I POLACCHI SONO CONTRO I GAY

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Nel maggio del 2004 la patria del Papa entrerà a far parte dell'UE: il paese sembra pronto, ma come la mettiamo con il rispetto delle minoranze? Male. Un...

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VARSAVIA – Teoricamente la Polonia, nel rispetto dei diritti umani, sarebbe all’avanguardia. Dal 1932 il paese del compositore Frederic Chopin ha leggi che vietano la discriminazione, l’articolo 32 della Costituzione sancisce, nero su bianco, il divieto di discriminare gli omosessuali. La realtà però, è purtroppo differente.

L’appuntamento con Robert Biedron (in foto con la parlamentare olandese Joke Swiebel), presidente della campagna contro l’omofobia (Campaign Against Homophobia) e membro della Democratic Left Alliance è alla stazione centrale. Per discutere, in un caldo pomeriggio d’estate, non c’è nulla di meglio di una birra fresca. A Varsavia i locali sono tanti e all’aperto. Robert invece mi porta in una strada del quartiere degli affari, sembra un normale condominio. Moderno. Anonimo. Al suo ingresso un simpatico portiere in livrea ci apre la porta. In realtà siamo in uno dei locali gay della capitale polacca. La musica all’interno è coperta fuori dal ronzìo dei ventilatori e le finestre sono oscurate. Dall’esterno sembra un semplice ufficio.

In Polonia è in atto una dura lotta politica, in palio c’è l’orientamento morale e sociale di una delle più grandi nazioni europee. Una vera e propria conoscenza delle tematiche gay non esiste, la chiesa, che conserva una fortissima influenza sulla società, sembra aver barattato il proprio sì all’ingresso nell’UE con la promessa del governo di non cambiare di una virgola l’orientamento morale della società polacca. In Polonia l’aborto è ancora fuorilegge e il paese fa parte di quella lobby che ha cercato di inserire nel testo della costituzione europea almeno un passaggio sulle radici cristiane del continente.

Ufficialmente, almeno secondo i recenti sondaggi, l’88% della popolazione non accetta i gay. Non c’è differenza con le lesbiche: sono tutti dei pervertiti.

Nel paese di Karol Woityla il gioco s’è fatto duro ben prima del recente documento della Santa Sede, quello per intendersi che definisce le unioni omosessuali come il male. Sei mesi fa il paese è stato scosso dallo scandalo dell’arcivescovo Pech che ha ammesso la propria omosessualità e il fatto di aver avuto dei rapporti sessuali con ragazzi. Non si trattava di pedofilia (i giovani erano maggiorenni), ma lo scandalo è esploso lo stesso. L’arcivescovo è rimasto nella chiesa, pur se privato delle cariche, ma ormai il tabù era rotto. La cosa sarebbe finita lì se i media non ci si fossero buttati a capofitto. Ha cominciato Rzeczpospolita, un quotidiano di centro-destra, gli altri hanno seguito.

In realtà è quasi un miracolo che di omosessuali non se ne sia parlato prima. In Polonia la comunità gay conta circa due milioni di persone. In un paese con una bassa presenza straniera si tratta della più grossa minoranza in assoluto. Il problema resta purtroppo la scarsa informazione. Durante il comunismo, ufficialmente, qui l’omosessualità non esisteva. Si trattava di una moda decadente proveniente dall’occidente e la discussione non andava oltre le barzellette sui froci. Oggi, malgrado il turbocapitalismo che sembra essersi impadronito della nazione, le cose non sono granché cambiate. La dittatura del partito unico è stata sostituita dal controllo morale di una chiesa estremamente conservatrice, restìa a qualsiasi concessione sul piano morale. Ovviamente non tutti, all’interno delle istituzioni ecclesiastiche polacche, la pensano allo stesso modo, ma i liberals sono assolutamente minoritari. In parlamento esiste una lobby trasversale che va oltre gli schieramenti e cerca di fare pressione per i maggiori diritti di questa minoranza, per il momento però, si tratta di voci nel deserto. Anche lo stesso presidente Kwasniewski, una specie di Clinton polacco, si guarda bene dal tirare fuori il tema. In ambito intellettuale coming out non ce ne sono stati. Nessuno, probabilmente, ha avuto voglia di bruciarsi la carriera con imbarazzanti ammissioni.

Dal marzo al maggio di quest’anno il governo ha effettivamente lanciato una campagna contro l’omofobia con lo slogan niech nas zobacza (lasciate che ci vedano). Quindici coppie gay e quindici lesbiche testimoniavano la loro esperienza e la loro normalità. È stata la prima campagna del genere nella storia del paese. Ovviamente la reazione dei media non si è fatta attendere l’ultimo attacco, in ordine di tempo, è datato 13 luglio scorso quando Wprost, una rivista che ama atteggiarsi a giornale impegnato, ma che non sembra altro che un Time de Noantri, ha pubblicato un lungo dossier sui barbari che arrivavano in Polonia a scioccare i cittadini. Fortunatamente giornali come Polityka hanno risposto pubblicando articoli più seri in cui sono state citati imbarazzanti libri di testo, che vengono ancora utilizzati a scuola per spiegare l’educazione sessuale ai ragazzi. Fra le chicche da non perdere frasi come “l’omosessualità è un disordine psichico. I rapporti omosessuali non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale”.

La discussione procede in maniera assai lenta. Il governo di Miller è troppo impegnato a giocare su due tavoli, con Bruxelles per l’ingresso dell’Unione e con Washington in politica estera, per cercare rogne in campo morale. Del tema semplicemente non se ne parla. Un esempio? I media hanno compiuto acrobazie dialettiche per descrivere il recente documento papale che non faceva altro che “ripetere posizioni già espresse” (Tvn 24). In ambito informativo gli stessi organi di informazione non vanno oltre un interesse pruriginoso di cui ne ha fatto le spese lo stesso Robert Biedron che alle ultime elezioni ha corso per la carica di vicesindaco della capitale. “La situazione era assurda. Ho avuto una maggiore visibilità rispetto al mio avversario, ma ci fosse stato un solo giornalista che mi avesse chiesto qualcosa del mio programma. Tutti a chiedermi della mia omosessualità, ma nessuno che fosse interessato a sapere cosa avrei voluto fare per la città”.

Gli chiedo come veda il futuro. “Sono scettico, credo che l’accettazione delle norme antidiscriminatorie di Bruxelles sarà solo di facciata. I ragazzi non sono informati. La situazione è dura nelle grandi città, è facile immaginare come possa essere nelle province. Secondo le statistiche di Kampania, l’organizzazione contro l’omofobia che ha cercato di lanciare, con un certo successo, una prima campagna informativa, un omosessuale su sette è stato vittima di aggressione. Le ragazze sono quelle che hanno la peggio. Se i ragazzi vengono pestati, alle donne, spesso, spetta lo stupro.

La chiave di tutto è sempre la cultura. Il livello medio di questo paese è basso. I ragazzi cominciano presto a lavorare e lasciano presto la scuola. “Fino a quando ci sarà chi dice che il furto, in fondo è giustificabile, non così l’omosessualità, che è un peccato, non credo che andremo avanti”, dice Robert.

La spiacevole impressione che i gay siano persone trasparenti resta. Nessuno ammette di conoscere un omosessuale e l’imbarazzo è palpabile quando si tira fuori il discorso. Le reazioni sono sempre, noiosamente, le stesse “non mi fanno schifo ma….”.

I locali gay a Varsavia, sono ovviamente pochi, ma ci sono. La maniera più sicura per conoscere i luoghi d’incontro resta internet. I siti, “che vengono regolarmente attaccati dagli hackers”, aggiunge Robert, offrono forum e informazioni sugli appuntamenti della capitale polacca. I bar e i ritrovi sono abbastanza nascosti e non è opportuno mettersi a chiedere in giro. Tutto questo accade a Varsavia. Ad appena cinque ore di treno da Berlino.

Siti per informarsi della vita notturna della capitale polacca
www.gay.pl
www.lesbika.org
www.gajomo.pl
www.kampania.org sito di Campagna contro l’omofobia.

di Peter Blazan

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