Le creature fantastiche di Andrea Tarella “Ho galline in giardino, un fagiano, un’iguana, un drago barbuto, e tanti acquari intorno a me”

Cosa sanno gli animali che noi non sappiamo?

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Andrea Tarella - Gay.it intervista
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Tanti anni fa Andrea Tarella non riusciva più a disegnare.

Sarà stato il trasferimento da Verbania, terra dov’è cresciuto sulla sponda occidentale del Lago Maggiore, a Milano, la grande città dov’è andato a studiare. Sarà stato l’impatto con il mondo universitario o  la confusione di quel rito di passaggio che ci separa dall’adolescenza ai primi step della vita adulta, ma appena arrivato nella metropoli non ha toccato matita, penne, colori, o inchiostro.

Quando nel 2004 un”associazione ambientalista, specializzata in educazione ambientale nelle scuole, gli chiese di disegnare il materiale scolastico per le lezioni, qualcosa si è sbloccato dentro di lui: non solo ha ripreso in mano la matita, ma ha avuto modo di coltivare una nuova dimensione artistica e personale in continua crescita, dentro e fuori la pagina.

 

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I suoi disegni oggi nascono nel suo piccolo nido privato, sotto la cordiale sorveglianza di iguana, galline, tartarughe, drago barbuto e fagiani, per poi arrivare nelle collezioni di brand internazionali che vanno da Fiorucci a Prada, da L’OFFICIEL HOMMES ITALIA, Yves Saint Laurent, fino al Premio Strega 2024. Per il più ambito premio letterario italiano, Tarella ha creato le illustrazioni di questa imminente edizione.

Durante la nostra chiacchierata mi dice che non solo ha ripreso a disegnare, ma anche a dormire la notte (prima preferiva coltivare camelie) e risvegliarsi con gli sparvieri in giardino. Purtroppo non ha ancora il superpotere per parlare con gli animali, ma si sente di nuovo a casa.

A proposito di spazio e ambiente, se ti dico ‘Lago Maggiore’ che ti viene in mente?

AT: Ti direi casa. Ma in realtà casa adesso è Milano. Il Lago Maggiore è quello che uno si porta dentro. Parlando per luoghi comuni, chi viene dal lago non riesce a rinunciare al lago. Quando sono arrivato a Milano vivevo in una casa insieme a sole persone di Verbania. Tra tutte loro  io credo di essere ad oggi l’unico che è rimasto a Milano. E quasi tutte le persone che conosco, fanno avanti e indietro. È una roba che ti lega e rimane dentro con un forte senso d’appartenenza. Anche io tutte le volte che torno a casa dalla mia famiglia, mi rendo conto che c’è una forza attrattiva enorme. Se rimango per più di tre giorni sento che il lago non vuole lasciarmi andare. Poi appena arrivo a Milano tutto passa, ma è tra le cose che hanno influenzato di più chi sono oggi.

Cos’altro ti porti dietro da Verbania?

AT: Le colline. Per un periodo ho vissuto in questa casa costruita dal mio bisnonno, dove ho passato praticamente tutte le estati. Tra boschi, cavalli e capre.

Un po’ ti capisco perché anche io mi sono trasferito a Milano ma sono cresciuto  nel bel mezzo di un bosco, in aperta campagna, a quaranta minuti da Roma. Talvolta sento il conflitto tra il contatto diretto con la natura e questo contesto che è una nuova casa completamente agli antipodi rispetto alle mie radici. Come se convivessero due anime dentro di me, ma entrambe funzionali per la mia crescita. Mi spiego?

AT: Ti racconto un episodio: una figura estremamente importante nella mia crescita è stata mia nonna che a Verbania viveva in questa casa con orto, giardino, e animali dove ho passato tutta la mia infanzia. Lei ha coltivato molto questa parte di me. Un po’ di anni fa sono riuscito a farla venire a Milano per andare insieme ad Orticola, la fiera al parco Palestro. Mi ricordo che quando se ne andò mi disse: Andrea, ero così preoccupata di vederti a Milano, in mezzo al cemento e lo smog. E invece sono contenta di vedere che sei riuscito a trovarti il tuo spazio, fatto di natura e verde, anche qui. Questo per dire che Milano ha i suoi difetti, indubbiamente. Ma è anche una città con tantissime aree verdi. Basta pensare ai Navigli, che sono corridoi ecologici pieni di vita, che permettono ad un sacco di animali e piante di percorrere la città. Nella mia prima casa avevo un balcone che era diventato una giungla, e da quando vivo da solo piante e animali non sono mai mancati. Anche ora che con il mio compagno viviamo in una casa con giardino, l’abbiamo reso un po’ un’oasi di biodiversità, a soli due passi da piazzale Loreto.

Cosa sanno gli animali che noi non sappiamo?

AT: Mi ci interrogo parecchio. Qui ho galline in giardino, un fagiano, un’iguana, un drago barbuto, e tanti acquari intorno a me. Ma sono tutti animali che tendo a trattare come animali, ovvero confidenti dell’ambiente, e non peluche dipendenti da me. Proprio perché mi piace osservarli in un ambiente non naturale nei loro comportamenti istintivi, senza influenza o attaccamento nei miei confronti. Nelle ultime due settimane è passato anche uno sparviero. Talvolta ci sono pappagalli, scriccioli, fringuelli. D’estate arrivano gechi, pipistrelli, e, qualche estate fa, pure i rospi. Io li guardo interagire tra di loro, e mi domando sempre: che si dicono? Che gli passa per la testa? Se avessi un superpotere, mi piacerebbe sapere cosa pensano di noi le galline, con quella loro gerarchia rigidissima. Ma per ora mi limito ad essere il più accogliente possibile con tutti loro.

 

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Anche nelle tue illustrazioni sono onnipresenti gli animali. O scomoderei la parola “creature”. Se quando raffiguriamo gli esseri umani entrano in gioco una valanga di implicazioni – tra etnia, identità di genere, classe sociale o corpo –a me sembra che nel mondo delle creature c’è più libertà nel cogliere diversità e sfumature dello stare al mondo. È così anche per te?

AT: Sì, oltre al fatto che disegnare le figure umane a me annoia a morte. Se proprio dovessi farlo, disegnerei figure femminili, perché per me la bellezza è femminile. O preferirei concentrarmi su dettagli come mani, occhi, labbra, ma non figure intere. Al contrario, il mondo animale e vegetale è per me una riserva infinita. Spesso mi piace raffigurare anche chimere, o creature legate a mondi fantastici. Se disegno animali esistenti, cerco sempre di farlo con ricerca senza limitarmi a cani e gatti. Anche se poi anche lì ci sono una valanga di razze diverse e sconosciute, che magari prima o poi approfondirò. Penso che ogni specie e regno si portino dietro una serie di caratteristiche sia biologiche, sia culturali, che secondo me caricano tantissimo di significato i miei disegni. Ogni volta che scelgo un animale o un fiore cerco di scoprire i mondi che ci sono dietro. Che sia la provenienza, i comportamenti, o semplicemente la loro storia.

Di notte vai ancora a coltivare le camelie?

AT: No, risale ad un periodo della mia vita dove non dormivo, guardavo film a ripetizione, fumavo di continuo, e sì, coltivavo anche camelie. È sempre un’eredità di Verbania, famosa terra di camelie, azalee, e rododendri. Le camelie continuo a coltivarle, più di prima – ne ho il giardino pieno – solo non le coltivo più la notte. Ho voluto comunque lasciare quella fase nella mia biografia, perché ogni volta che la leggo mi riporta alla mente quel periodo. Mi piace tenerne traccia, perché se non ci fosse stato quell’era senza sonno, oggi non sarei quello che sono.

Ora che fai la notte?

AT: Dormo, e con molto piacere. Anche se tutte le mattine mi sveglio prestissimo per sistemare tutti gli abitanti della casa. Mi piace molto svegliarmi con il mondo, perché con l’alba sono più produttivo.

 

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Tornando al tuo lavoro. Pensi che oggi la moda abbia un ruolo importante nelle nostre vite o sia diventato un contenitore vuoto?

AT: Secondo me un contenitore vuoto non lo è mai. Bisognerebbe anche capire meglio cosa intendiamo per moda: se i vestiti che indossiamo o le sfilate o qualcosa che comprende sia quello che vesti che tutta una serie di altri aspetti. Ci sono tantissime definizioni di ‘moda’ e delimitarle dentro  un recinto penso sia molto difficile. Ma proprio per questo penso non possa essere vuoto, perché il campo d’azione è così grande che qualcosa dentro ci finisce e si carica inevitabilmente di significati. Anche il tuo modo di vestire è in qualche modo una dichiarazione d’intenti. Pure se non ci pensiamo,  stiamo prendendo una posizione o mandando un messaggio. Basterebbe guardare i propri armadi rispetto a cinque anni fa per capire quanto cambiamento portano con sé.

E che ruolo ha nella tua quotidianità?

AT: Non lo so, ma ti dico che banalmente nel quartiere sono riconosciuto come quello che va in giro a maniche corte e pantaloncini anche d’inverno. Quello sarà moda? Boh, io lo faccio solo perché mi fa stare comodo e non me ne frega niente. È una dichiarazione d’intenti volontaria? No, è solo essere a mio agio con me stesso.  Stesso vale per i miei capelli rosa a quarant’anni, o per lo smalto alle unghie che non mi metto più perché non ho sbatti e facendo lavoro un manuale o coltivando la terra in giardino, mi durano dall’alba al tramonto

Sì, ho scomodato la parola ‘moda’ ma alla fine è solo espressione di sé. Per influenze esterne ci viene da pensare che anche questo debba avere per forza un ruolo o un significato, quando magari vuoi banalmente solo lo smalto o i capelli rosa. 

AT: Forse il ruolo è semplicemente stare bene con sé stessə. E anche soltanto quello non è affatto scontato.

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