.it su Arcigay che, alcuni anni fa, ci inimicò mezza intellighenzia LGBT italiana.

Come dire, prima guardiamo a casa nostra, se dobbiamo criticare, e non facciamo sconti.

Ma se l’equazione è “Gay=Grindr+Chemsex+Finte-associazioni” noi non ci stiamo, ci ribelliamo con forza e esigiamo che il giornale una volta più prestigioso d’Italia chiarisca che ogni giorno milioni di italiani etero, gay, coppie vanno in circoli teoricamente no profit per fare orge o scambi di coppie e su centinaia di siti tematici.

Che, come mostrato nel video de La Gabbia ripostato su Gay.it pochi giorni fa, i circoli associativi per scambio di coppie etero prosperano chiedendo 150-200 euro a persona e 40-50 euro a coppia: si facciano un giro a Milano.

Che le droghe in una parte della nightlife milanese sono un must, che spesso i proprietari di locali come primo interesse hanno quello di avere un dealer efficiente tra i clienti affezionati, che possa far girare bene il locale.

E che soprattutto se nel mondo etero questa dei “drogati” o malati di sesso è solo una folkloristica minoranza di simpatici birbanti sporcaccioni, allora questo vale anche nel cosiddetto mondo gay.

E questo non per “benaltrismo” ma per ridare le giuste proporzioni ad un fenomeno che se si vuole raccontare in modo serio e autorevole non deve e non può diventare il marchio d’infamia per un’intera comunità.

 

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