“Dallas Buyers Club”, emozioni a fior di pelle con attori da Oscar

Esce domani grazie a Good Films il commovente biopic sull'elettricista texano Ron Woodroof che scopre l'amicizia con una trans dopo aver contratto l'Aids. Interpretazioni totali di McConaughey e Leto

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Rimosso, sottovalutato, considerato ancora uno dei massimi stigmi sociali. L’Aids è forse la tragedia epidemica degli ultimi trent’anni che è stata peggio elaborata, più ignorata e meno accettata anche culturalmente, ovunque. E non solo, certo, dalla comunità gay. Anche il cinema, dopo la denuncia fondativa di Philadelphia e una serie di melò spesso ospedalieri, incentrati sull’elaborazione del dolore e del lutto, quali i pregevoli Una gelata precoce, Che mi dici di Willy?, Jeffrey e Zero Patience, sembrava aver dimenticato l’argomento: l’Aids non fa incassare e allontana il pubblico, pensavano soprattutto a Hollywood. Poi, la lenta consapevolezza: dalla fondamentale epica televisiva Angels in America al documentario How to survive a plague qualcosa si è mosso, e l’anno scorso si è visto l’ottimo diario intimo E adesso? Ricordatemi di Joaquim Pinto mentre a Berlino sarà presentato Test sull’impatto dell’Hiv nella comunità gay di San Francisco in pieni anni ’80.

Ma prima è arrivato Dallas Buyers Club, candidato a sei importanti nominations agli Oscar: miglior film, attore protagonista e non protagonista, montaggio, sceneggiatura originale, make up & hairstyling. Pensate che la sceneggiatura di Dallas Buyers Club ha girato per vent’anni da un ufficio all’altro dei produttori hollywoodiani collezionando ben 137 rifiuti. Dennis Hopper voleva realizzare un biopic con Woody Harrelson, Marc Foster pensava a Brad Pitt. Nulla di fatto. Poi si è impuntato un talentuoso, sensibile e molto rock regista canadese, Jean-Marc Vallée, di cui avevamo apprezzato l’intenso C.R.A.Z.Y., che ha avuto il coraggio di prendere il toro per le corna e affrontare “dall’interno” l’argomento cercando finanziamenti che rischiarono di sparire a sole cinque settimane dall’inizio delle riprese. Un progetto a grande rischio. Ma la tenacia ha premiato: quattro piccole case di produzione hanno creato una cordata che ha permesso di trovare i soldi e portare a termine la realizzazione del film.

Poi è arrivato il successo. Al Festival di Roma ha vinto il premio del pubblico e il Marco Aurelio d’Oro come miglior attore andato a Matthew McConaughey che si è poi aggiudicato un ambito Golden Globe insieme a Jared Leto. Entrambi sono favoriti all’Oscar (l’unica vera minaccia è rappresentata da DiCaprio e Jonah Hill in The Wolf of Wall Street). E la loro straordinaria interpretazione mimetica è in effetti la miglior qualità di Dallas Buyers Club: non si dimenticheranno facilmente né l’elettricista texano appassionato di rodeo Ron Woodroof, donnaiolo e omofobo, che quando scopre di avere l’Aids e una diagnosi di trenta giorni di vita, inizia a importare illegalmente dal Messico e dal Giappone medicinali non autorizzati dalla FDA, l’agenzia governativa per alimenti e farmaci, né la palpitante trans Rayon – il personaggio è inventato – che, inaspettatamente, diventerà sua amica e collega di business nel “club degli acquirenti di Dallas” del titolo grazie al quale si allungheranno le vite di molti pazienti che non avevano accesso al carissimo AZT (fu commercializzato nel 1987 come il farmaco più costoso del mondo: 10.000 dollari per la fornitura di un anno). Lo stesso Woodroof avrebbe vissuto altri sei anni e sarebbe poi morto nel settembre del 1992.

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Entrambi danno vita a un’interpretazione totale, trasformandosi radicalmente a livello fisico – McConaughey ha perso 23 chili, Leto si è completamente depilato il corpo – e per concentrarsi nei 25 giorni sul set rimanevano “nel personaggio” anche fuori dall’orario di lavoro e si sono presentati a vicenda (“Piacere Matthew”, “Piacere Jared”) solo alla fine delle riprese. La loro alchimia trasmette infatti forti emozioni a fior di pelle allo spettatore. Anche se la sceneggiatura ha qualche inserto dissonante come la scena con le farfalle e varie incongruenze storiche (ci sono oggetti come occhiali da sole e birre che non esistevano all’epoca), è particolarmente credibile l’evoluzione dei personaggi, e l’amicizia tra Rayon e Woodroof non è il classico “ravvedimento” da cinema buonista ma scava nell’anima e sa davvero graffiare il cuore. Gli sceneggiatori Craig Borten e Melisa Wallack glissano sulla figlia e la compagnia di Woodroof, anche lei contagiata dall’Hiv, ma inseriscono il personaggio inventato della dottoressa Eve torturata dai dubbi (una riflessiva Jennifer Garner).

Rispetto ad altri simili film sull’Aids d’impegno civile, è lodevole l’aver evitato ogni concessione al patetismo ed è molto interessante l’analisi degli strapoteri delle multinazionali del farmaco nella questione Aids (molti pazienti furono usati come cavie e a loro fu somministrato un placebo mentre altri venivano curati con l’AZT: “Voi date delle zollette di zucchero a gente che muore?” sbotta Woofroof).

Dallas Buyers Club esce domani in Italia grazie a Good Films. Da vedere prima possibile.

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