AI CONFINI DEL PARADISO C’È L’AMORE

Nel riuscito film di Fatih Akin sei personaggi tra cui due lesbiche intrecciano le loro vite non facili: tra questione curda e amore saffico, un dedalo di destini accomunati dal bisogno di solidarietà

Il titolo originale significa ‘Dall’altra parte’ ma quello italiano – come spesso accade – ripiega su un caramelloso e un po’ fuorviante ‘Ai confini del paradiso’ che non rende giustizia al senso profondo dello sfaccettato e appassionante film di Fatih Akin in uscita oggi nelle sale italiane.

Regista trentaquattrenne di Amburgo, Akin vinse nel 2004 l’Orso d’Oro per ‘La sposa turca’ e si sta rivelando una delle più interessanti promesse del nuovo cinema tedesco.

In ‘Ai confini del paradiso’ si esplorano le tormentate esistenze di sei personaggi, intrecciate alla Kieslowski e con un occhio al cinema di Edgar Reitz, tra Germania e Turchia, divisi da vari problemi esistenziali: c’è l’anziano solo che porta a casa la prostituta malvista dal figlio, un tranquillo professore universitario con studenti svogliati tra cui la bella Ayten che si innamora di una bionda inquieta, Lotte, in crisi con la mamma Susanne (l’attrice fassbinderiana Hanna Schygulla, indimenticabile).

Tra viaggi dell’anima, sguardi struggenti e sommovimenti politici, ‘Ai confini del paradiso’ vanta una delle più belle scene lesbiche viste al cinema ultimamente: le due ragazze, sognanti, al sicuro, possono finalmente concedersi un po’ di tempo per sé in un bar e si scambiano con le labbra uno spinello.

Nonostante una costruzione non facilissima da seguire – attenzione, la narrazione non è lineare – e qualche lambiccamento di troppo nella seconda parte del film,  l’opera di Akin ha comunque la forza di una scrittura esemplare, di bravi attori (la coppia lesbica è interpretata da Nurgül Yesilçay e Patrycia Ziolkowska, aderenti ai

ruoli) e di un ottimo senso del paesaggio – il Bosforo è lì, poco prima dalla felicità? – anche se c’è davvero molta carne al fuoco, forse troppa (anche Il Pkk, la questione curda, la politica ‘reazionaria’ tedesca). Tra l’altro, la scena con le 14 donne in una sola cella, in un carcere che non sembra affatto una prigione, può far storcere il naso a chi cerca in questa storia una verosimiglianza assoluta. 

«Quando sono diventato padre» spiega Akin «L’evento mi ha marcato molto. Mio figlio è nato nel 2005. Dall’oggi al domani mi sono trovato a essere più responsabile e a dover pensare soprattutto all’avvenire. Prima non me ne preoccupavo. Grazie alla nascita di mio figlio, ho sentito aumentare la pressione artistica che già mi sentivo addosso. Questo ha incontestabilmente influenzato la mia scrittura. Mi hanno aiutato anche la mia attività di insegnante in un’università di Amburgo e il fatto di comunicare la mia esperienza agli studenti. Il cinema per me ha un ruolo importante ma non ha nulla a che vedere con problematiche quali la nascita, l’amore e la morte. ‘Ai confini del paradiso’ parla proprio della morte: la morte, insieme alla nascita, apre la strada ad altre dimensioni».

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‘Auf der anderen seite’, secondo capitolo di una trilogia iniziata con Gegen die Wand (‘La sposa turca’), ha vinto il premio per la

migliore sceneggiatura a Cannes – nonostante alcune ‘gufate’ di parte della stampa inglese – ed è stato scelto per rappresentare la Germania ai prossimi Oscar. Ma ricordiamo che l’anno scorso ha vinto un altro film teutonico, ‘Le vite degli altri’.