Sundance sempre più hot: sesso sadomaso e prostitute lesbiche

A Salt Lake City impazza l'erotismo ai confini dell'hard: applausi per "Lovelace" di Epstein e Friedman, stroncato "'Interior. Leather bar" codiretto da un James Franco sempre più filogay.

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Una scena di

Una scena di “Lovelace”

Il grande John Updike, autore della fortunata serie del “Coniglio”, diceva che il sesso è come il denaro: solamente quando è troppo, è abbastanza. L’aforisma calza come un guanto – un preservativo? – all’edizione 2013 del Sundance Film Festival giunta alle ultime battute, già soprannominato “Sexdance” per i temi dominanti di erotismo e pornografia, come si sa separati da un confine impalpabile: impazzano infatti i titoli dedicati alle varie declinazioni del sesso, osservato e/o praticato, con un’occhio particolare all’esplorazione vintage. È stato accolto con applausi a scena aperta – anche dai due figli della vera protagonista – “Lovelace” dei registi gay premio Oscar Rob Epstein e Jeffrey Friedman, appassionata ricostruzione degli ultimi dodici anni di vita della pornodiva Linda Boreman, passata all’empireo col nome d’arte di Linda Lovelace grazie all’imprevedibile successo del porno extracult “Gola Profonda”.

La copertina di

La copertina di “Lovelace”

La interpreta l’emergente Amanda Seyfried (“Chloe”) circondata da comprimari di tutto rispetto, da Sharon Stone (particolarmente apprezzata la sua interpretazione di Dorothy, la madre puritana di Linda) a Peter Saarsgard nel ruolo del marito violento Chuck. È andata meno bene allo sperimentale “Interior. Leather Bar” di James Franco e Travis Mathews sulla ricostruzione fittizia dei 40 minuti hard tagliati e mai proiettati del classico “Cruising” di William Friedkin, riproposto in Italia nella splendida collana “Gli introvabili” di CIAK e Panorama, a cura di Piera Detassis e Claudio Masenza: il Guardian definisce “Interior. Leather bar” un “progetto vanesio e falsamente intellettuale” mentre il New York Post, che gli affibbia un infimo voto, “D+”, dice che se “cercate un porno gay, lo troverete in 10 minuti di questo film” mentre nei rimanenti 50 si incentra il discorso soprattutto sul disagio degli attori etero alle prese col sesso esplicito queer (in primis Val Lauren che interpreta il ruolo che era di Al Pacino).

Una scena di

Una scena di “Interior. Leather Bar”

Franco ha anche prodotto un doc sull’hard sadomaso, “Kink” di Christina Voros, ambientato nella più vasta factory di porno BDSM del mondo, lo storico Armor Building di San Francisco su Mission, acquistato dal più importante portale fetish, Kink.com, utilizzato come set anche dai titani gay di cinghie e borchie, i Bound Gods (e c’è chi ironizza su questo interesse hard queer di Franco: l’Hollywood Reporter starnazza “per James Franco non ci sono abbastanza peni al Sundance”).
Ma anche le ragazze non stanno a guardare, ed ecco il quantomeno bizzarro “Concussion” (“Commozione cerebrale”), opera prima di Stacie Passon accolta con favore, su una madre lesbica 42enne, Abby (Robin Weigert), che dopo essere stata colpita alla testa da una palla da baseball diventa una prostituta d’altro bordo per donne.

La locandina di

La locandina di “Kink”

L’ispirazione è fortemente autobiografica, come ha spiegato la regista, legata alla stessa donna per vent’anni: “Uno dei miei figli mi ha colpito inavvertitamente con una mazza da baseball nel giorno del mio quarantesimo compleanno e io mi sono risvegliata in uno stato di annebbiamento che mi ha catapultato in una crisi di mezz’età. Mi ha portato a pensare: “Questo è folle. Non voglio più questa vita”. Ami la tua famiglia, ami le cose che hai fatto ma desideri qualcos’altro”. Riguardo a come ha trovato il festival, Stacie Passon ha definito il Sundance “un porto hippy gay e lesbico per dieci giorni”. “Non è un film sulla prostituzione ma su come si cresce e si invecchia – ha
concluso la regista – specialmente insieme a un’altra persona. Il matrimonio è duro. E le cose accadono”.

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