L’atlante di Michele Bravi, tra poesie e pornostar – l’intervista

L'artista ci ha raccontato di un nuovo album fatto di mondi immaginifici, gli istinti degli animali, e le figure di merda con Carla Bruni.

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Michele Bravi ritratto da Mauro Balletti per 'Tu cosa vedi quando chiudi gli occhi?'
Michele Bravi ritratto da Mauro Balletti per 'Tu cosa vedi quando chiudi gli occhi?'
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Michele Bravi riesce in due atti di grande vulnerabilità: parlare per quasi un’ora davanti una sala piena di giornalisti all’ascolto con una perfetta gestione delle pause tra una parola e l’altra, e farci ascoltare in anteprima alcuni pezzi del suo nuovo album, rompendo la parete immaginaria tra ascoltatore e artista. Più che una conferenza stampa, sembra un invito cordiale nella sua testa: non avverti l’urgenza di piacere, ma lo spontaneo entusiasmo di qualcuno che ha lavorato per tanto tempo a qualcosa di bello, e muore dalla voglia di raccontartelo.

Il suo quarto album Tu cosa vedi quando chiudi gli occhi  sbarcherà ovunque questo venerdì 12 Aprile a quattro anni di distanza da  La Geografia del Buio. Dopo quell’album, uscito nel 2021, l’ispirazione sembrava bloccata. Poi un giorno si è imbattuto in La via dell’artista, libro di Julia Cameron che attraverso un percorso di dodici settimane permette al lettore di riconnettersi con il proprio artista interiore: una sorta di “contratto con te stesso” lo descrive Bravi, dove il tuo capo è “un’artista che devi convincere a far tornare in ufficio”.

 

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Alla fine il corso non l’ha più terminato, ma ha sbloccato in lui la volontà di giocare di nuovo, prima di tutto con la scrittura. Ogni canzone è un gioco di domande impossibili: come sarebbe svegliarsi nel futuro o nudi in mezzo alla Preistoria? Se sbarcassimo per la prima volta sulla Luna? Se invecchiassimo in epoche passate, nascessimo un’altra volta? Se nei precedenti album cercava di ‘cristalizzare la vita’, stavolta Bravi prende libera ispirazione dai testi di Oliver Sacks per riscrivere “un’impressione della realtà” fatta di sinestesie (lo chiama: un album bianco come la tela del pittore), metafore che non hanno senso se le leggi ad alta voce  ma che tra “le pennellate dell’astrazione” rievocano quadri incredibili (a partire dalla cover dell’album realizzata da Mauro Balletti, stesso sguardo dietro le più iconiche copertine di Mina).

Un viaggio diviso in tre capitoli: lo sguardo (cosa vorremmo vedere con gli altri), l’immagine (cosa vediamo degli altri), e l’iride (cosa cerchiamo di non far vedere agli altri) dove Bravi non vuole raccontare né la sua né la nostra storia, ma chiederci: che cosa hai visto quando l’hai vissuta? Dodici canzoni tutte scritte da lui (salvo ‘se ti avessi conosciuto prima’ che vede la penna di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro) che alternano dichiarazioni d’amore sfacciatamente cinematografiche a compagni che sbagliano i congiuntivi, l’ironia decadente del macchiettismo italiano, il malumore di notti francesi (in compagnia di Carla Bruni) e quella carnalità che genera sporchissime poesie. Come ha scritto sulla lavagnetta di casa sua: un po’ poetessa, un po’ pornostar.

Nonostante io sia del Gemelli (a detta sua: i peggiori manipolatori in circolazione), ne ha parlato un po’ anche con me.

La cover di quest’album conferma la mia personale teoria che gli album con i cani in copertina sono belli..

MB: Ma guarda in quel momento sembra un angelo, ma quel cane lì in realtà è un demonio che mi ha distrutto casa. Credo che Mauro sia riuscito a cogliere una frazione di secondo, perché nel resto delle foto c’è lui che mi salta addosso e lecca la testa. Però è una magia anche quella. Poi io ho un attaccamento fortissimo agli animali e raccontano sempre un momento della mia vita. Osservarli mi piace tantissimo perché amo capire i loro istinti. Ora, ad esempio, ho una collezione di lumache..

Okay. Vorrei saperne di più, indipendentemente dalle domande che ho preparato.

MB: La prima che è arrivata a casa si chiama Mariagrazia. Ora hanno fatto tanti figli fatico a riconoscerli  tra di loro, ma mi fisso a vedere come la lumaca vive il tempo. Pacata, lentissima, però se ti giri un secondo è già arrivata dall’altra parte. Non capisci bene come funziona il suo mondo, e per questo mi affascina.

Le invidio molto. Cosa si prova dentro un quadro di Mauro Balletti?

MB: Per me era un sogno lavorare con lui. Un po’ perché sono cresciuto guardando Mina, con un rispetto completo per tutto il suo immaginario estetico e la provocazione che lei portava. Sapere che adesso questo disco porta lo sguardo di Mauro che ha dato concretezza a quell’immaginario, è una cosa incredibile. Lui è una persona meravigliosa, tra i creativi più belli con cui ho mai lavorato. L’immagine è religione per lui, un po’ come per me il trattamento della parola. Vedere quanta arte ci sia nel suo pensiero ed essere quel corpo rappresentato da lui per me è stato un regalo grandissimo. Era da tanto che speravo che un mio disco potesse diventare un porto per più artisti, e il fatto che in un’unica immagine si incontrano Mauro Balletti e la mia musica è davvero bello.

 

 

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Hai definito quest’album “un percorso tra le linee nitide del reale e le pennellate astratte della metafora”. Ti senti più al sicuro nelle metafore?

MB: Totalmente ma perché riesco a spiegare tante cose che altrimenti non riuscirei a spiegare. Tante metafore le faccio nella mia testa per capire cosa sto vivendo, è l’unico modo che ho per verbalizzare certe connessioni e legami che non saprei dire. La parola, al di là che diventi musica o meno, è l’unico modo che ho per comunicare con gli altri e con me stesso. Non ho una mente visiva per cui le immagini appaiono e mi spiegano le cose, e sento che la parola abbia un tono emotivo quanto evocativo. È qualcosa che non riesco a togliermi.

Parlando di cose più serie, hai esaudito il sogno di quella realtà virtuale che io chiamo ‘gay twitter’: duettare con Carla Bruni. Ci dici qualcosa su di lei che noi comuni mortali non possiamo sapere?

MB: Posso dirti se vuoi una figura di merda che ho fatto..

Ti prego, sì.

MB: Io ero molto emozionato, perché per me Carla è una storia. Lei parla apertamente di tutte le sue vite, e hai dei racconti che fatichi a pensare siano tutti collegati ad una sola persona. È veramente molto carina e quel giorno mi ha riempito di complimenti che a me, in generale, imbarazzano tantissimo. Sono una di quelle persone che alla festa di compleanno quando ti cantano ‘tanti auguri’ vuole morire, per farti capire un po’ il mio approccio alla cosa. All’ennesimo complimento mi dice: come canti bene. Sai qual è stata la mia risposta? Ho una malformazione alle corde vocali. Io in quel momento pensavo fosse un modo per giustificare la timbrica che ho, però credo non fosse carino da dire.

E lei come ha reagito?

MB: È stata molto carina. Mi fa: beh, allora tienila questa malformazione. Però mi son reso conto di aver creato un po’ d’imbarazzo, non tanto tra me e lei ma tra tutte le persone lì intorno che si chiedevano: perché stiamo parlando di malformazioni adesso? 

Trovo comunque iconico.

MB: Tu dici? Io credo sia più bizzarro che iconico.

Però almeno se lo ricorda.

MB: Io spero che l’abbia dimenticato e si sia ricordata altro.

 

In questi giorni penso a quello che ha detto Michaela Coel quando ha vinto un Emmy nel 2021: ‘Scrivete una storia che vi spaventa. Che vi faccia sentire incerti e che non sia confortevole’. Per te scrivere quest’album è stato così?

MB: In generale scrivere è sempre una cosa che odio da morire. Ogni volta che presento un disco sembra che abbia una passione per la scrittura, ma in realtà lo detesto. Mi piace sentire la cosa scritta, ma non scriverla. Quando scrivi, volente o nolente, devi rimescolare cose di te stesso che non sempre ti piace rimescolare. Lascia perdere che le scrivi in una forma più sublimata e chi ascolta magari non capisce quanto privato ci sia lì dentro, però tu quando le scrivi ce l’hai in testa. Scrivere è un lavoro piacevole solo quando è concluso. Quando arriva la cristallizzazione è stupendo, ma il processo per cristallizzarlo è tanto tanto poco confortevole. Devi scegliere il momento, affrontarlo se non ti piace, lavorarlo e per me non è mai particolarmente piacevole. È piacevole quando trova una forma e una dimensione. L’ho percepito in tutti i miei dischi, e forse è per questo che sono lento a scriverli. Quando inizio sono un fiume in piena, ma mi ci vuole più tempo ad iniziare a farlo: perché fondamentalmente non mi piace e devo toccare robe che non mi piacciono. Poi però quando succede capisci perché lo fai.

Ti è mai capitato di scrivere e chiederti se pubblicarlo o no?

MB: Sempre. Ci metto più a scegliere quali canzoni pubblicare piuttosto che a scriverle. Quando le ho scritte per me è difficile stabilire una paternità così estrema, e anche oggi quando ascolto il disco non mi ricordo di averlo scritto io. Non so se forse è un meccanismo autodifensivo.

E in termini di vulnerabilità? Hai paura di sentirti troppo nudo davanti agli altri?

MB: In quello sono più spudorato. Non ho paura della nudità, ho più paura dell’incomprensione e che venga trattato male.

Che farai questo giovedì allo scoccare della mezzanotte?

MB: Pensa.. sarò a registrare la puntata di Amici di sabato prossimo.

Quindi nemmeno ci pensi all’album appena uscito..

MB: Niente. Forse dentro di me ad un certo punto avrò un sussulto e metterò una sveglia da qualche parte.

Non fai mai nessun rituale prima dell’uscita?

MB: Sai che no? Però forse lo farò questa volta. È un periodo della mia vita dove mi piace soffermarmi sui momenti. Sarà un rituale per modo di dire perché sarà spostato nel tempo: festeggerò alle due di notte, invece che a mezzanotte. Non voglio andarmelo a ricercare, ma in quel momento farò qualcosa. Non so ancora cosa, ma sono sicuro ci sarà.

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