LESBOMAMME E TECNOTORTURE

Cannes 2002: Frances McDormand nella commedia bisex "Laurel Canyon". Isabelle Huppert gemella lesbica e violenta, Beatrice Dalle tra i gay, Connie Nielsen fetish.

CANNES – E’ l’ora delle lesbomamme. Dopo il successo al Togay di ‘A mi madre las gustan las mujeres‘ e la mamma saffica islandese di ‘101 Trasgressioni‘ anche Cannes 2002 si adegua a questo personaggio finora trascurato da sceneggiatori poco attenti alle combinatorie sessuali.

Nell’applauditissima e divertente commedia presentata alla Quindicina dei Registi ‘Laurel Canyon‘ (foto) della regista lesbica americana Lisa Cholodenko (‘High Art‘) il ruolo della protagonista è affidato intelligentemente alla strepitosa attrice americana premio Oscar per ‘Fargo‘ Frances McDormand, moglie del regista Joel Coen, presente in sala, biondiccia, un po’ invecchiata e salutata alla fine del film con una sfrenata standing ovation del pubblico. Il boscoso Laurel Canyon è dove abita Jane, una mamma hippy bisex compositrice di rock che si trova a ospitare il benpensante figlio psichiatra Sam (il tenebroso Christiane Bale di ‘American Psycho‘) e la sua fidanzata Alex (Kate Beckinsale), studentessa a modino di genetica molecolare. In casa staziona permanentemente, tra creative sedute in studio e movimentati party alla mescalina, una composita comune di rockettari tra cui l’amante della madre Ian – il bellissimo Alessandro Nivola, dal vivo ancora più fascinoso – con l’hobby di star nudo in piscina. Durante una di queste feste ci scappa un umido triangolo tra mamma, amante e fidanzata del figlio: seguiranno pentimenti, rivelazioni, rivalse. Nel frattempo lo psichiatra tradito dalla sua stessa madre verrà sedotto da una bellissima collega israeliana (Natasha McElhone). Gran divertimento e finezze recitative per un film dal cast assolutamente rilevante che potrebbe portarlo dritto dritto nelle sale italiane anche grazie alla formidabile interpretazione della McDormand (impagabili il suo sguardo dolente e la sua provocante alternatività un po’ offuscata dal tempo).

Nel bislacco e surreale ‘Deux‘ (Due) di Werner Schroeter l’eccelsa Isabelle Huppert, una delle massime attrici viventi, doppia Palma d’Oro a Cannes per ‘Violette Nozière‘ e ‘La pianista‘, al suo terzo film col regista tedesco dopo ‘Malina‘ tratto un romanzo della bravissima scrittrice austriaca Elfriede Jelinek e l’operistico ‘Poussières d’amour‘, sembra fare il verso ai suoi consueti ruoli di complessata nevrotica portando sullo schermo il doppio ruolo di due gemelle separate alla nascita la cui madre innamorata degli uomini in divisa – canta in continuazione ‘J’aime les militaires‘ – viene uccisa da un serial killer che lascia sempre un fiore sui cadaveri martoriati. Una delle gemelle è dichiaratamente lesbica e in una tenera scena d’amore rotola sul letto con l’amata scambiandosi baci alla nicotina mentre fuma una sigaretta.

La Huppert non si risparmia scene in cui viene stuprata da un nero, schiaffeggiata, morsa da una volpe e ridotta a bere il vomito della sorella morente ma il tono è talmente grottesco e sopra le righe che più di una volta ha strappato risate convulse tra il pubblico. "Non mi sono ispirato ai surrealisti figurativi e comunque uno dei miei pittori preferiti resta Klee" ha dichiarato il regista.

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Parlato in almeno quattro lingue diverse (francese, tedesco, italiano e portoghese) e giocato sulla difficoltà di comunicazione tra i personaggi e i ‘segni’ liberamente associati di interpretazione psicanalitica, è un’opera un po’ datata su edipi non risolti e schizofrenie amorose che ricorda l’avanguardia teatrale anni ’70 ma come ha sostenuto la Huppert "è un film di corpi, non di parole, vuole trasmettere emozioni attraverso l’immagine". ‘Deux‘ è stato montato da Juliane Lorenz, l’ex moglie di Fassbinder che ha firmato l’editing di molti suoi film e che ha dichiarato a tal proposito: "non c’è alcuna differenza tra il lavoro svolto con Fassbinder e Schroeter. Entrambi mi hanno lasciato completa libertà al montaggio". Scena forte: un tappeto di corpi nudi da cui si staglia la Huppert in abiti militareschi mentre cinque maschi eccitati divorano sessualmente la madre. In un ruolo minore l’androgino Robinson Stévenin è l’innamorato non corrisposto della protagonista Magdalena che si suicida impiccandosi.

Il cupo, funereo ma interessante ‘Dix-sept fois Cécile Cassard‘ (Diciassette volte Cécile Cassard, foto sopra) presentato al Certain Régard, opera prima dello scrittore gay Christophe Honoré (foto), racconta la difficile elaborazione del lutto della trentenne Cécile – Béatrice Dalle, azzeccatissima – che vive a Tours col figlio piccolo dopo la morte improvvisa del marito (che nella prima scena del film appare nudo in un’immagine fantasmatica mentre si allontana dalla casa). Travolta dal dolore al punto di voler entrare letteralmente nella tomba col marito e terrorizzata dall’idea di poter nuocere al suo stesso figlio dopo un tentativo fallito di suicidio per annegamento, fugge a Tolosa dove conosce un gruppo di ragazzi gay tra cui Matthieu, un sensibile ragazzo riccioluto (il Romain Duris di ‘Gadjo Dilo‘) innamoratissimo del suo fidanzato ma che vuole fare un bambino con lei e riuscirà a strapparle finalmente un sorriso.

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Intimista e un po’ autocompiaciuta analisi in profondità attraverso 17 momenti di un’afflizione estrema sottolineata da un’affascinante fotografia livida e bluastra, è molto interessante nella prima parte (una discesa negli abissi di un’anima in lacerazione annunciata da immagini allarmanti quali un toro morto e sanguinante circondato da una crocchia di persone e l’espressione sfuggente del bambino quando la madre gli rivela che non vedrà più il padre) ma si perde un po’ in contemplazioni e stasi inespressive che lo rendono pesantemente uggioso. In una divertente scena che rappresenta uno dei pochi momenti di svago dei protagonisti, Romain Duris canta al femminile e in costume da bagno tirato su a mo’ di tanga la ‘Lola‘ del film di Jacques Demy.

Fischi misti ad applausi alla proiezione ufficiale dell’intrigante e controverso tecnothriller francese in concorso ‘Demonlover‘ (foto) di Olivier Assayas ambientato del mondo informatizzato e glaciale di due multinazionali che si contendono i diritti sui manga porno giapponesi, la Mangatronics e la Demonlover. Un’infiltrata insospettabile (la bellissima Connie Nielsen – foto sotto – de ‘Il gladiatore‘ che in sala sfoggiava un’inedita pettinatura platinata cortissima) avvelena una dirigente per farle rubare dei preziosi files e si sostituisce a lei ma viene scoperta dalla concorrenza e ricattata venendo costretta a farsi torturare ripresa da una telecamera per il sito fetish a pagamento ‘Fire From Hell‘. Regia modernissima e affascinante, con sofisticati raccordi e immagini splendide in cui si evidenzia l’automatismo freddo da progresso high-tech e la verosimiglianza delle immagini softporno ricreate digitalmente in 3D (come già si vedeva in ‘Thomas est amoureux‘) alternate alle agghiaccianti immagini di torture (reali) trasmette online. Una messa in scena elegante che potrebbe incantare la giuria ed entrare in toto-Palma. Peccato che sia però penalizzata da una sceneggiatura ipercomplessa con spiazzanti colpi di scena viziati da alcune illogiche incongruenze. Inquadratura finale assolutamente choc.

Di lesbico nel film c’è in realtà poco – un sottotesto seduttivo tra Chloe Savigny e Connie Nielsen con un casto bacio sulla bocca – ma ‘Demonlover‘ conferma la tendenza saffica molto trendy nel cinema contemporaneo da grande festival. E Cannes quest’anno è davvero blindatissimo (infinite code e controlli continui per accedere al Palais) e non a caso viene presentato qui il progetto del primo film sull’11 settembre che dovrebbe intitolarsi ‘11.9.01‘ e sarà un’opera collettiva composta da cortometraggi di autori internazionali tra cui il francese Claude Lelouch che chiude il festival con ‘E ora signore e signori‘.