“Se Sanremo non temesse le novità, supererebbe X-Factor”

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Abbiamo incontrato Luca Carboni a poche settimane dell'uscita del suo nuovo album dedicato ai grandi della musica italiana. Ma ecco cosa ci ha detto su gay, reality e...

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‘Musiche ribelli’, così s’intitola il nuovo album di Luca Carboni, un omaggio che il cantautore bolognese fa alla canzone d’autore degli anni ’70, ai ribelli della musica di quell’epoca: Lolli, De Gregori, Dalla, Bennato, Bertoli, Jannacci, Battiato, Finardi, Guccini. "È indubbio – spiega Carboni – che questi cantautori siano ancora il punto di partenza e di riferimento, per molte generazioni a venire, di chi sente l’esigenza di lavorare sul magico incontro tra la musica e la parola. Mi piaceva l’idea, in questo momento storico, di recuperare alcuni di questi piccoli grandi racconti, che erano a quel tempo segnali di disturbo, provocazioni, ribellioni, trasgressioni, intuizioni. Scoprire che hanno conservato intatta la loro forza, la loro potenza". 

 

Luca, su che basi hai scelto le canzoni di questo tuo nuovo album?

Volevo fare un omaggio a certi autori che ritengo siano voci familiari, che sono entrati a casa mia e dentro il mio cuore e la mia testa quando ero bambino perché li ascoltavano i miei fratelli più grandi col giradischi o il mangianastri. Sono tutti brani che ho amato tantissimo, prima ancora di poterne capire i testi. Inoltre, c’era in me la voglia di mostrare quanto siano ancora attuali certi temi. Anzi, quelle canzoni riviste adesso, e sganciate da quel mondo di tensione politica in cui erano nate, sono ancora molto forti.

De Gregori è presente con ben due brani, come mai?

Io sono un ‘degregoriano’, lui è stato per me un grande punto di riferimento nella scrittura, e ho voluto sottolinearlo con la scelta di mettere due brani. Ci sarebbero stati anche altri autori che avrei voluto citare: Paolo Conte, Antonello Venditti, Pino Daniele, Fabrizio De Andrè. Di quest’ultimo avevo fatto una versione di ‘Via del campo’, ma non mi convinceva molto come l’avevo cantata e quindi non l’ho inserita nel cd. Mi sono reso conto di quanto sia difficile cantare le sue canzoni senza la sua voce. Di Pino Daniele avrei voluto mettere ‘Je so’ pazzo’ ma c’era un problema tecnico: non sono capace di cantare in napoletano!

 

Qual è stata la canzone più difficile da interpretare?

‘Vincenzina e la fabbrica’ di Jannacci, solo Mina (nell’album ‘Mina quasi Jannacci’ ndr) aveva osato fare una cover di questo brano così difficile, nato come colonna sonora del film ‘Romanzo popolare’ di Monicelli. Ne avevo il terrore, ma in realtà adesso è una di quelle di cui sono più soddisfatto. Era quella più lontana da me, così come ‘Up patriots to arm’ di Battiato. Quest’ultimo non è il classico cantautore degli anni ’70, ma ho voluto inserirlo perché rappresenta un po’ il ponte tra i ’70 e gli ’80, ha traghettato il nuovo modo di fare musica, influenzando in parte quindi anche la mia.

Un tuo pensiero sulla canzone d’autore di oggi, chi ne sono i migliori esponenti?

La canzone d’autore ha dato talmente tanto negli anni ’70 che nel decennio successivo sembrava fosse già stanca o si fosse esaurita. In realtà non era così. Erano i discografici dell’epoca che pensavano che non fosse più il momento di mettere sotto contratto i cantautori, quindi c’è stato un enorme buco. Io ho avuto la fortuna di poter firmare un contratto nel 1983, ma a quel tempo nelle case discografiche si cercavano altri tipi di artisti, vedi Scialpi o altri che avessero un look dirompente, oppure si privilegiavano  le voci, le band, le canzoni in inglese. Da poco siamo ritornati un po’ ai contenuti, subito dopo il rap, che comunque ne aveva. L’evoluzione della canzone d’autore si è riaperta alla fine degli anni ’90, con l’arrivo di Max Gazzè della scuola romana e di Samuele Bersani a Bologna. In questo momento di crisi di mercato la cosa è ancora più difficile, cantautori nuovi giovanissimi non ne conosco, della generazione dopo la mia citerei Carmen Consoli, la prima cantautrice donna, dopo la Nannini.

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Cosa pensi dei reality musicali come X Factor, ritieni che siano un buon mezzo di promuovere la musica?

Non amo e non guardo molto la televisione, però ritengo che ci siano anche altri modi per venir fuori. Giusy Ferreri ha avuto una buona opportunità ad esempio, ma lei era già un’artista che si muoveva e cercava di farsi conoscere da tempo, io stesso avevo ricevuto delle sue cassette. Non voglio snobbare il mezzo, ma non amo molto che nel meccanismo televisivo fanno audience solo le canzoni conosciute, preferirei un X Factor con tutti pezzi inediti. Questo ruolo teoricamente spetta al Festival di Sanremo, ma anche quest’ultimo ormai ha troppi vincoli, sembra che si abbia paura delle novità perché pare che il fruitore medio voglia delle certezze.

Tu sei di Bologna, città di Grillini e della sede storica dell’Arcigay nazionale, un pensiero sul movimento gay in Italia, in qualche modo ti ha mai sfiorato, interessato, coinvolto?

Chiaramente ho molti amici del giro Cassero e situazioni classiche che a Bologna sono molto sentite e che con le loro battaglie hanno dato molto, soprattutto negli anni passati. Da parte mia c’è un gran rispetto e una grande vicinanza, il discorso è un po’ lungo e complesso. Posso riassumere dicendo che ci deve essere da parte di tutti il rispetto di questa comunità, che però a volte vorrei più seria nelle sue manifestazioni. Talvolta ci sono degli eccessi che non mi piacciono nell’affermare le proprie rivendicazioni, e qui parlo in generale, non mi riferisco solo ai gay.

Matrimoni gay?

Bisogna che ci sia un riconoscimento delle coppie di fatto, se c’è una relazione di un certo tipo deve essere riconosciuta, questo sì. Però sono contrario alle adozioni, in questo trovo una contraddizione.

Un tuo saluto ai nostri lettori?

Dato che tuttosommato siamo ancora all’inizio del 2009, a tutti gli amici di gay.it auguro un grande anno, con tanta fortuna e gioia!

Ecco tutte le tappe del tour italiano di Luca Carboni:

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