“Grazie, Signor Jigglypuff!” ovvero il nostro primo amico gay sullo schermo

Dopo “Ne avete di finocchi in casa?” il giovane regista Andrea Meroni torna ad esplorare l’influenza di cinema e tv sui gay italiani.

Cosa rispondereste se vi chiedessero qual è il personaggio del cinema o della Tv che avete percepito come gay, per la prima volta?


La domanda è alla base del documentario “Grazie, Signor Jigglypuff!” del regista Andrea Meroni. 
Dopo l’interesse attorno al suo ultimo documentario “Ne avete di finocchi in casa?” il regista si lancia in una nuova sfida. La precedente opera ha raccolto e analizzato, anche attraverso interviste di personaggi noti del cinema e dell’attivismo LGBTQI, il ruolo delle “macchiette gay” nella commedia italiana. La nuova opera si prefigura di “essere un’analisi approfondita – ma allo stesso tempo leggera – del modo in cui la rappresentazione cinematografica (e poi televisiva) degli omosessuali ha influenzato gli adolescenti gay e bisessuali italiani di diverse generazioni”. Il progetto desta certamente curiosità – dalle prime anticipazioni parteciperanno Ivan Cattaneo, Immanuel Casto, Ernesto Tomasini e Daniele Gattano per questo abbiano chiesto di più in anteprima al regista Andrea Meroni.

La prima domanda quasi obbligata è: come mai ti è venuta questa idea?
L’idea mi è venuta perché, intervistando alcune persone quarantenni-cinquantenni per il documentario precedente, “Ne avete di finocchi in casa?”, mi sono reso conto che la rappresentazione degli omosessuali proposta dai film che costoro vedevano da adolescenti li aveva realmente segnati nel profondo. Identificare persone che condividevano il loro orientamento sessuale significava parecchio, ma la stereotipia della rappresentazione faceva sì che l’identificazione nei personaggi cinematografici non potesse mai essere completa.

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Di conseguenza mi sono proposto di scendere più nello specifico sull’argomento dell’identificazione e di mettere in piedi questa sorta di terapia di gruppo che sarà “Grazie, Signor Jigglypuff!“. L’obiettivo è scoprire quali sono i film che hanno suggestionato persone dichiaratamente gay o bisessuali, nate in decenni diversi, e che hanno condizionato la loro percezione di quello che un omosessuale è o dovrebbe essere.

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La domanda alla base del documentario

Se per “Ne avete di finocchi in casa?” era oggettiva la volontà di connotare come omosessuali alcuni personaggi, in questo progetto ti concentri su personaggi che “facciano percepire” il proprio orientamento?
Sì, in questo documentario il soggetto è la percezione con tutta la sua fallibilità. Quando io avevo dieci anni, logicamente, il mio gay radar non ancora molto affinato, di conseguenza facevo errori di identificazione plateali, come nel caso di Jigglypuff, il Pokémon che dà il titolo al documentario; in base ai pochi stereotipi sull’omosessualità che avevo incamerato da bambino, mi ero convinto si trattasse di un Pokémon gay, in realtà mi dicono che non si sa neanche se Jigglypuff sia biologicamente maschio.

Immagino che anche alcuni dei miei intervistati abbiano sperimentato errori di questo tipo; io sono nato del ’92 e quando ho cominciato ad interessarmi al cinema la rappresentazione dell’omosessualità era abbondantemente sdoganata, quindi gli sceneggiatori non dovevano ricorrere a perifrasi per far capire che certi personaggi erano gay, potevano dirlo liberamente. Io però nel documentario intervisterò anche persone prossime agli ottant’anni, quindi immagino che dovessero lavorare di fantasia – o saper leggere codici che però non erano alla portata di un adolescente inesperto – per identificare dei personaggi come omosessuali. Ovviamente, mi rendo conto della difficoltà di ricordare con precisione quale sia stato il primo personaggio che una persona ha identificato come omosessuale, ma penso sia un aspetto affascinante del documentario quello di andare a smuovere la polvere nei meandri della memoria degli intervistati, per rintracciare il loro archetipo gay cinematografico e scoprire come ne sono stati influenzati.

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A questo punto hai stimolato la curiosità: un altro personaggio individuato da un tuo intervistato?
Finora non ho ancora intervistato nessuno in senso stretto, ho chiacchierato con alcuni dei futuri protagonisti del documentario. Però, ho scoperto la prima cotta cinematografica di Ivan Cattaneo. Le riprese le farò tra gennaio e febbraio, e man mano lascerò trapelare i nomi degli intervistati, abbinati ovviamente a sugose anticipazioni!

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Di chi ci siamo innamorati da adolescenti?

Quindi il documentario è ancora tutto da fare! Hai lanciato un crowdfunding per realizzare il documentario, proprio come la tua precedente opera?
Esattamente, l’idea è di realizzare un prodotto molto più breve e leggero, in attesa di poter portare avanti il sequel lesbico di “Ne avete di finocchi in casa?“, che si chiamerà “La signorina si sente poco bene?“. Quanto a Grazie, Signor Jigglypuff!“, a rendere il discorso più simpatico e piccante provvederà la parte dedicata alle prime cotte cinematografiche gay degli intervistati. Sarà l’occasione per rispolverare sex symbol dimenticati e magari un po’ improbabili. Il mio è senza dubbio Burt Lancaster: sono sempre stato sensibile al fascino delle star morte prima che raggiungessi l’età della ragione.

Tornando al crowdfunding, anche stavolta mi sto affidando a Produzioni dal Basso; per i donatori ho in serbo delle ricompense a tema Jigglypuff che sono la nuova frontiera del kitsch, progettate dal designer mantovano-londinese Edoardo Preti.

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Non ci resta che visitare la pagina della raccolta fondi e contribuire, accaparrandoci un gadget super kitsch, aspettando l’uscita di Grazie signor Jigglypuff!”.