BASSANI OLTRE GLI OCCHIALI D’ORO

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Dal romanzo da cui Montaldo ha tratto l'omonimo film, fino al "Giardino dei Finzi Contini", il concetto di diversità e le tensioni omosessuali permeano l'opera dello scrittore ferrarese....

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Il nome di Giorgio Bassani è legato alla fama del romanzo “Il giardino dei Finzi-Contini”, dal quale Vittorio De Sica ha tratto l’omonimo film con una libertà mai condivisa dall’autore. Questo romanzo in realtà è il capitolo centrale del più ampio “Romanzo di Ferrara”; un’opera unitaria e coerente, al cui interno si riconoscono costanti tematiche e strutturali. Lontano dalle tensioni neo-realiste dei suoi contemporanei, Bassani fa emergere, attraverso la sua accentuata dimensione lirica, la sofferenza di un uomo coinvolto in un destino fatale (Bassani è di religione ebraica) che lo rende “diverso”. Ecco allora la cronaca degli eventi che diventa reale protagonista, mentre la città, Ferrara, assurge a luogo emblematico di una vita e di una storia. Si scopre così il volto borghese, conformista di questa «città di pianura» e dei suoi abitanti e il motivo dell’esclusione si fonde, raggiungendo il suo culmine nel romanzo “Gli occhiali d’oro”, sullo sfondo di tragedie individuali e storiche, nei due grandi temi decadenti dell’omosessualità e dell’ebraismo, che evidenziano le diverse modalità dell’emarginazione, i confini convenzionali e sociali della normalità, l’oscillazione e il dramma di identità che non trovano posto nel mondo, spesso crudele, “degli altri”.

Nell’iter creativo di questo autore “Gli occhiali d’oro” svolge un ruolo essenziale come lungo racconto di clamorose e sofferte diversità, incentrato sul rapporto delicato ed umano che nasce tra il dottor Fadigati, un omosessuale che nasconde la sua condizione, e Davide, un giovane universitario ebreo, vittima delle leggi razziali fasciste, proiezione dell’autore stesso. Il ragazzo sarà l’unico a dimostrare amicizia all’anziano medico, perché solo e perseguitato come lui, allorché questi si innamorerà del giovane pugile Eraldo e verrà da esso umiliato pubblicamente, rendendolo oggetto di condanna da parte dell’intera città. “Gli occhiali d’oro” ha avuto una versione cinematografica per la regia di Giuliano Montaldo che ne tradisce però la profondità e rende lo stesso tema dell’omosessualità limitato nell’economia del film: il romanzo è la storia, come dice Anna Dolfi, di «una ricerca e di un tentativo di uguaglianza destinati a fallire, l’invito a una tolleranza successiva che nasca dall’aver visto dovunque responsabilità, l’intermittente parabola di un’ansia di normalità vissuta proprio nel periodo fascista, quando sugli echi della musica del “Tristano” wagneriano, più volte ricorrenti nel libro, già si profilavano il clamore e il silenzio dell’eccidio bellico». Fadigati sceglierà infine la morte: “forse bisognerebbe sapere accettare la propria natura – dice in un passo del racconto – ma d’altra parte come si fa?”

Anche se esplicitamente il tema dell’omosessualità non comparirà più nei racconti seguenti, nel “Giardino dei Finzi-Contini” la figura di Alberto, piuttosto trascurata dalla critica, porta ancora traccia, in sé, di una “diversità” sentita come rinuncia alla combattività della vita e vocazione alla scomparsa. Reale protagonista di questo romanzo è Micol, figlia degli “aristocratici” ebrei Finzi-Contini: attorno a lei, e nella precaria pace di un giardino, ruotano un gruppo di ragazzi, tra i quali il narratore stesso, che la guerra e l’Olocausto disperderanno. Garbatamente in disparte resta Alberto, fratello di Micol. Nulla viene detto chiaramente, ma questa figura melanconica, ritratta quasi sempre affondata in una poltrona o lunga distesa «sopra una sedia a sdraio col viso nascosto sotto un cappello di paglia», per certi aspetti richiama la figura del dottor Fadigati. Sarà la stessa Micol, a metà del libro, a definire eccessivo l’attaccamento del fratello per il robusto e virile Malnate, il loro continuo confabulare fitto fitto; «e chi sa di cosa, poi! Di donne? Mah! Conoscendo Alberto lei non si sarebbe sentita di scommetterci sopra due soldi». Bassani ritrae Alberto in uno stato di perenne contemplazione della “vita” altrui, lo adombra nel fondo, figura distratta e decadente che si «imporpora un tantino» nel viso sentendo il nome di Malnate. Poi, dopo la parte centrale del libro, l’oblio della malattia.

Alberto è soggetto, come tutta la sua famiglia, ad un personale mito della vita e del suo rifiuto, invischiato in grandi contraddizioni, ma contraddizioni insite ad un modo di sentire e di una civiltà troppo raffinate per poter essere coerenti. «Come nasca e perché una vocazione alla solitudine» non è dato saperlo con certezza, ma tenendo presente il destino del dottor Fadigati comprendiamo meglio questa figura che se ne andrà, uccisa da un tumore, prima degli altri, portati via dai repubblichini nel ’43 e sterminati in Germania. Diverso fra i diversi, dunque, dedito ad un culto familiare per la morte e la rinuncia, Alberto lascerà la scena per primo, silenzioso e rassegnato. «Anche le cose muoiono», dirà Micòl. «Ma c’è la morte ingiusta, stolta, crudele – scrive Guido Fink – che fa parte della vita e della storia, con i suoi riti e i suoi massacri; e c’è la morte che riscatta, che vale a rendere vivi, per sempre, sulla pagina. La morte che Bassani infligge ai suoi paesaggi e alle sue figure è di questa seconda specie: come quella cui hanno sempre dovuto ricorrere i poeti, non senza pietà».

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