Ivan Cotroneo: “Non sono un Superman gay come Gennaro”

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Il talentuoso scrittore e sceneggiatore Ivan Cotroneo ci racconta la genesi del suo esordio alla regia "La kryptonite nella borsa" in cui un Superman gay invita ad accettare...

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È la commedia più intelligente, spassosa, colorata dell’anno e ricorda un po’ il Monicelli più arguto e ironico, con quel filo di malinconia nostalgica che riesce a passare sotto traccia senza rimetterci in autenticità. Stiamo parlando della sorpresa vintage La kryptonite nella borsa, convincente esordio di Ivan Cotroneo alla regia, tratto dal suo fluido e simpatico romanzo La kryptonite nella borsa, uscito per Bompiani quattro anni fa e riedito a settembre in edizione tascabile. Un ritratto affettuoso e sensibile di una scombiccherata famiglia negli anni ’70 a Napoli, i Sansone, visti dagli occhi del piccolo di nove anni Peppino, vessato a scuola dal perfido Fulvio Cacace e preoccupato perché mamma Rosaria è depressa causa tradimento reiterato del marito. Così viene cresciuto dagli zii fricchettoni Titina e Salvatore mentre immagina di parlare col cugino gay Gennaro che credeva di essere Superman prima di morire suicida sotto un autobus "forse perché l’autista era imbottito di kryptonite".

Alla Festa di Roma non ha agguantato alcun premio – ha vinto la commedia Un cuento chino ("Un racconto cinese") dell’argentino Sebastian Borensztein mentre nella sezione per ragazzi Alice nella città ha trionfato il bel film gay North Sea Texas di Bavo Defurne – ma in sala, nel primo weekend, è andato abbastanza bene, entrando nella top ten, al decimo posto, con circa 313mila euro d’incasso per 130 copie distribuite da Lucky Red.

Abbiamo contattato Ivan Cotroneo impegnatissimo nella promozione del film (questa sera sarà a Udine e Pordenone).

Soddisfatto per l’ingresso nella top ten dopo il primo weekend di programmazione?

Sì, è un segnale molto positivo, siamo andati in crescita e in sala piace.

Com’è stata l’accoglienza al Festival di Roma?

Molto buona, sono contento. Quando senti il pubblico che partecipa, ride molto, si commuove, è davvero gratificante. Girare un film è bello, crei la tua famiglia, ma in qualche modo quando arriva al cinema si "completa", è come un cerchio che si chiude.

Quanto c’è di Ivan in Peppino e in Gennaro?

Molto, soprattutto in Peppino. Gennaro è la mia proiezione, il fratello maggiore che avrei voluto avere o l’amico immaginario che avrei voluto creare da piccolo. Peppino in molti versi mi assomiglia: soffre perché deve indossare gli occhiali e per un sentimento di esclusione. Sente di portare una sua diversità dagli altri, parla poco ma osserva moltissimo. Nella scena in cui i famigliari decidono il suo futuro mentre lui è presente è come se non fosse lì, lui sta in un angolo silenzioso: è la condanna della carta da parati.

Nella tua giovinezza hai sofferto per la tua diversità?

Non direi che ho sofferto, però ho faticato anche senza aver conosciuto direttamente il bullismo. Sono stato soprattutto circondato da molte persone che hanno sofferto e tuttora soffrono per questi sentimenti di esclusione, anche in età non più giovane.

Nel commovente finale fiabesco lanci un messaggio di speranza per chi ha difficoltà ad accettare la propria omosessualità…

Il dialogo sul tetto è molto importante per il senso del film che parla della ricerca della felicità. C’è un forte augurio che non riguarda solo il personaggio di Peppino, in difficoltà con la propria identità, ma in generale è un messaggio a non omologarsi al pensiero corrente. In un certo senso è anche un incantesimo che si spezza perché bisogna accettare la diversità nella vita vera.

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Ma Superman non ha più la mantellina da shampista, ha la tuta giusta e il ricciolo a posto… Adesso che è arrivato il successo, non ti identifichi un po’ di più con lui?

No, non credo che sia arrivato il successo, mi sento di più Peppino. Il mio mestiere è bello perché ho la possibilità di raccontare delle storie che forse non hanno il potere di cambiare il mondo ma una forza evocativa e consolatoria straordinaria. È il vero privilegio che sento di avere. 

Come hai trovato Luigi Catani, il bambino che interpreta Peppino con una giusta espressività non "caricata"?

Abbiamo provinato a Napoli circa 500 bambini. Lavorare con i bambini non è per niente facile. Prima di cominciare a cercarlo ero preoccupato: sarebbe stato impossibile fare il film senza il bambino giusto. Luigi era tra i primi 40-50 che ho visto. Mi è subito sembrato che potesse essere quello giusto. Non aveva esperienze cinematografiche e volevo che recitasse il meno possibile e fosse molto naturale, lontano dal cliché del bimbo napoletano accattivante alla Speriamo che me la cavo. Luigi sembra un bambino più grande della sua età ed è abituato alla disciplina e al rigore. Canta nel coro delle voci bianche al San Carlo di Napoli. Mi dava fiducia.

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