Il coming out di Ettore e Oscar raccontato dal loro papà Alessandro: “Fate coming out insieme ai vostri figli”

Due coming out diversi, con risvolti e messe in discussione a cui non tutti sono pronti, ma che Alessandro ha accolto a braccia aperte: è un nuovo capitolo anche per lui

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"el mejor regalo" (Doritos)
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In tutte le interviste Agedo che ho seguito quest’anno, ho parlato solo con mamme. Mamme che scelgono di ascoltare, che mettono l’affetto prima e la comprensione dopo. Mamme che studiano, si informano, parlano con altre mamme come loro, e cominciano a guardare la realtà diversamente. Mamme come la mia, ognuna col proprio vissuto, che mi ricordano all’alba dei trent’anni che non esistono storie più speciali di altre, ma solo storie che non conosciamo. (Potete leggere anche le interviste a Cinzia Valentini presidente di Agedo, la storia di Annamaria e suo figlio Alessandro, di Monica e suo figlio Gabriele, di Grazia e suo figlio Edoardo, e di Andrea e suo figlio Alexein.)

Me lo riconferma anche quest’ultima chiacchierata, dove per la prima volta parlo con un papà: Alessandro, padre di quattro figli, di cui due hanno fatto entrambi coming out: da una parte c’è Ettore, un ragazzo gay di ventiquattro anni, e dall’altra parte Oscar, adolescente transgender al quinto anno di superiori. Due coming out diversi, con risvolti e messe in discussione a cui non tutti sono pronti, ma che Alessandro ha accolto a braccia aperte, aprendo un nuovo capitolo anche per lui. In questo conoscere Agedo è stato fondamentale: “Mi hanno aiutato a non sentirmi solo e comprendere che non ci fosse nulla di grave – a tal proposito, voglio citare Giulia Leone, parte di Agedo, che per me e mia moglie è stata il top dell’accoglienza in questo percorso“.

Ma non solo: nella nostra conversazione che mi ha invitato anche a mettere da parte i miei pregiudizi sui papà che non ci sono mai e non sanno ascoltare. Alessandro mi ha raccontato qualcosa che non dà pan per focaccia a quei cliché interiorizzati, e offre un diversivo a quella narrazione che vuole gli uomini etero e cisgender su un pianeta separato dal nostro. Questo, e molto altro.

 

Mi racconti il momento del coming out? O meglio dei coming out?

Ettore ha fatto coming out durante il periodo del Covid. Diciamo che ognuno all’interno della famiglia ci è arrivato con i suoi tempi. Prima la sorella maggiore che gli fece una battuta a cui lui non si è sottratto. Un’altra volta sono stato io durante una cena, che in maniera molto diplomatica gli ho chiesto se gli piacessero più gli uomini o le donne. Lui con molta serenità ha risposto: “Penso più gli uomini“. Quel “penso” perché aveva avuto anche una fidanzata. Ma da papà percepivo che lui in quella relazione non fosse molto felice. Ma vabbè, sarà stata un’esperienza.

Ma sì, sono prove. Ognuno lo capisce a modo suo. In questi casi non credo ci sia giusto o sbagliato. 

Assolutamente, sì. Mentre invece l’altro coming out è stato una sera di Dicembre 2021. Quando mio figlio ci ha detto che si sentiva un uomo e avrebbe preferito da quel momento in poi farsi chiamare Oscar.  Ti dico, sono stati due coming out abbastanza diversi. Noi siamo sempre stati una famiglia abbastanza inclusiva e gay friendly. Inoltre siamo una famiglia fatta di religioni diverse, in quanto io sono ebreo mentre mia moglie è cattolica. Frequentiamo ambienti diversi, ma ci è piaciuto educare i nostri figli all’accoglienza più totale. Il coming out di Ettore l’abbiamo vissuto più o meno tutti in serenità, senza drammi. Speravo solo che fosse felice e il mondo lo accogliesse con rispetto. Abbiamo scoperto anche un nuovo modo di stare insieme: come ad esempio, guardare insieme a lui tutte le stagioni di Ru Paul Drag Race. Invece, il coming out di Oscar l’ho vissuto in maniera più pesante. Quando ti interfacci con la transizione di un figlio, in qualche modo vivi una sorta di ‘lutto’ – scusa la parola un po’ forte. Perché fino ad allora cresci una bambina, e un giorno ti accorgi che quell’entità – con quel nome e quelle caratteristiche che conosci – non esiste più. Tuttavia, nell’elaborazione di questo ‘lutto’ ho incontrato Oscar, che non avevo mai conosciuto prima, ma rimane mio figlio. È un coming out che non riguarda solo lui, ma riguarda anche molto te in quanto padre, perché ti costringe a parlarne anche con gli altri. Io faccio un lavoro in banca, dentro un contesto che definire omofobo è dir poco. Il fatto di voler parlarne, è a modo suo un coming out. Adesso a posteriori, posso dire che sia benedetto questo coming out perché ti costringe a vedere persone che hai sempre frequentato in maniera diversa: ci sono alcuni su cui avresti messo la mano sul fuoco e non ci sono più come prima, che sia per imbarazzo o perché non hanno gli strumenti per starti vicino. E poi ci sono persone su cui non avresti scommesso una lira, e invece ti sorprendono.

Capisco quando dici che è un coming out anche per voi, perché richiede proprio una messa in discussione nuova. E non tutte le persone intorno a noi sono disposte o pronte a farlo, e questo richiede anche una valutazione dell’ambiente circostante. 

Sì, è una grandissima rivalutazione. Ma mi sono reso conto che lə ragazzə in transizione sono tra lə più coraggiosə in questo mondo. Soprattutto in un paese come il nostro, dove anche dal punto di vista del governo Meloni non mira proprio alla tutela dei diritti. Dal coming out di Oscar in poi, ho guardato lui e tutte le persone che potevano ricollegarsi alla sua esperienza, come degli eroi.

Fino a quel momento non avevi mai intuito nulla sulla sua identità?

Molti anni fa è capitato che mi trovavo al mare con le mie (all’epoca) tre figlie. Leggevo tranquillamente un libro sotto l’ombrellone, e sentivo con la coda dell’orecchio i loro discorsi. La maggiore commentava: “Voi avete delle tette incredibili, mentre io il piattume. Dovreste darmene un po”. L’altra ha risposto: “Non ci penso nemmeno, sto bene così come sto“, mentre Oscar ha risposto: “Fosse per me te le darei tutte”. Pensai fosse una risposta strana: capisco avere una prima invece che una terza, ma tutte mi sembrava un un po’ forte. Probabilmente per meccanismi di autoprotezione, ho lasciato quell’episodio in un angolo. Ma a ripensarci dopo, penso che anche quello fosse il primo step di un coming out.

Parlo per stereotipi, ma anche in base alla mia esperienza personale,  il papà l’ho sempre visto come quello assente, quello che se ne tira fuori da certe problematiche. Penso anche a tanti cliché rivolti all’universo maschile, che sia la tipica arroganza dell’uomo etero basic o le battute da spogliatoio. Mi chiedo se queste esperienze ti hanno permesso, a tua volta, anche di rivalutare certi preconcetti che culturalmente abbiamo interiorizzato negli anni?

Sei caduto un po’ male con me. Perché io questi preconcetti non li avevo già prima. Da ragazzo andavo a vedere il Rocky Horror Picture Show con i miei amici, e sono cresciuto con film come Maurice di James Ivory, che ricordo con grande tenerezza e considero uno dei film d’amore più belli mai visti. Oppure quest’altro film intitolato Amici, Complici, Amanti con Harvey Fierstein che parlava di travestitismo e amore. Tutto ciò per dirti che non sono mai stato il papà stereotipato su certi argomenti. Anche adesso quando in Agedo si presentano alcuni padri disperati perché il figlio è gay, non fraintendermi, ma a me viene un po’ da ridere perché non vedo il problema. Col coming out di transizione ho avuto più preoccupazioni:  sia dal punto di vista chirurgico sia per quanto riguarda la reazione delle persone. Mi chiedevo: troverà qualcun altro che gli vorrà bene? Ma per fortuna anche i suoi fratelli e sorelle mi hanno aiutato a capire che le cose stanno cambiando. Che il mondo queer è sempre più fluido e in evoluzione rispetto a prima. Quindi, penso proprio di sì.

Mi dici che casco male, ma in realtà tutto quello che mi stai raccontando mi rincuora parecchio. Fa decisamente bene sentire anche storie come la tua. Il vostro rapporto è cambiato dopo il coming out?

L’affetto è aumentato. Con Oscar siamo più vicini anche fisicamente, ci abbracciamo tanto. Con Ettore meno, ma è un uomo di 24 anni in una fase diversa della vita. È più riservato e contenuto, ma ci sta. Se penso a quando avevo 24 anni io, l’ultima persona a cui raccontavo le cose erano i miei genitori.

Con il resto della famiglia invece com’è andata?

Alcuni hanno fatto più fatica di altri. Soprattutto una delle sorelle. Oscar ha fatto coming out da un anno e mezzo e lei ha iniziato a chiamarlo al maschile molto dopo, ma è comprensibile.

E lui come l’ha presa? Accoglie i vostri errori o si creano scontri?

No, soprattutto all’inizio capiva che c’era una difficoltà oggettiva. Anche per abitudine. Oggi se ogni tanto scappa ancora il vecchio nome o il pronome femminile, è meno tollerante. Ma non è mai stato aggressivo, anzi.

A tal proposito, sento tante storie di ragazzə transgender che riconoscono quando l’errore è genuino e quando invece è dettato da disinteresse verso quello che stanno vivendo. 

Sì, questo è vero. Per esempio, ogni tanto si infastidisce perché teme che le persone non si impegnino abbastanza a chiamarlo al maschile o con il suo nome. Ma non è così. Non è assolutamente fatto con cattiveria. Solo abitudine.

Andate ai Pride insieme?

Assolutamente. Sul carro di Agedo, dove sbandieravo con loro. È un’esperienza che mi fa tanto pensare, perché quarant’anni fa era tutto molto diverso. Che peccato non averlo vissuto prima. Mi sono sentito un po’ vecchio, ma al contempo ho pensato: quanta bellezza.

Beh, meglio tardi che mai. Per concludere la nostra chiacchierata, cosa diresti ad altri papà che vivono un’esperienza come la tua e fanno molta più fatica di te?

Direi di mettere da parte le vostre paure, perché sono solo vostre. Questə ragazzə hanno bisogno di grande supporto. Se è vero che siamo genitori, questo è il momento più di altri, dove tirare fuori l’affetto. Siateci, abbracciateli, coccolateli, supportateli. Fate coming out con loro, come ti dicevo. È importante per loro vedere che un genitore osa parlarne anche nel proprio giro di amici, anche a costo di perderne alcuni. Vi direi di non avere paura, non sta succedendo niente di insuperabile, e soprattutto in questi momenti siamo chiamati a mostrare proprio tangibilmente il bene che vogliamo allə nostrə ragazzə.

 

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