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“Non si può più dire niente?”: un libro per rispondere alla cancel culture

Uscirà l’8 Marzo e riunirà quattordici punti di vista diversi per discutere la spinosa questione della cancel culture.

2 min. di lettura
non si può più dire niente utet gay.it

È la domanda più esasperata degli ultimi anni.

Tra chi rivendica il diritto di poter dire e fare tutto quello che passa per l’anticamera del cervello, e chi sta con il fucile puntato su ogni piattaforma social pronto a premere il grilletto al primo scivolone problematico, la cancel culture continua a suscitare contrasto nel dibattito pubblico. Non si può più dire niente?” è il libro che cerca di parlarne apertamente e da più angolazioni.

Uscirà l’8 Marzo per UTET libri e riunirà più di 14 voci dal mondo della letteratura e del giornalismoVera Gheno, Jennifer Guerra, Elisa Cuter, Matteo Bordone,Federica D’Alessio, Giulio D’Antona, Federico Faloppa, Liv Ferracchiati,Christian Raimo, Daniele Rielli, Cinzia Sciuto, Raffaele Alberto Ventura, Neelam Srivastava e Laura Tonini– per discutere insieme su questo famigerato diritto di parola, sui lati d’ombra della “cancellazione virtuale e sociale“, cosa possiamo davvero dire o non dire, ma soprattutto perché.

L’antologia farà luce anche su come inclusività e anti-discriminazione sono entrati a capofitto nella conversazione quotidiana, spopolando tra social e mass media, generando polemichette del giorno e litigi da tastiera in fiamme. L’obiettivo del volume è di creare una zona grigia dove aprire un dibattito aperto, escludendo buoni e cattivi, ma cercando di creare un “dialogo costruttivo” che non si rivolga solo ai “convertiti”.

Come antidoto alla polarizzazione, in questo libro si incontrano idealmente quattordici persone che non sono affatto d’accordo tra loro, ma sono disposte a sedersi a un tavolo di confronto” dice il testo.

Dalle discussioni sui sostantivi maschili, alla legge a tutela delle minoranze, al cinema e le fiabe sotto giudizio per misoginia, “Non si può più dire niente?” non cerca di trovare una risposta univoca ad un tema così stratificato, ma di osservarlo attraverso più lenti, in modo da generare nuove domande e invitarci alla riflessione, scevra dalla sterile bufera da social network.

 

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