Nella sua Argentina natale, Nico (Guillermo Pfening) ha una certa celebrità grazie a una popolare serie tv ma dopo varie incomprensioni col suo produttore/amante bisex Martin (Rafael Ferro) lascia tutto e tenta fortuna nella Grande Mela.

Il vero motivo d’interesse del film è il bravo protagonista, dotato di un certo understatement, tale Guillermo Pfening, premiato come miglior attore al festival di Tribeca “per una performance di straordinaria vulnerabilità e dedizione che dà stabilità al film”. In effetti Pfening è credibile nel tratteggiare i tormenti interiori di un uomo che non riesce a trovare un equilibrio esistenziale, a soppesare i proprio fallimenti professionali e, soprattutto, a proiettarsi nella giusta direzione per l’immediato futuro. Anche sentimentalmente, Nico è da un lato ossessionato dai fantasmi del passato ma non vuole in realtà chiudere definitivamente con chi rappresenta, nonostante tutto, gli anni più felici della sua esistenza. E così si accontenta di sesso spiccio senza un dopo con ragazzi conosciuti in bar e sex club.

Anche perché come attore Nico subisce la discriminazione riservata ai latini – “hai un accento troppo forte” – e persino il colore biondo dei capelli viene malvisto da un’amica produttrice che gli consiglia di farsi subito una tinta per sperare di avere successo a un’audizione. Ma la parte più interessante rimane proprio l’attaccamento al bambino dell’amica anche perché raramente nel cinema contemporaneo si affronta la questione della possibile paternità gay con schiettezza e onestà.

Ideale per una circuitazione televisiva da domenica pomeriggio, Nobody’s Watching non ha ancora una distribuzione italiana.


