HIV: sempre più contagi tra i giovani. E il governo? Non c’è

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Dall'Italian conference on Aids and retroviruses 2011 esce un quadro preoccupante sulla diffusione dell'Aids/HIV tra i "maschi che fanno sesso con i maschi". Più casi tra giovani e...

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Non si può dire che sia un segnale incoraggiante il fatto che alla terza edizione di Icar, Italian conference on Aids and retroviruses, che si è svolta a Firenze dal 27 al 29 marzo 2011, ci siano state così tante presentazioni relative all’epidemia di Hiv/Aids tra i gay. A dire il vero i relatori non parlano mai di gay ma usano l’acronimo MSM che corrisponde a Men who have sex with men per indicare i comportamenti più che le identità. Sotto questa sigla, quindi, si raccolgono non solo i gay che si riconoscono tali ma anche uomini dalla vita pubblica assolutamente eterosessuale che non possono fare a meno di avere rapporti con altri maschi. Una tipologia che in Italia sembra essere molto numerosa se anche Barbara Suligoi, che dirige il Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità e che quindi è incaricata di raccogliere i dati sul numero di persone che vivono con l’Hiv, sottolinea che "al contrario di quello che accade in altri paesi europei, da noi non si assiste ad una femmilizzazione dell’epidemia ma anzi il rapporto maschi/femmine è sempre più alto tanto che oggi per ogni nuova diagnosi di infezione effettuata su una donna ce ne sono tre su uomini".

E questo potrebbe essere da collegare a una maggiore diffusione dell’Hiv attraverso rapporti sessuali non protetti tra maschi: "Effettivamente registriamo un leggero aumento di incidenza relativo ai casi che riferiscono vie di trasmissione sessuale in rapporti tra uomini – specifica Suligoi – ma alcuni dei casi che riferiscono una esposizione eterosessuale potrebbero in realtà definirsi così, ma avere avuto anche contatti sessuali con uomini".

L’innalzamento dell’incidenza tra uomini che dichiarano di aver avuto rapporti con uomini nella zona di Roma è stato riportato da Massimo Giuliani del San Gallicano che ha analizzato le nuove infezioni tra quasi 1.900 MSM che si sono recati nell’ospedale romano dal 1992 ad oggi: se l’incidenza diminuisce tra il 1992 al 2001 (da 11.3 a 1.6) in seguito si osserva un nuovo aumento fino al 2009 quando si è registrato il picco di 25.3. Il dato più agghiacciante è però la stratificazione per anno di nascita: se si confronta chi è nato prima del 1960 con chi è nato tra il 1960 e il 1975 e con i nati dopo il 1975 si vede che, sebbene tutte e tre le popolazioni registrino una crescita dopo il 2000, quella che si osserva tra i giovanissimi è vertiginosa.

Certo è che la diffusione dell’Hiv tra coloro che frequentano luoghi di ritrovo gay è decisamente preoccupante: i dati vengono dallo studio europeo SIALON presentato a Firenze da Michele Breveglieri.

Lo studio ha coinvolto sei città europee (Barcellona, Bratislava, Bucarest, Lubiana, Praga e, per l’Italia, Verona) in cui sono stati mappati i luoghi di ritrovo gay (bar, discoteche, saune e zone di cruising all’aperto) dove sono stati proposti ai frequentatori test salivari per la diagnosi dell’infezione da Hiv e un questionario per la rilevazione dei comportamenti (sesso protetto o no, uso di droghe, percezione dell’omofobia, eccetera). In tutto sono stati eseguiti 2.287 test salivari ottenendo una prevalenza di Hiv pari all’11,8% a Verona. Più della metà delle persone risultate sieropositive non sapevano di esserlo. L’indagine conferma anche che, in linea generale, l’uso di droghe durante il rapporto sessuale è più diffuso tra le persone con Hiv così come tra chi non usa il profilattico nel rapporto anale.

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Ma se questi tipi di comportamenti sono così diffusi tra chi frequenta locali gay, cosa accadrà in chat? Ha cercato di capirlo Roberto Rossotti, giovane infettivologo dell’Ospedale Manzoni di Lecco, che ha osservato i nuovi profili creati su un noto sito di incontri gay da utenti di Milano e zone limitrofe alla fine del 2010, analizzando quelli che dichiaravano di cercare sesso per valutare l’uso del preservativo. Tra i 682 profili analizzati, un terzo dichiarava di essere online per cercare amicizia o una relazione mentre 455 cercavano sesso. Di questi ben il 65,5% afferma di fare solo sesso con il preservativo, il 25,5% non si esprime, l’8,3% dice che dell’uso del preservativo “si può discutere” mentre solo lo 0,7% si definisce barebacker.

Interessante anche vedere i fattori associati a un comportamento sessuale più a rischio: rinunciano al condom più facilmente i giovani di 18-20 anni e coloro che preferiscono non descriversi con precisione. Invece chi nelle proprie pratiche sessuali preferite elenca il sesso anale o il fetish è – sorprendentemente? – meno incline a rinunciare al profilattico. Rossotti ha perciò concluso che “il sesso non protetto è più diffuso tra chi cerca di conquistare consenso e appeal restando reticente sulle proprie caratteristiche”.

Come affrontare questa situazione? Due gli esempi di intervento presentati: il primo, intitolato Giocasicuro è stato presentato da Ivano Dal Conte dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino e realizzato in collaborazione con il Coordinamento Torino Pride lgbt. L’iniziativa ha cercato di coinvolgere tutti i locali gay dell’area torinese per la distribuzione di preservativi e materiale informativo sulle malattie a trasmissione sessuale. A causa della scarsa disponibilità a collaborare dimostrata da tutte le saune, l’iniziativa si è svolta prevalentemente in discoteca, dove gli stessi cubisti si sono fatti promotori dell’uso del preservativo. Lo stesso Dal Conte ha ammesso, tuttavia, che gli interventi nei locali, per quanto auspicabili, hanno efficacia limitata dal fatto che chi va in discoteca ci va per ballare e non per sentire parlare di Aids.

Di tutt’altro tipo invece l’intervento presentato da Filippo Porcari e realizzato dal settore Salute di Arcigay Cassero di Bologna. Si tratta del seminario residenziale HiVoices (di cui si è parlato anche su Gay.it) svoltosi a settembre che ha coinvolto 26 omosessuali sieropositivi che per tre giorni, con l’intervento di due trainer, hanno svolto attività che prevedevano l’uso di linguaggi corporei, non verbali ed emozionali. L’obiettivo è indagare i problemi di accettazione e autoaccettazione connessi sia con il proprio orientamento omosessuale sia con la propria sieropositività. E il risultato è stato entusiasmante: tutti i partecipanti hanno riportato commenti molto positivi, a dimostrazione del fatto che un lavoro di gruppo può effettivamente portare a un percorso di empowerment di cui molto si parla ma che con difficoltà si riesce a creare. Per chi fosse interessato, a maggio si svolgerà la seconda edizione: info su www.casserosalute.it.

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