Wonder Woman, amore mio

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I perché di un'icona gay assoluta.

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Non so se tutti i gay da piccoli sono affascinati dal girl power. Io da bambino lo sono stato. Tutto il femminile mi ammaliava, ma le super eroine in particolare. Sono cresciuto, da questo punto di vista, in un’età dell’oro. Ho goduto della coda degli anni ’80 e di tutto il bendidìo degli anni ’90. Soprattutto bazzicando sulle emittenti televisive locali, molto del mio immaginario è stato modellato dalle eroine, delle serie animate e non, che giravano sui circuiti dell’epoca.

Tra le tante icone della mia infanzia queer, Wonder Woman ha un posto tutto speciale nel mio cuore. Non ho mai letto i fumetti e non conosco neanche bene la sua biografia ufficiale. L’ho conosciuta essenzialmente per il telefilm con Lynda Carter. Così anni ’80, così mio. Mia nonna mi registrava le puntate su vhs e io le guardavo e riguardavo, in loop. Ero incantato, rapito. Mentre la contemplavo, la imitavo saltando su e giù dal divano, in sincro con quel che faceva lei. La mia realtà era già aumentata. Avevo anche una bambolina di Wonder Womand. Un’action figure, tecnicamente.

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Ho amato tutto di lei. Amavo Diana Prince, l’agente della CIA dai mille outfit diversi con cui Wonder Woman celava la sua identità agli umani. Una tipa laconica, un po’ altera. Coda alta, coda bassa, di lato, treccia. Occhialoni di varie fogge e misure, stivali, borselli e borsette. Amavo la trasformazione, quell’appartarsi al momento del bisogno, in angoli, cabine, sottoscala, per vorticare su se stessa e con l’esplosione switchare in Wonder Woman, la valchiriona poco vestita che poi, solo molto più tardi, ho scoperto essere un’amazzone, proveniente da un’isola paradisiaca dedita al matriarcato.

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Amavo tantissimo quel costume che rielaborava la bandiera Usa, che ho disegnato e ridisegnato migliaia di volte quando ero piccolo. E che avrei voluto tantissimo indossare a carnevale, ma i bambini gay, si sa, spesso non posso essere felici davvero. Quel costume meraviglioso era super accessoriato, solo a ripensarci mi risale l’euforia. La fascia metallica sulla fronte che diventava boomerang, il corsetto rosso e dorato, gli shorts blu stellati, i bracciali d’oro che paravano i proiettili, il lazo che acciuffava la gente, ma se cinto attorno al capo di qualcuno lo costringeva a dire la verità. E poi i balzi prodigiosi, la forza erculea, i riflessi sovrannaturali. Indimenticabile la variante a sorpresa: quando c’era da nuotare Diana girava più a lungo durante la trasformazione e boom il costume era diverso, una tuta subacquea, barocca, eccessiva. E che importava se le incursioni marine di Wonder Woman erano palesemente girate in piscina, di certo all’epoca non me ne accorgevo.

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Ancora adesso quando vedo una Wonder Woman in giro da qualche parte, mi si ferma un attimo il respiro. Anche se poi, nel tempo, crescendo, l’ho vista associata a un sacco di robe un bel po’ tamarre. Su t-shirt improbabili, ad esempio, ovviamente sempre alle donne o a qualche ragazzetto con poco stile.

A ripensarci ora Wonder Woman mi piaceva così tanto perché raccontava magnificamente la fluidità di genere. La commistione libera tra femminilità e forza. Una donna forte come un uomo, e anzi spesso di più, ma colorata, magica, erotica. Un simbolo potente, meraviglioso, esplosivo che, ai miei occhi di bambino sospeso tra maschile e femminile, assumeva un’aura ancor più speciale.

Oggi pare che Lynda Carter festeggi 65 anni mentre quest’anno Wonder Woman ne compie ben 75 quindi auguri, amore mio.

Jonathan Bazzi

 

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