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UN MUCCINO DA DIMENTICARE

Imbarazzante. Brutto. Inconsistente. “Ricordati di me” sembra occhieggiare a un pubblico che non ha voglia di riflettere. E gli attori danno il peggio di sè. Incluso Lavia nei panni del gay.

E’ un po’ imbarazzante constatare quanto rumore, quanta esaltazione e giudizi affrettati si scatenino quando un nuovo autore italiano si affaccia sul triste panorama del cinema nazionale e quanto si gridi in fretta al miracolo, alla scoperta di un grande regista, alla rinascita della settima arte tricolore. Ed è a maggior ragione imbarazzante dopo aver visto un film brutto e inconsistente come ‘Ricordati di me‘ di Gabriele Muccino, promessa stracelebrata di una presunta nuova cineprimavera che dà diversi segnali (‘L’imbalsamatore’, ‘Angela’, ‘Respiro’) ma anche cocenti delusioni.

Ecco detto: qui ci si immerge tra le emorragie causate dall’agonia sentimentale di una famiglia (che novità) con uno schematismo e un’incapacità di stratificare il racconto che mette i brividi. Mette i brividi anche perché il successo del film è innegabile (3 milioni di euro nel primo weekend) e perché il sospetto è che il pubblico di un certo cinema borghese italiano inevitabilmente medio abbia sempre meno voglia di riflettere e mettersi in discussione. Non che Muccino sia un cattivo regista, anzi: la sua macchina da presa è fluida e precisa, pedina con passione quasi postzavattiniana i suoi personaggi, sa gestire lunghe scene di dialoghi senza far notare fastidiosamente la sua presenza. Né si può negare che il montaggio sia incalzante e astuto, il ritmo anche troppo abilmente calcolato al fine di non annoiare gli spettatori. Ma Muccino non sa dirigere i suoi attori, lascia andare a briglia sciolta una Laura Morante mai così sopra le righe e costantemente iperisterica, è troppo accomodante nel lasciare ai personaggi ogni controllo su interpretazioni troppo interessate ad attirare l’attenzione su di sé e non sulla storia (Bentivoglio sottilmente gigione, Silvio Muccino adolescente problematico da clichè).

E il messaggio non può essere più ambiguo: il marito tradisce la moglie con una strabona e non la dimentica, la moglie scatena le sue nevrosi in sessioni teatrali inverosimili e ridicole, il ragazzino è a disagio e l’unica ‘che ce la fa’ è la figlia con ambizioni da quarto d’ora warholiano che vuole diventare velina, letterina o quant’altro (quando arriveranno le ‘numerine’ elencate in ordine cardinale?). E poi ha successo in tv ovviamente perché dopo un provino nel vero studio di Passaparola (!) conosce Taricone (sigh, proprio lui) e si porta a letto Silvestrin. Altro che critica al rampantismo televisivo…

E che dire del personaggio di Gabriele Lavia nei panni del regista teatrale che, come in una farsa, rivela alla Morante di essere gay dopo che lei gli dichiara di amarlo alla follia? Sorvoliamo sulla Bellucci, donna geneticamente incompatibile col mezzo cinema se non a puro livello estetico. Forse, alla fine dei conti, il pessimismo di Muccino è semplicemente ultraleopardiano e il suo obiettivo è solo descrivere una realtà putrescente. In questo non si può non dargli ragione. Ma il film non ha altre ragion d’essere.

Da dimenticare.

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