Marina Mander: “L’omofobia è una questione di povertà di strumenti cognitivi ed emotivi”

Ne “L’età straniera” Marina Mander racconta la storia di Leo, adolescente milanese, e Florin, giovane immigrato che si prostituisce: con lei parliamo di famiglia, amore e omofobia.

E avrebbe incontrato un altro amore, se poi è contemplabile l’idea di un altro amore diverso ma uguale a quello che si incontra quando si incontra l’amore.

L’età straniera (Marsilio) è un bellissimo romanzo candidato alla scorsa edizione del premio Strega, che racconta con prosa torrenziale in prima persona la storia di Leo, un adolescente che vive a Milano con la mamma e il compagno di lei, un tassista con la passione per il tango, frequenta con profitto, benché non si impegni granché, il liceo classico, si fa qualche canna e di tanto in tanto vende un po’ d’erba, è vergine, e non è naturalmente l’accezione zodiacale del termine quella che più lo turba, non ha superato il trauma della scomparsa del padre e dalla sera alla mattina si ritrova in camera, nel letto accanto al suo, ospite ingombrante, Florin, un coetaneo straniero, rumeno, magrissimo, nemmeno bello, che non si capisce mai cosa pensi, tanto che Leo gli dà il nome di una delle tre scimmiette della celebre storiella, quelle che non vedono, non sentono e non parlano. Florin è la buona azione della madre di Leo, volontaria che aiuta i ragazzi che si vendono: Florin conosce il corpo e il valore che a esso si può dare, il suo potere, conosce il sesso. E per Leo tutto questo è una rivelazione, che insieme genera in lui repulsione e attrazione. Ne parliamo con l’autrice, Marina Mander.

L’adolescenza è la stagione della vita in cui ci si prepara a diventare adulti ma, non avendo esperienza, non sapendo letteralmente da dove cominciare, tutto, in primo luogo il nostro corpo, ci sembra estraneo: come si può affrontarla senza sentirsi sbagliati, soprattutto nei confronti di una società che sembra essere sempre più invidiosa, rabbiosa, egoista, cattiva, respingente, non inclusiva?

L’età straniera è un romanzo che pone molte domande attraverso la storia dei due protagonisti principali ed è forse questo il compito di scrive, farsi e fare domande, senza avere alcuna ricetta per la vita (chi ce l’ha davvero?). Così non so come si possa affrontare l’adolescenza senza fare i conti con i conflitti che essa comporta, anzi, è proprio dibattendosi in quei conflitti – la percezione di un corpo sbagliato o di una società sbagliata – che diventa possibile individuarsi nella propria singolarità, trovare la strada per accettarsi e accettare l’altro da noi. Dirsi che il mondo è cattivo non serve a molto, anche Leo lo capisce a poco a poco.

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Il padre di Leo è troppo geniale per il mondo che lo circonda, e la sua fragilità è la sua condanna: come si supera il trauma dell’abbandono?

Nasciamo abbandonati quando smettiamo di farci cullare dal liquido amniotico: è il primo pianto a dire che un bambino è vivo. La primaria grande paura di essere gettati nel mondo affiorerà altre volte nella vita. Ma è la vita stessa a venire in soccorso, sono le relazioni a essere salvifiche, non abbiamo altra scelta che cercare qualcuno che sappia, anche per poco, riprenderci per mano. Leo all’inizio è ancora immerso nel trauma abbandonico della morte del padre ma poi, come un agguato del caso, sarà l’improbabile incontro con Florin a permettergli di fare un passo avanti, fuori da se stesso.

 

La prostituzione maschile, specialmente, ed è forse paradossale, negli ultimi anni, pare avere in proporzione meno spazio in letteratura rispetto a quella femminile, ed è raccontata spesso, salvo rare eccezioni (penso, solo per fare un esempio recente, a certe pagine di Crocifisso Dentello), con accenti meramente torbidi; lei affronta il tema invece con profondità e delicatezza: che mondo è quello di Florin?

La prostituzione è un problema molto serio, la mercificazione del corpo comporta ferite profonde, affrontare l’argomento senza pescare nel torbido o accendere pruderie bigotte, è un dovere etico, innanzitutto, una forma di rispetto. Il mondo di Florin è quello della strada, del gruppo che si forma per appartenenza etnica, un mondo di fratelli abbandonati dai padri dove ci si arrangia come si può. È un mondo fatto di violenza ma anche di solidarietà, ed è quella che pur senza parole Florin esprime a Leo, perché Florin è innanzitutto un ragazzo, si è trovato a fare una vita che non corrisponde al suo sogno migratorio per mantenere i genitori, come spesso accade a uomini e donne, ma è un ragazzo che fa un mestiere. Florin è molte altre cose, oltre al lavoro che fa. Come tutti noi.

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Quella di Leo è certamente una famiglia: altrettanto sicuramente non lo è nell’accezione tradizionale. Ha ancora senso questa distinzione? E perché secondo lei molti si ostinano a propugnare come unico modello valido e ammissibile il proprio?

La famiglia è il luogo dove avviene, quando avviene, una trasmissione di affetto e conoscenza. Vorrei esistessero solo famiglie “trasmissionali”, non tradizionali, parola ormai svuotata dal suo significato originale – consegna di un patrimonio culturale attraverso il tempo e le generazioni –  diventata bandiera di una propaganda deteriore. Il modello unico è già indigesto quando si parla di tasse, figuriamoci nella vita.

 

Il rifiuto che abbiamo nei confronti di qualcosa o di qualcuno deriva sempre secondo lei da aspetti irrisolti della nostra personalità, rimozioni, repressioni, paure, frustrazioni? Da cosa nasce secondo lei, per esempio, l’omofobia?

Non sono sicura che la teoria junghiana dell’ombra sia sufficiente a spiegare l’omofobia o il rifiuto di ciò che viene percepito come diverso, credo piuttosto si tratti della necessità di trovare un nemico per difendere l’orticello, infestato dall’incapacità di assumersi la responsabilità del proprio essere umani rispetto ad altri esseri umani. L’omofobia è per me, in primis, una questione di povertà, una povertà che non ha a che fare col denaro ma con la penuria di strumenti cognitivi e emotivi.

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L’inferno sono gli altri, diceva Sartre: è proprio così?

Non sempre, siamo animali sociali e per quanto delusi, disillusi e amareggiati possiamo essere, credo ci sia sempre la possibilità dell’incontro con l’altro, qualcuno con cui fare un pezzo di strada.

 

Cosa direbbe a Leo se lo incontrasse per strada? E a Florin?

Direi a entrambi: siete due persone in gamba.

 

Si arriva a un momento nella vita in cui la propria età non è più straniera? Si giunge mai a conoscere davvero completamente sé e gli altri?

Credo sia impossibile arrivare alla completa conoscenza di sé, tantomeno a quella degli altri ed è proprio l’inconoscibile che non smette di attrarre, è il segreto, nostro e altrui, il motore del desiderio.

 

Il romanzo è intriso anche d’amore, mai indagato con retorica: cosa rappresenta per lei questo sentimento?

I greci avevano tre modi per dire amore: eros, agape e filìa. L’amore erotico e romantico, l’amore che si sperimenta nell’amicizia e l’amore inteso come spiritualità. La lingua anglosassone usa I love you, per dire ti amo e ti voglio bene. Sono messi peggio di noi. L’amore per me è quel sentimento che, pur essendo multiforme, ha la grazia dell’unicità. Dovremmo ogni volta inventare una parola per definire la specificità di una relazione, poiché è impossibile, meglio fare l’amore, facendo: Florin non parla quasi mai eppure è capace di gesti significativi. Nel romanzo tutti i protagonisti sperimentano una forma d’amore, anche maldestra, anche difettata, ma comunque viva.

Perché scrive?

Perché non posso viaggiare in continuazione, così scrivo, viaggio stando ferma.