Storia sul poliziotto trans, Polis Aperta vs. LaRepubblica: “Becera disinformazione per clickbait”

Accuse pesantissime da parte dell'Associazione LGBTI+ che abbraccia forze dell'ordine, forze armate e sostenitori.

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Storia sul poliziotto trans, Polis Aperta vs. LaRepubblica: "Becera disinformazione per clickbait"
5 min. di lettura

Nella giornata di ieri Anna Puricella, giornalista de LaRepubblica, ha raccontato la storia di un 26enne poliziotto trans FtoM, uno dei pochi d’Italia. Un racconto che il diretto interessato aveva fatto in prima persona il 31 gennaio scorso sulla pagina Facebook di Polis Aperta, associazione nata nel 2005 “per volontà di un gruppo di persone che svolgono il proprio servizio nelle forze di polizia e nelle forze armate, che condividono oltre al lavoro, anche l’orientamento affettivo omosessuale”.

“Il poliziotto trans riesce a giurare in pantaloni e ora si chiama Alessio”, ha titolato il quotidiano, che per completare la storia ha intercettato Michela Pascali, segretaria generale di Silp Cgil e poliziotta “dichiaratamente lesbica” che ha aiutato il poliziotto in questione. Un articolo che ha suscitato la durissima reazione di Polis Aperta, che ha smentito di “essere mai stata contatta da qualsivoglia giornalista” di LaRepubblica, specificando “che mai è stata concessa un’intervista da parte del nostro presidente Alessio Avellino, come invece i virgolettati inseriti nell’articolo tenderebbero a far credere”.

“L’Associazione e i membri del direttivo, che da sempre lavorano per la tutela e la visibilità dei lavoratori lgbtq+ che indossano una divisa, si sono sempre resi disponibili ad un rapporto aperto e sereno con la stampa e i giornalisti”, prosegue la nota pubblicata sulla pagina Facebook dell’assocazione. “Tale collaborazione, tuttavia, deve imprescindibilmente partire dal reciproco rispetto. Il rispetto della persona esclude l’appropriazione e la pubblicazione a mezzo stampa di immagini private sottratte ad un profilo social, e rispetto delle regole imposte dal nostro ruolo di forze di polizia”.

LaRepubblica ha infatti condiviso un’immagine di Alessio evidentemente ‘rubata’ dal suo profilo social personale.

“In quanto rapprentanti di un Corpo al servizio del cittadino, nessun agente rilascerebbe mai dichiarazioni alla stampa se non seguendo un preciso percorso di autorizzazione e confronto con i propri vertici di riferimento”, prosegue Polis Aperta. “Qualunque virgolettato che non segua le strade canoniche è dunque illegittimo e in quanto tale deve essere rimosso. Polis Aperta da anni ha come mission la diffusione della cultura dell’inclusività e della valorizzazione delle diversità, dunque non è interessata a partecipare a tentativi beceri di disinformazione collettiva per clickbait. La nostra rivoluzione gentile parte dalla formazione del personale, dalla difesa dei diritti e dall’uso corretto del linguaggio, non certo da chi confonde ancora in modo ascientifico orientamento sessuale e identità di genere.Per questo, l’ associazione prende le distanze dovute dall’articolo in questione e ne denuncia la più totale arbitrarietà”.

Sempre via Facebook, Anna Puricella, autrice del pezzo incriminato, ha rimarcato come sia stato “un onore conoscere i poliziotti Alessio e Michela. Perché non è cosa da tutti, il coraggio”. L’articolo di LaRepubblica ha successivamente generato pezzi simili su IlFattoQuotidiano, FanPage e IlCorriereDellaSera.

Il 31 gennaio scorso sulla pagina Facebook di Polis Aperta Alessio aveva raccontato la sua storia in prima persona,  con tanto di foto allegata (in testa al post). A seguire riportiamo le sue esatte parole, da lui scritte e da Polis Aperta pubblicate. Semplicemente la “sua” storia.

Sono partito per il 208° Corso Agenti della Polizia di Stato ad agosto 2019, con la consapevolezza di dover affrontare il periodo di formazione considerato come una ragazza, perché così urlavano i miei documenti e tant’è, per quanto doloroso fosse, anche il mio corpo.
Nel buio di una notte di quel mese, nel caldo napoletano poco dopo aver saputo la destinazione, davanti ai miei occhi apparì il video di un giuramento di qualche anno prima e lì, presi consapevolezza di una realtà più dolorosa di tutte le altre: le donne giuravano in gonna e gli uomini in pantaloni.
Cercai spasmodicamente qualsiasi altro video di giuramento scrutando ogni collega per capire se qualcuna avesse addosso i pantaloni, se ci fosse un margine di possibilità, un precedente. Ad ogni tentativo prendevo sempre più coscienza della verità: le donne giuravano in gonna, tassativamente, così dicono i regolamenti. La gioia della partenza fece spazio all’angoscia e alla paura di dover affrontare un percorso che poco aveva a che fare con la mia persona, la mia identità.
E’ in una di quelle notti passate in bianco prima della partenza che tra le varie ricerche ritrovai un articolo di una Segretaria Nazionale del SILP Cigl che si dichiarava apertamente lesbica. In me, si aprì la speranza di poter avere un contatto con qualcuno che indossasse quei colori e non era completamente avulso dal mondo LGBT+.
Il mio posto nella palazzina L urlava un’evidenza che non volevo sentire, il cartellino con nome e cognome per esteso da applicare alla giubba – che non potevo dimenticare di indossare – urlava chi io non sentivo di essere.
La presentazione per ogni occasione col nome anagrafico, la paura di poter esprimere veramente me stesso. Sulla coperta di lana verde ho pregato qualsiasi Dio che quel tempo finisse e i giorni in cui la trascendenza non bastava iniziai a pregare Michela Pascali di aiutarmi, perché io non avrei giurato in gonna e tacchi e piuttosto avrei rinunciato a tutto anziché provare quella sofferenza: quello che ero non poteva essere messo da parte per quello che facevo, più di quanto non stessi già provando a fare.
Spoleto era il luogo in cui dovevo lottare con me stesso e quattrocento e più persone che non mi vedevano: in quel luogo sono riuscito a sopravvivere grazie ad una voce al telefono e a pochi occhi eletti.
E’ nel comunicare la paura che ho iniziato a capire di potermi fidare, di pochi ma di potermi fidare. Di potermi esporre, di poterci provare a farmi vedere. E così nel dolore che mi invadeva e pervadeva, ho scoperto occhi che vestiti coi miei stessi colori hanno abbracciato la mia sofferenza, stravolgendola. La mia compagna di stanza e poche altre vite consapevoli, hanno fatto in modo che fossi Ale, dandomi il maschile nei momenti extra-formativi e alleviando l’inadeguatezza con la comprensione dettata dal cuore e non dalla conoscenza.
L’empatia che ho incontrato sul mio percorso di formazione ha superato di gran lunga la sofferenza esperita, la gioia di avere una rete di persone che erano pronte a sostenermi mi ha donato una forza che da solo non sarei mai riuscito ad avere. La forza di restare, di non mollare, di provarci, di crederci.
Sono stati tantissimi i momenti in cui l’amore nei miei confronti si è palesato evidente ai miei occhi, i momenti in cui ho capito che non ero solo, dipendeva tutto da me – certamente – ma non potevo dirmi abbandonato.
La mia collega di stanza ha fatto quello che ogni poliziott* è chiamat* a fare: c’è stata sempre. Con le parole, i fatti, il corpo, le intenzioni, ha superato i limiti della sua conoscenza attraverso la mia esperienza: “grazie Michela di quello che stai facendo per Ale”, “grazie a te Maria per quello che fai ogni giorno”. E si concretizzava sempre di più la certezza di contare, per qualcuno, di essere la pre-occupazione di altre vite.
Ho giurato in pantaloni, poco dopo il lockdown generale, senza la grande cerimonia che tutti abbiamo nell’immaginario.
Ho giurato in pantaloni perché le molteplici divise che hanno incontrato la mia richiesta si sono spese uniformemente nella risposta al mio bisogno. E il giorno del giuramento è stato per me gioia, nonostante tutto, perché quello che ero si era, in parte, allineato con ciò che ero chiamato a fare.
Alessio è stato Alex, per tutti, dall’entrata in servizio.
E invece, oggi, Alessio Avellino è finalmente un Agente di Polizia di Stato che ha incontrato tante persone che hanno imparato prima a percepirlo e poi a vederlo. E senza il conforto di una rete di persone forse non ce l’avrebbe fatta, perché sapere di non essere soli è ciò di cui abbiamo bisogno quando tutto ci sembra urlare che lo siamo.
E Polis Aperta esiste per questo: per tutti gli Alessio che hanno paura di non potercela fare e hanno bisogno di leggere che una Michela c’è.

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maschioroma 10.2.22 - 22:32

Ho letto l'articolo di Repubblica e francamente l'ho trovato interessante e ben scritto pertanto non capisco il senso di questo articolo.

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