La foto di una storia gay vince il World Press Photo

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L'autore è un giovane fotografo italiano, Mattia Insolera, che a Barcellona ha imparato a conoscere e raccontare il mondo gay. Le sue foto sono pubblicate in tutto il...

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Una bambina che guarda con occhio furbetto nello specchio il papà che si sistema la cravatta, chiaramente compiaciuta per il suo nuovo vestitino elegante che sta per sfoggiare con gli ospiti. Cosa c’è di più naturale di questo? Beh, se la bambina in questione è anche figlia di un altro uomo, legalmente, e se questi due uomini stanno preparandosi per andarsi a sposare a Barcellona dopo che la California ha cancellato con un tratto di penna il loro precedente matrimonio, la foto diventa l’emblema di una battaglia di civiltà. E vince il secondo premio della categoria "vita quotidiana" del World Press Photo 2009, il più famoso premio fotografico del mondo.

La foto coglie un momento di intimità, si tratta chiaramente di un bagno, e di dolcezza ed è particolarmente efficace per il suo gioco di specchi. Mattia Insolera dell’agenzia Grazia Neri, il giovane fotografo italiano di 31 anni che l’ha scattata, è orgoglioso del suo lavoro ed emozionato per questo riconoscimento, che gli è arrivato dopo che ha lasciato la sua Bologna un anno e mezzo fa.

"Quando sono arrivato a Barcellona, mi ero riproposto di raccontare delle storie su questo paese che mettessero in evidenza il suo dinamismo sociale, la sua vivacità".

Come hai iniziato a occuparti di gay?

Il mio progetto iniziale, che era nato nell’ambito del corso di fotogiornalismo dell’università autonoma di Barcellona, era quello di concentrarsi sul mercato gay. In fondo mi sembrava un modo laico di affrontare un tema socialmente rilevante: l’Italia con la sua chiusura e la sua ipocrisia rischia di perdere una fetta spendacciona e concentrata di mercato.

Nelle città d’arte, anche se sotterraneo, un po’ di mercato gay c’è.

A dire il vero, secondo quanto mi spiegò Carlos de Cires , un grande attivista e animatore del turismo gay, morto proprio l’anno scorso, i racconti dei turisti omosessuali in Italia che si trovano nei blog e nelle pagine web specializzati sono terrificanti, di gente discriminata e aggredita. In ogni caso, è ormai risaputo che i turisti gay in media spendono circa il 30% in più degli altri: sarà anche una nicchia piccola, ma non mi pare proprio che l’Italia possa permettersi il lusso di perderli.

Ma tu non ti sei fermato al business.Quello era solo il primo passo. Il grande tema successivo che ho seguito e documentato è quello, assai più politico, della polizia gay. Qui a Barcellona esiste una associazione di poliziotti gay che l’anno scorso ha anche organizzato l’incontro europeo di tutte le associazioni di poliziotti gay. È raccontando tutto questo che si comprende come qui si viva una dimensione diversa dei diritti civili e del concetto di cittadinanza inclusiva. Poi è venuto il racconto dello sport e dello svago, con gli Eurogames, ancora una volta in questa città accogliente, e con il Gay Circus.

Ma è la dimensione privata quella che ha avuto più successo.

Già. La storia di Will, U.B. e Stassa è piaciuta molto, è stata pubblicata in Spagna, Italia, Messico, Inghilterra, Stati Uniti. E una delle dodici foto del reportage ha vinto un premio che è il sogno di ogni fotografo.

Il bello di questa foto è che è complice, ma è innocente. Sembra proprio dire: che c’è di male?

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È così. Un conto è parlare in termini generici di diritti civili e di libertà, un conto è vederlo coi tuoi occhi, o con quelli del fotografo. È solo con la storia di una coppia determinata, di una vera bambina, tra l’altro molto fotogenica, che trasmetti un messaggio forte. Che è quello che in questo paese l’opzione sessuale non è più importante, che tutti possono vivere come vogliono. Che per crescere un bambino conta chi gli vuole bene, e non il sesso di chi lo cresce. Per una buona fetta dei lettori occidentali – lasciamo perdere gli altri – vedere l’immagine di due padri e soprattutto di una figlia è molto traumatizzante. Anche per le persone meglio disposte: l’ho provato sulla mia pelle. Basta leggere i commenti che hanno fatto i lettori.

Inseguendo i gay nei bar, per le strade, durante le diverse manifestazioni, ti sei mai sentito discriminato come etero?

Non mi è mai successo. E neppure che mi toccassero, magari per scherzo. Non è che mi avrebbe dato particolarmente fastidio, ma spesso fra gli etero si fanno allusioni pesanti su quello che ti potrebbe capitare in mezzo a un gruppo di omosessuali. E invece succede quello che succede in qualsiasi posto: se vuoi scherzare, scherzi, altrimenti fai il tuo lavoro. Certo, generava una certa curiosità, ma era sempre con un senso di piacevole sorpresa: ‘finalmente non siamo solo noi a parlarci addosso’, insomma. Ma il mio mestiere è quello di mettersi nella vita degli altri, deragliare dal proprio binario di vita. Altrimenti non si scopre un bel niente: se devo parlare della montagna imparo tutto sullo sci anche se a me piace il mare.

E ci sei entrato così bene nella vita dei gay che ti hanno finanziato anche un altro progetto.

La città di Girona e l’Inspai, il centro per l’immagine della città, ha conferito a me e Catalina Gayà, la giornalista con cui sto collaborando, un premio per il progetto Rainbow Country, la cui idea è quella di ritrarre la vita quotidiana e l’interazione sociale delle famiglie omoparentali di diversa estrazione sociale e con diverse caratteristiche.

Ma secondo te quali sono stati le chiavi del tuo successo a Barcellona?

Innanzitutto, nessuno è profeta in patria. Neppure se l’Italia fosse la terra delle opportunità avrei avuto lo sguardo disincantato del forestiero. E poi la Spagna è stranamente poco coperta: della mia agenzia ci sono io. Infine, e questo non è un problema da poco, qui le redazioni dei giornali sono meno arroccate, i castelli sono meno kafkiani. Per me è stato molto più semplice pubblicare qui che in Italia.

di Luca Tancredi Barone

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