Panegirico di Alberto Angela, ultimo sex symbol d’Italia

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Cosa c'è di più accattivante, in un'epoca in cui la televisione è ridotta a Cartagine sconfitta, di Alberto Angela?

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Nell’antica Grecia il termine Kalokagathia – crasi di καλὸς καὶ ἀγαθός (“bello e buono”) – era utilizzato per indicare l’ideale di perfezione fisica e morale: là dove la bontà non era tanto la rettitudine, ma il valore dimostrato in guerra, circostanza in cui l’individuo poteva farsi portatore e depositario delle principali virtù. Senza esagerazioni, Alberto Angela rappresenta oggi la più alta incarnazione post-moderna di questo ideale. Una bellezza esteriore, riflesso della profondità di contenuti mentali, costantemente e tenacemente impiegati in una battaglia complessa, diventata vocazione di vita: divulgare scienza e cultura in TV.

E se di mito parliamo, dobbiamo proprio etichettarlo come eziologico, perché tutto era già scritto nel nome: figlio di Piero Angela, giornalista che primo ha portato il documentario in stile anglosassone in prime time, non è rimasto fagocitato dalla fama del padre, anzi, senza soffrire alcun complesso edipico, ha sublimato l’esperienza televisiva paterna in prodotti cuciti perfettamente su di sé. Se Piero, nell’immaginario collettivo, rappresenta l’erudito e benevolo professore universitario, Alberto è l’Indiana Jones dello stivale, il protagonista di un’avventura immaginifica degna dei grandi scrittori dell’800.

E non è un caso che Alberto, tra i millenials e non solo, sia presto diventato un sex symbol. Cosa c’è di più accattivante, in un’epoca in cui la televisione è ridotta a Cartagine sconfitta, desolata e arida spiana, di un uomo che riesce a tenere incollati 6 milioni di telespettatori parlando di neutrini o mostrando le rovine di Pompei? Se ci aggiungente un’estetica tutt’altro che sgradevole, la ricetta è presto pronta.

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Stiamo parlando di un Odisseo post apocalittico dal multiforme ingegno: laureato in scienze naturali col massimo dei voti, oratore in 3 idiomi (italiano, francese e inglese), ha studiato nelle più importanti università del mondo (Harvard, Columbia e UCLA); e se questo non bastasse a giustificarne il fascino, venga messa agli atti anche la partecipazione a scavi archeologici internazionali che prima dei 40 anni lo avevano già portato in giro per tutto l’orbe terracqueo.

Se per molti non stiamo dicendo nulla di nuovo, il mainstream sembra aver (ri)scoperto il buon Alberto in queste ultime settimane, complice anche il successo ottenuto poco prima di Natale da una puntata speciale del suo programma su Raiuno. Da quel giorno (ma nei nostri cuori da molto tempo prima), è diventato un’icona, un simbolo.

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Che la fan base fosse in crescita, lo dimostrano le pagine e i meme nati sui social negli ultimi mesi, in cui lo strettissimo legame tra appeal “formale” e “contenutistico” è sempre stato icasticamente presente. Agevoliamo meme:

Insomma, chi siamo noi, fan del primo minuto, per non condividere misericordiosamente cotanto materiale con tutta l’Italia?

 

Alberto è uno dei pochi esemplari maschi autoctoni a conciliare etica ed estetica, sacro e profano, in un rituale d’accoppiamento costante tra sé e l’interesse di chi lo guarda e lo ascolta, e di cui noi siamo evidentemente le vittime consapevoli. Una sindrome di Stoccolma intellettuale di cui non possiamo più fare a meno.

E cosa pensa il diretto interessato di tutto questo successo?

“Mi sono messo a ridere. L’aspetto sexy mi ha sorpreso: se può servire alla cultura va bene, rimanendo nel buongusto e nel buon senso”.

E allora sì Alberto, plachiamo gli entusiasmi e rimaniamo nel buongusto: questa volta, un grazie per il tuo lavoro (e non solo quello), per farci volare altissimo in prima serata come un Concorde, può bastare.

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