Il ritorno di Xavier Dolan: attore protagonista nel thriller teatrale Elephant Song

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Ritroviamo il golden boy canadese nel ruolo di un giovane folle in un discreto thriller psicologico ben recitato.

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Aveva chiuso l’anno scorso il Festival Mix milanese e poi si era perso nel nulla. Stiamo parlando di Elephant Song, insinuante thriller psicologico canadese diretto da Charles Binamé e tratto da una pièce di Nicolas Billon, la cui matrice teatrale resta assai visibile. È appena uscito in Francia e, sull’onda dei successi di Xavier Dolan – ha appena vinto il Grand Prix al Festival di Cannes col notevole Juste la fin du monde – potrebbe finalmente interessare qualche distributore italiano avveduto.

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Sì, perché il mattatore assoluto è proprio il prodigio canadese ventisettenne, questa volta nel ruolo di attore protagonista: siamo negli anni ’60, alla vigilia di Natale. Il dottor Lawrence (Colm Feore), insieme alla sua autovettura, sono misteriosamente spariti dalla struttura psichiatrica dove costui lavora. L’ultimo ad averlo visto è uno dei pazienti, il giovane Michael Aleen – il ‘nostro’ Dolan – che sostiene di essere lì da cinque anni per aver ucciso sua madre (l’autocitazione del suo film J’ai tué ma mère è evidente), nota cantante lirica legata dall’avventura di una notte al padre di Michael. Un altro psichiatra, il dottor Green (Bruce Greenwood, molto calibrato) cerca di scoprire che cos’è successo al collega in una lunga, enigmatica seduta con Michael, in cui ricostruire l’ambiguo rapporto tra dottore e paziente, da cui emergerebbe persino un presunto abuso come gli racconta il ragazzo. E non sarebbe la prima volta, poiché un altro dottore sarebbe stato incriminato proprio per un crimine di natura sessuale nella stessa struttura. A sua volta il dottor Green viene interrogato da un investigatore insieme all’infermiera Susan (Catherine Keener) che sembra legata da un rapporto quasi materno a Michael: e proprio la questione materna è il fulcro del disturbo di Michael (non a caso la maternità disfunzionale è una delle ossessioni di Dolan regista), legato in particolare alla ‘canzone dell’elefante’ del titolo, una filastrocca infantile recitata in un momento chiave della sua vita – l’elefante è l’animale con la gestazione più lunga, ben ventidue mesi.

Elephant Song

Dolan è piuttosto bravo nell’incarnare la mente succube della follia di Michael, non gigioneggia eccessivamente e alterna dolcezza disorientata a manipolazione contorta. Nonostante qualche problema di ritmo del verboso dramma da camera, quasi interamente girato nello studio del dottor Lawrence (il film dura un’ora e cinquanta minuti: poteva essere scorciato di almeno venti minuti), il gioco attoriale si dimostra un interessante puzzle sul potere di convincimento della parola e un detour psicologico sul concetto di transfert (a un certo punto il dottor Green sembra essere il padre che Michael non ha mai in realtà avuto). Peccato che la brava Carrie-Ann Moss sia sacrificata nel ruolo decorativo della moglie di Green col compito di accudire la nipotina down: all’inizio sembra un personaggio di un certo interesse ma poi viene perso per strada.

Elephant Song 3Il rischio per lo spettatore, a un certo punto, è la pesantezza di fondo (elefantiaca?) ma nell’ultima parte i nodi tornano al pettine, allontanando una fastidiosa staticità ristagnante: il discreto thriller psicologico merita comunque una visione.

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