Cronache dal reparto di malattie infettive dove sono in cura per l’HIV

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Jonathan Bazzi, dopo il suo coming out da HIV+, racconta una mattina all'ospedale Sacco.

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Stamattina sono andato al Sacco per i miei controlli periodici dell’HIV.  Una faccenda che già solo per il tempo della strada mi sequestra più di mezza giornata. È molto lontano da dove abito. Oggi poi, immerso nella nebbia, l’enorme complesso ospedaliero – di fatto una cittadina – ha convertito il mio viaggio in una proiezione verso un niente più niente del solito. Un regno a parte, grigio, decisamente poco accogliente.

Il reparto di malattie infettive – al seminterrato del padiglione 56 – soprattutto all’orario dei prelievi, è iper narrativo. Tossici, marchette, trans, omosessuali guardinghi. Ci spira un’aria vagamente vintage. Roba di reduci e di chi s’è beccato il morbo in ritardo. Più che un ospedale pare un happening. Qui si trovano radunate, a quest’ora, in uno stesso punto del mondo, una quantità di figure suggestive ma spesso anche inquietanti. Gente che ha vissuto senza balaustra, portatori di storie estreme e di cui vorrei sapere tutto ma che invece restano mute, che si rintanano, perché queste mattine in infettivologia son dominate dall’omertà condivisa, dal noioso riserbo, chiaramente perlopiù dalla vergogna.

Che gaudio se tutti invece parlassero! Se, come allegri comari, prendessero a dirsi – prendessimo a dirci – di noi, delle loro nostre vite deragliate. Se questo posto si liberasse dall’unica autentica condanna: quella autoinflitta. Tutti a chiacchierare, come le amiche di mia nonna quando veniva l’estate, sedute sui seggiolini in cortile a sventagliarsi. Si libererebbero nell’atmosfera tutte le idee originarie, i prototipi estetici e narrativi di tutto il melodramma che sia mai stato scritto, pensato, immaginato.

E invece.

Perché questi sguardi con la sola coda dell’occhio?

Perché questi piccoli escamotage per celare l’ovvio?

È davvero questo l’unico modo possibile?

Per quanto mi riguarda, quando vengo qui – ormai una volte ogni tre mesi, visto che il virus non è più rilevabile – il giro rituale è sempre lo stesso.

Attesa.

Cassa.

Consegna delle ricette.

Prelievo.

Puntualmente mi ritrovo chinato nel cesso a travasarmi le urine per sistemarle nelle provette giuste, ché le infermiere sono incompetenti e fanno sempre casino. Segnano cose in più, o in meno, o una cosa al posto dell’altra. C’è qualcosa di alchemico in questo versarmi il piscio da una parte all’altra: vi invito a visualizzarmi come la carta della Temperanza degli arcani maggiori. Il processo atto a prendersi cura del disequilibrio. L’aggiustamento per favorire la rigenerazione.

Collaboro preventivamente all’indagine segreta sui miei fluidi biologici, ormai questo mio corpo è investito di un significato nuovo. Sono inserito almeno in un paio di progetti nazionali. Il mio sangue viene conservato per la ricerca. Forse lo congelano. A volte ci penso. Ghiacciolini santi. Per un periodo, quando mi si era smosciato il tono dell’umore, mi misuravano anche i livelli di cortisolo nelle urine. L’ormone dello stress. Facevo la raccolta delle 24 ore per fargli leggere nella mia pipì se ero un po’ meno spaventato.

Tutto l’iter delle casse, dell’attesa e dei prelievi per me è il necessario prologo alla visita col mio infettivologo, che è giovane, bellissimo e mi risponde sempre in cinque minuti alle mail. Nella mia traduzione del tutto egli è il Salvatore. La sua avvenenza svolge nel mio sistema semiotico lo stesso ruolo della barba bionda del Cristo, che resta immacolata e confortante pure durante la Passione. È una delle cose belle. Abbiamo più o meno la stessa età, a occhio e croce. In alcuni momenti l’ho odiato per i suoi no senza rimedio – quando perso nell’ipocondria imploravo il ricovero, o l’ennesimo esame – ma più spesso è stato uno dei punti di luce di questa storia che, se non mi sento di definire propriamente tragica, è però certo che m’ha cambiato la vita. A suon di urti e collisioni. Con le cattive.

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Ci metto molto tempo ad arrivare quaggiù, in questo posto che non so neanche se è ancora Milano. Avrei alternative più razionali, logisticamente più sensate. Tipo la succursale del San Raffaele, zona via Padova. Sono finito qua non per mia scelta: negli altri ospedali le attese erano troppo lunghe. In ogni caso non c’è bisogno di spiegare la natura dei legami che mi ancorano a questo luogo, che ormai è uno specchio. Come tutte le cose che stanno ferme indipendentemente dalle variazioni soggettive. Dal tono umorale, dai momenti di slancio, dagli psicofarmaci. È interessante stare bene in un posto in cui sei stato molto male. Se ti salvi dall’autosuggestione c’è persino il rischio di assaporare il gusto impersonale della gratitudine.

Non è più un caso che questo posto sia in periferia, lì dove in genere si nascondono le cose, dove stanno quelli che non contano o che vanno allontanati. Già il paesaggio lo annuncia: qui c’è spazio solo per quello che c’è davvero. Il male è male, poche storie. Niente costruzioni affastellate che inibiscono i pensieri. Niente intrattenimento, niente città, niente vite che collaborano l’un con l’altra per occultare le pene.

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