Sindaco o sindaca? Le parole e il femminile al potere

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La lingua è materia densa e misteriosa, assai fisica, corporea. Atti, gesti, storie e usi si depositano in essa, precipitano sul suo fondo, animandone da lì le dinamiche.

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Aldilà delle valutazioni politiche legate ad appartenenze, partiti e schieramenti, l’elezione di Virginia Raggi e Chiara Appendino a prime cittadine, rispettivamente di Roma e Torino, sta smuovendo qualcosa nella rappresentazione di genere e nell’immaginario politico. Con la vittoria dei ballottaggi di domenica 19 giugno pare essersi riaperta con una certa urgenza una questione già dibattuta in passato: si dice “sindaco” o “sindaca”?  L’esigenza è concreta: giornalisti e commentatori si stanno muovendo ognuno a proprio piacimento ma si avverte ciononostante la necessità di trovare un accordo in qualche modo condiviso.

Se la Presidente della Camera Laura Boldrini si è congratulata con le due chiamandole appunto “sindache”, quelli del Post fanno sapere che a Luca Sofri non piace la “femminilizzazione forzata e cacofonica di termini maschili” e quindi hanno deciso di usare “sindaco”, mentre Mario Calabresi direttore di Repubblica, su Twitter, ha esortato a “aggiornare il vocabolario” introducendo il femminile “sindaca”. A dire il vero sia Raggi che Appendino, una volta elette, nel primo discorso di fronte alle telecamere, si sono autodefinite “sindaco”, al maschile, forse perché la lingua spesso “ci” parla, ruba e pilota la nostra volontà, anche violando le nostre intenzioni.

Si è riproposta quindi per professioni e ruoli pubblici la questione della virata al femminile dei termini, campo già in passato di riflessioni e rivendicazioni del pensiero femminista (bellissimi libri sono stati scritti sulla questione ad esempio del linguaggio figurato, delle metafore e del simbolico). Ma fino a un certo punto, va detto, è sembrata più una questione di velleità intellettuale. Ora invece sembra che ci troviamo di fronte a richieste più urgenti, in presa diretta: donne elette che chiedono di essere chiamate “sindache” e non sindaci, come per marchiare un passaggio effettivo, reale, per farsi spazio nel mondo attraverso le parole.

Qualcuno bolla il dibattito in corso come di poco conto: alla fin fine solo di parole si tratta e le parole non sono così importanti, contano i fatti. Alcuni fanno notare poi che cambiare un’abitudine linguistica non è una gran fatica, quindi se a qualcuno fa piacere tanto vale farlo. Il Corriere ha sostenuto l’introduzione del femminile “sindaca” anche se proprio ieri ha pubblicato una gallery di immagini delle donne che hanno ricoperto questa carica dal 1946 ad oggi, scelta che ha certo il suo senso ma che potrebbe anche restituire un’idea del rapporto tra donne e politica da teca di cristallo. Molto estetica, molto di genere.

Tutta la questione è anche foriera di non poco sarcasmo: come se la mancanza di abitudine a declinare al femminile i termini generasse, provando a praticarla, un effetto caricaturale, folcloristico. Effetto che in effetti finiamo col vedere e sentire persino noi, femministi convinti. E che quindi molto ci dice della complessità della situazione. Eppure nel 2013 l’Accademia della Crusca, che vigila e sorveglia sulla nostra lingua, con un comunicato aveva ribadito quanto già scritto nel 2011 nella Guida agli atti amministrativi fatta con il CNR (Consiglio Nazionale di Ricerche). Si può dire chirurga, avvocata, sindaca e via dicendo: così era stato deciso. Altri termini del genere – infermiera, maestra, cuoca, modella – non suscitano obiezioni solo perché siamo abituati a usarli.

La faccenda si fa interessante se notiamo come alcuni titoli al femminile acquistino subito rimandi differenti rispetto al maschile: ad esempio, quando Daria Bignardi è stata scelta per guidare Rai3 chiamarla “direttrice” non veniva spontaneo: rimandava immediatamente alla dimensione scolastica – la direttrice della scuola – come se le parole non fossero pronte a reggere l’idea di “capo” al femminile. I più hanno mantenuto il maschile, Bignardi – anzi “la” Bignardi, direttore di Rai3.

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La Crusca aveva già ribadito negli anni scorsi che un uso più consapevole (all’inizio magari anche forzato) della lingua può contribuire a smuovere le paludose acque dei pregiudizi di genere. Cambiare la lingua, i modi di dire può essere un dispositivo per segnalare, ad esempio, l’ingresso a pieno titolo nel mondo lavorativo e politico. Della stessa opinione è la scrittrice Michela Murgia che ieri su Facebook ha esposto in un post il suo punto di vista, oggi riportato da Repubblica. Se queste parole ci suonano male, scrive Murgia, è perché le donne sono state meno presenti degli uomini, finora, nei posti di potere. E di quelle che sono arrivate a ricoprire questi incarichi forse nessuna sinora si è impuntata particolarmente per ottenere questo cambiamento linguistico.

Nel linguaggio si trova traccia a più livelli dei rapporti di potere tra gli individui e più si sale gerarchicamente meno il femminile si manifesta: “Se suona strano chiamare sindaca una donna è perché in fondo a sembrare strano è che lo sia” scrive Murgia. Insomma, deve cambiare il racconto del femminile e del rapporto tra il femminile e il potere. E va anche persa al più presto, come suggerisce sempre Murgia, l’abitudine di ridurre le donne alle loro relazioni private, “come se la politica fosse un hobby che le ha distratte dall’attività principale di essere madri o mogli”. La sindaca Appendino nel titolo di Repubblica.it che ne annunciava la vittoria figurava come “la neomamma che ha battuto Fassino”.

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