Eva, fieramente non binary: la nostra intervista

Eva ci racconta il suo percorso da persona non binary AMAB (Assigned male at birth).

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Mi chiamo Eva Sassi Croce e alla nascita, per una discriminante anatomica, sono stata assegnata maschio, e identificata con un nome maschile, Massimo, che ancora oggi è presente nei documenti. La mia identità di genere, in continua evoluzione, mi identifica come  lesbica, trans e non binary.

Sono arrivata alla consapevolezza di non essere un uomo all’età di quarantacinque anni, dopo un lungo e spesso doloroso percorso. Fino ai vent’anni, come la maggioranza delle persone, non mi interrogavo sulla mia identità di sessuale, che era in apparenza certamente privilegiata di uomo bianco, medio borghese, eterosessuale. Con i vent’anni e alla mia prima convivenza, il mio corpo ha cominciato a mandare alla mia mente dei segnali che sono riuscita a decifrare solo dopo venticinque anni. Al contrario della grande maggioranza delle persone trans* non mi percepivo in un genere assegnato che non mi riconoscevo, ma il corpo di fatto non si riconosceva nel mio tentativo goffo di performare il genere uomo. Ero in buona sostanza impotente, il mio corpo rifiutava di performare la cis-etero-normatività. Nonostante i diversi tentativi con sessuologi e psicologi, l’apparente disfunzione non trovava soluzione, anzi con il tempo peggiorava, e considerando che prima dei quarantacinque anni ho avuto quattro convivenze con donne cisgenere, il mio disagio esistenziale mi ha procurato non pochi problemi e momenti buoi. A quarantacinque anni incontro una ragazza cisgenere make up artist, che frequentava anche il mondo trans*, la quale ebbe la straordinaria capacità di leggermi dentro l’anima e capire che vi era rinchiusa nella mia più profonda interiorità un’anima femminile che avrebbe voluto prendere luce. Invitandomi a partecipare ad una seduta in cui mi avrebbe truccato, che con entusiasmo accettai, una volta che mi specchiai in questa veste femminilizzata mi riconobbi all’istante, e come una vera e propria magia iniziò il mio percorso di affermazione di genere. Grazie alla scoperta di non essere un uomo, ebbi modo di mettere al loro posto numerose caselline che non trovavano senso, compresi i segnali lanciati dal mio corpo: le donne erano certo le persone a cui si rivolgeva la mia attrazione affettiva/sessuale, ma il mio approccio era sbagliato, non ero certo un uomo ma una donna, per cui i miei rapporti erano lesbici.

Passati cinque anni nella veste identitaria di travestita, quindi con spazi pubblici preformati al maschile e spazi privati al femminile, dieti forma alla mia identità di genere. Un giorno, mentre ero con sorelline trav, conobbi una ragazza che aveva iniziato da un mese ad assumere ormoni. Era seguita da un endocrinologo noto ferrarese, che accoglieva questa nostra necessità senza la richiesta di una certificazione di disforia di genere, che era il motivo principale per il quale non avevo ancor iniziato un percorso ufficiale di affermazione di genere: ero nel più profondo disagio prima di capire che non ero un uomo, e nessun medico psicologo o sessuologo aveva capito nulla della mia identità, e ora che finalmente ero libera ed euforica, avrei dovuto fingere e farmi diagnosticare un malessere di cui non ero affetto? Questo vergognoso ricatto è per me tutt’ora inaccettabile, non tutte le persone trans* sono disforiche, moltissime sono euforiche, e non sta certo al mondo cis-normato decidere chi sia trans* e chi non lo sia.

Felice di venire a conoscenza di un endocrinologo così illuminato, mi affrettai a prendere un appuntamento e dopo un paio di ore di seduta, convinto della mia identità, mi prescrisse una serie di esami per poi procedere con l’inizio del trattamento di femminilizzazione chimica.
Arrivai al secondo appuntamento con l’endocrinologo con gli esami richiesti, molto scrupolosamente, quindi con il consenso informato, mi spiegò quello che secondo lui sarebbe stato il percorso di trattamento ormonale da seguire, che data la mia età partiva con l’assunzione di una semplice pillola anticoncezionale, e che dopo un certo periodo, e a seconda dei risultati di alcuni valori, avrebbe previsto l’assunzione di altri farmaci femminilizzanti.
Dopo solo tre mesi di assunzione della pillola che mi è stata prescritta cominciai ad avere i primi benefici psico/fisici, un calo molto significativo della mia libido mi permise finalmente di pacificarmi con una dirompente sessualità maschile, di cui sentivo un grosso bisogno, e il mio umore divenne più emotivo, ulteriore risultato che mi fece stare meglio con me stessa. Passato un anno il secondo effetto di cui mi aspettavo i progressi, cioè la crescita di un seno naturale, apparvero sempre più decisi, sentivo e mi toccavo il mio seno che spingeva verso l’esterno ed era sempre più sodo. Ci fu un sensibile cambio della voce, l’incapacità di erezione, la comparsa della cellulite, l’umore molto positivo dato questa percezione di cambiamento corporeo, il vivermi alla luce del sole quotidianamente, l’avere trovata una partner e quindi realizzato il sogno di essere in una coppia lesbica, la mia felicità era veramente al di là di mia ogni aspettativa.

Grazie all’inizio di un mio percorso come attivista per i diritti LGBTQIA*+, la conoscenza di numerose persone trans*, il confronto fondamentale con la mia partner, arriva la mia decisione di non volermi operare. Comunico questa mia scelta all’endocrinologo, il quale l’accoglie ovviamente con positività, e insieme stabiliamo anche che avrei continuato con il trattamento attuale, e quindi non sarei passata ad un dosaggio di farmaci più decisi. Inoltre iniziai a farmi fare le ricette della pillola direttamente dalla mia dottoressa di base, che mi ha seguita fin dal primo incontro con l’endocrinologo, e che nonostante non avesse una preparazione specifica nei confronti delle persone trans* si è sempre resa disponibile ad un dialogo diretto con l’endocrinologo, in modo da potermi monitorare al meglio. Ovviamente la scelta di non fare il passo successivo di assunzione dei farmaci, ma l’avere trovato il perfetto equilibrio psico/fisico con la sola pillola anticoncezionale, la considero una scelta ponderata di trattamento ormonale in microdosing. Dopo cinque anni che assumo il microdosing attraverso una pillola anticoncezionale, mi trovo totalmente soddisfatta, ho un bellissimo seno naturale, si è rallentata la ricrescita dei peli, il mio umore è stabile, la mia voce spessissimo al telefono è scambiata per femminile e gli esami del sangue sono regolari fatto salvo per un diabete due che riesco a contenere con difficoltà, ma su cui sto lavorando. Sono una persona calva, non sono dotata di un pene ma nemmeno di una vagina, assumo ormoni femminilizzanti, ho cromosomi presumibilmente XY, ho un aspetto che confonde, la gente spesso borbotta: è un maschio o una femmina?
Ho una consapevolezza della mia identità molto forte, sono finalmente me stess*, e tutto questo risultato di benessere è dovuto anche al fatto della mia consapevolezza di persona non binari*. La non binarietà non è solo un percorso politico, non è solo un deostruire tutta l’aggressiva norma binaria, ma è primariamente una consapevolezza identitaria. Il mio percorso ha una tappa che oggi ritengo fondamentale e forse anche utopica, che è quella di poter essere identificata, come attualmente succede solo in Argentina e in Islanda, con una X anagrafica e non con una M o una F, e di poter vedere scritto sui documenti il mio nome di elezione Eva. Quella X tanto rivoluzionaria, che rompe con il binarismo di genere, è attualmente il più grande desiderio che nutro. Identificarmi come persona non binari* è propriamente un piacere e un effettivo allineamento della percezione che ho del mio corpo attuale, e della mia mente.

Grazie per la tua testimonianza, Eva. E’ bello poter dare voce anche a storie di persone non binary, realtà sempre più diffusa ma ancora poco considerata. Hai un messaggio per chi leggerà questo articolo?

Un messaggio che voglio lanciare a chi legge è quello che l’identità di genere è un modo unico per ribaltare la norma binaria di assegnazione forzata alla nascita di un genere per la discriminante anatomica. Mentre il genere è assegnato dalla società; l’identità di genere è autodeterminazione ed è l’individuo che comunica alla società quale sia la sua identità. Una bella rivoluzione uno bello stimolo anche per le persone che si identificano come cisgenere. Confrontarsi con la propria identità sessuale è un percorso di crescita unico. Inoltre, pur essendo possibile ed ugualmente meraviglioso intraprendere un percorso di affermazione di genere senza la medicalizzazione, altra realtà di cui si parla troppo poco, per coloro come me che sentono la necessità di un intervento anche medicalizzante, anche attraverso il microdosing, non sottovalutate mai gli effetti che questi hanno sul nostro corpo e sulla nostra psiche: fatevi sempre seguire da un endocrinologo preparato!

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