“It’s a Sin”, intervista a Nathaniel Curtis: “È la storia delle persone queer che abbiamo perso” – VIDEO

L’acclamatissima serie britannica sbarcherà in Italia su Starzplay a partire dal 1 Giugno. Abbiamo intervistato uno dei suoi protagonisti!

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La prima cosa che mi verrebbe da fare, una volta visto Nathaniel dall’altra parte dello schermo, è introdurmi un “la!”. Quando anche voi vedrete i cinque episodi di It’s a Sin dal prossimo 1 Giugno in esclusiva su Starzplay vi innamorerete degli abitanti del Pink Palace e dei giovani attori che interpretano un gruppo di amici alle prese con un nemico sconosciuto nella Londra degli anni Ottanta.

Per Nathaniel Curtis, che interpreta il ruolo di Ash Mukherjee, l’acclamatissima serie britannica rappresenta il primo vero ruolo sul piccolo schermo.

Gay.it ha potuto vedere in anteprima la serie e intervistare Nathaniel.

Quando e come hai cominciato a recitare, Nathaniel?

Ho iniziato a recitare a scuola, prendendo parte alle recite natalizie! Quando sono cresciuto ho deciso che volevo recitare ancora: mi sono iscritto ad un laboratorio teatrale a scuola, ho fatto i miei primi spettacoli e quando sono diventato un adolescente ho deciso che volevo fare l’attore…e ora eccoci qui

It’s a Sin mi ha letteralmente travolto dal punto di vista emotivo. Qual è stata la tua reazione quando hai letto il copione per la prima volta?

L’ho amato completamente. Mi hanno inviato il copione dei primi 3 episodi, l’ho letto in una notte, molto velocemente, e mi sono innamorato dei personaggi; era così divertente e così triste, alla fine del terzo episodio ero a pezzi. È stato devastante, ma l’ho amato. Successivamente mi sono stati inviati il quarto e il quinto episodio e li ho letti su un treno mentre andavo a trovare la mia famiglia. Ero seduto sul treno cercando di non piangere rumorosamente: volevo solo urlare, quindi ero lì che tremavo in una valle di lacrime, perché non puoi non innamorarti dei personaggi e di quello che sono, è tutto così naturale e umano; quello che succede loro è devastante.

Una volta terminata la visione della serie, mi sono trovato a riflettere su quanto sia positivo l’impatto di quel tipo di rappresentazione del sesso, che ho trovato molto importante come controbilanciamento allo stigma e alla vergogna associati spesso al sesso gay e all’HIV negli anni Ottanta. Che ne pensi di questo aspetto della serie e com’è stato girare tutte quelle scene di sesso (incluso l’imbarazzante primo rapporto tra te e Ritchie)?

La mia prima battuta ha già un forte impatto, ma non è fatto per ridicolizzarlo. Quando Ash dice a Richie che deve lavarsi non lo fa per farlo vergognare: è la realtà dei fatti, è solo per dirgli cosa ha bisogno di fare. Penso che in questo ci sia intimità, amore, umorismo, ci sono talmente tante cose ed è importante mostrare quanto sia naturale per i personaggi. Anche perché è proprio questa la storia dell’HIV, è uno dei modi in cui si trasmette. È importante che questi personaggi non provino vergogna di fare sesso, divertirsi, essere giovani e fare quello che amano. Recitarlo è stato un po’ imbarazzante a volte, però solo nel momento in cui mi sono spogliato per il primo ciak. Eravamo molto seguiti e molto protetti nelle scene intime: il direttore e lo staff erano sempre presenti e molto attenti, inoltre lavorare con Olly Alexander (Ritchie, ndr) mi faceva sentire molto a mio agio. Sul set poi eravamo sempre protetti. Avevamo dei cuscini tra di noi, usavamo un “calzino” per coprire i nostri genitali; era un po’ come se fosse una scena di lotta, ogni movimento era coreografo in modo da farci sentire a nostro agio. È molto importante per un attore sentirsi sicuro durante un momento del genere in cui si è così esposti e vulnerabili. All’inizio ero un po’ nervoso più che imbarazzato, ma tutti sono stati così gentili, disponibili e pazienti che alla fine è andata bene.

Il regista Russel T. Davies in un’intervista ha parlato dell’importanza del far interpretare ruoli gay ad attori gay. Oltre che attori, sul set c’erano anche uno sceneggiatore gay, un produttore gay e un regista gay: com’è stato lavorare con così tante persone apppartenenti alla comunità LGBTQ+? Ha avuto un impatto sulla realizzazione delle scene?

Penso che per una serie come questa, che è una storia sulla comunità queer e su cosa le persone queer hanno vissuto, raccontare la storia di persone che la nostra comunità ha perso sia una questione di autenticità. Come hai appena detto, nel cast tutti ci identifichiamo come membri della comunità LGBTQ+. La storia da raccontare è la nostra, delle persone che noi abbiamo perso, di quasi un’intera generazione. Abbiamo sicuramente dei grandi attori come Timothy Chalamet, Kate Blanchett e Tom Hanks che hanno fatto delle ottime performance di storia queer nonostante siano attori etero, ma per una storia come questa penso sia giusto lasciare a noi il compito di raccontarla.

In termini di feedback che stai ricevendo sulla serie, qual è quello che per te ha più significato?

Le conversazioni che sono nate intorno alla serie. Qui in Inghilterra moltissime più persone hanno cominciato a fare i test per l’HIV, i test fai da te sono ormai esauriti. Tutti noi abbiamo ricevuto messaggi di persone che ci hanno detto di essere riuscite a dire di essere positive all’HIV, di essere riusciti a parlarne con le proprie famiglie e ai propri amici. Penso che la rappresentazione sia stata molto importante, per me, essendo metà indiano e metà inglese, è stato molto importante vedere e poter interpretare un personaggio come Ash che è alto, controllato, sexy, intelligente; nonostante non sia consuetudine vedere un indiano rappresentato in questo modo. La cosa più bella è stata essere riusciti a raggiungere persone eterosessuali che addirittura non si erano mai fatti un’idea del tema e che adesso vogliono saperne di più.

La stampa ha scritto che “It’s a sin è un tributo gioioso alle vite perse che esprime un verdetto bollente sull’ignoranza e sulla crudeltà e che è dolorosa da guardare”. È stata dolorosa anche da recitare?

A volte sì. Dietro le quinte ci siamo sempre divertiti, ballavamo tutte le mattine, ascoltavamo musica, andavamo a cena insieme, siamo diventati una famiglia. Quando abbiamo filmato episodi come il terzo e il quinto è stata molto dura. Quando sei un attore vuoi rappresentare con autenticità la vita dei tuoi personaggi e per farlo devi immergerti in quelle emozioni. Nel nostro caso emozioni devastanti, era molto doloroso, ma appena la scena finiva ci abbracciavamo, restavamo lì seduti per un po’ solo abbracciandoci. Anche se è stato difficile, ne è valsa la pena, non mi pento di aver dovuto girare quelle scene così difficili, lo rifarei perché avevano un forte significato.

It’s a sin, il trailer ufficiale

https://www.youtube.com/watch?v=5VvQjhLEnh4&ab_channel=STARZPLAYItalia

Ritchie, Roscoe e Colin sono tre giovani ragazzi estranei tra loro che, pieni di speranza, ambizione e gioia, nel 1981 vanno via di casa, a soli 18 anni, per vivere a Londra. Ma si trovano a scontrarsi con un virus che la maggior parte del mondo ignora.

Ritchie viene dall’Isola di Wight: intelligente e presuntuoso, è l’anima della festa ed è determinato a diventare un attore. A casa è il figlio perfetto, eppure non riesce ad ammettere ai suoi genitori e alla sorella la verità su se stesso – un problema che cresce e peggiora con il passare degli anni.

Roscoe, al contrario, ha fatto coming out, ad alta voce e con orgoglio, ed è fuggito da una famiglia fortemente religiosa. È un duro, un sopravvissuto e un lupo solitario. Vuole avere successo ad ogni costo, il che lo porterà in situazioni estreme dove dovrà testare il proprio limite.

Colin viene dal Galles del Sud, dove ha lasciato sua madre per iniziare un apprendistato a Savile Row. Silenzioso, timido e divertente, è il cuore del gruppo, il più gentile e onesto.

Insieme ai loro amici Jill e Ash, i ragazzi affittano un appartamento nel cuore della città. Anno dopo anno, episodio dopo episodio, la serie attraversa il decennio dal 1981 al 1991. La vita che scorre – nuovi lavori, nuovi amori, nuove avventure – con il mistero di un nuovo virus costantemente sullo sfondo. Parte come una voce, per diventare prima una minaccia, poi un timore, e infine un qualcosa che li lega insieme nella lotta.

La serie parla dei loro amici, degli amanti e delle famiglie, e parla in particolare di Jill, la ragazza che li ama, li aiuta e li galvanizza nelle battaglie a venire. Insieme sopporteranno l’orrore dell’epidemia, il dolore del rifiuto e i pregiudizi che gli uomini gay hanno affrontato durante il decennio.

Ci sono perdite terribili e amicizie meravigliose, e famiglie complesse, spinte al limite se non oltre. Questa è una serie che ricorda i ragazzi che abbiamo perso e celebra quelle vite che hanno vissuto con tanta intensità.

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