Le leggende del rock lgbt – #3 – Freddie Mercury

Il frontman dei Queen era una vera “regina di scena” teatrale dalle movenze feline. Signori, il compianto Freddie Mercury.

Con Freddie Mercury continua il viaggio musicale alla scoperta delle icone del rock dall’orientamento omosessuale e bisessuale.

Lato poco esplorato ma non secondario nella cultura LGBT, la prima puntata è stata dedicata alla grande Janis Joplin, la seconda al sublime Lou Reed“Sono gay come una giunchiglia”. Questa è la più celebre, provocatoria frase di Freddie Mercury sulla sua omosessualità, di cui non amava parlare (tra l’altro non aveva un buon rapporto con la stampa, e rilasciò nel corso della sua carriera un numero relativamente limitato di interviste). La pronunciò in una conversazione del dicembre 1974 alla rivista britannica New Musical Express.

Freddie Mercury
Freddie Mercury durante un concerto. (Fox Photos/Hulton Archive/Getty Images)

Il magnetismo trascinante di Mercury ha origini esotiche: era di etnia parsi (si chiamava in realtà Farrokh Bulsara) e i genitori provenivano dal Gujarat, uno stato dell’India occidentale, ma si trasferirono in Africa perché il padre era un cassiere per la Segreteria di Stato delle Colonie (Freddie nacque infatti a Zanzibar, il 5 settembre 1946). Trascorse la sua adolescenza in India e solo diciottenne approdò in Inghilterra. Avrebbe fondato i Queen con Brian May e Roger Taylor nel 1970.

Freddi Mercury
I Queen durante un concerto. (Photo by Express Newspapers/Getty Images)

Ebbe sicuramente un grande amore femminile, Mary Austin, con cui visse dal 1970 al 1977. Fu la prima confidente riguardo alla sua identità sessuale: Quando mi disse “penso di essere bisessuale” gli risposi: “penso che tu sia gay” – raccontò la Austin – Rimanemmo in silenzio e ci abbracciammo. Pensai che fosse stato molto coraggioso”.

Freddie Mercury
Freddie Mercury prima di passare al look da Castro Street. (Keystone/Getty Images)

Solo alla fine degli anni ’70 Freddie Mercury assunse il look da macho gay con baffoni in stile Castro Street che l’ha consegnato ad imperitura memorie delle icone LGBT. Ma più che il leather spiccio viriloide, del genere Village People, a Mercury si associa piuttosto un’idea di teatralità regale, dalle movenze feline (adorava i gatti, di cui si circondava), la stessa che metteva in scena sul palco nelle sue performances abitate da un senso di onnipotenza energicamente celebrativo che ci hanno consegnato capolavori live che suonano come inni di battaglia senza tempo (We Are The Champions), testamenti universali teatralmente magniloquenti (The Show Must Go On), suite rock imprevedibili (Bohemian Rhapsody).

Il songwriter Tim Rice sostiene che la fraseMama, I just killed a man – put a gun against his head, pulled my trigger, now he’s dead” (“Mamma, ho appena ucciso un uomo – ho messo una pistola contro la sua testa, premuto il grilletto, ora è morto”) sia da leggere in senso metaforico come l’eliminazione della parte eterosessuale di sé che sarebbe d’ora in poi appartenuta solo al passato.

L’anima queer non sta però tanto nei testi delle canzoni dei Queen quanto nei video scenografici, sempre dominati da quella scatenata fiera da palcoscenico che era Freddie: la festa carnevalesca di Living On My Own è un tripudio orgiastico gender di dame baffute e travestiti d’ogni sorta, mentre tutti i Queen in drag (persino gli eterissimi Brian May, Roger Taylor e John Deacon) sono entrati nell’immaginario collettivo grazie al video di I Want To Break Free, sardonica parodia della sitcom Coronation Street in cui spicca Freddie con gonna corta di pelle e parrucca nera mentre passa l’aspirapolvere. L’americana MTV lo censurò per ben sette anni scatenando l’ira di Freddie che dichiarò di non volere più tenere nemmeno un concerto negli States.

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“Era una “regina di scena” – scrive John Marshall su Gay Times nel 1992 – non timoroso di esprimere pubblicamente il suo essere gay, ma restio ad analizzare o a giustificare il suo stile di vita. Era come se Freddie Mercury dicesse al mondo: “Sono quello che sono. E allora?””.

La sua bulimia di vita era anche sessuale: frequentava assiduamente i sex club gay di Londra, New York e Monaco di Baviera, dove visse per tre anni, dal 1981 al 1984. Qui ebbe il suo primo fidanzato di cui si ha notizia, il ristoratore Winnie KirchbergerEbbe poi almeno altre tre storie d’amore importanti: col cuoco Joe Fannelli, il parrucchiere Jim Hutton e l’assistente tuttofare Peter Freestone (la millantata relazione con Rudolf Nureyev è una bufala). Riuscì a non separarsi da loro fino alla morte e a trasformare la passione in amicizie durature. A tutti e tre lasciò mezzo milione di sterline alla morte per Aids il 24 novembre 1991 nella sua sontuosa dimora di Garden Lodge.

Freestone dichiarò: “Non penso che amore e sesso possano essere usati nella stessa frase per quanto riguarda Freddie. Il piacere sessuale era per lui uno sfogo fisico, un’attività diversiva tanto inutilmente utile quanto il fumo o i viaggi”.

Pare che Freddie Mercury avesse un solo complesso: la dentatura che riteneva imperfetta. In pubblico la copriva sempre con una mano. Non volle però mai modificarla per paura di danneggiare la sua splendida voce dal timbro tenorile.