Sylvia Rivera: la transessuale che a Stonewall creò il Pride

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Abbandonata dal padre e orfana di madre, ebbe un'infanzia di dolore e emarginazione. Ecco chi fu Sylvia Rivera, la madre di tutti i Pride moderni.

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Oggi è l’anniversario dei moti di Stonewall: sono passati 47 anni dalle prime rivolte della comunità LGBT contro i blitz della polizia, esplosi per affermare la libertà a vivere la propria identità. La prima notte degli scontri fu quella di venerdì 28 giugno 1969, quando la polizia irruppe nel bar Stonewall Inn, un locale gay in Christopher Street nel Greenwich Village, a New York. Quel momento è universalmente considerato il momento di nascita del movimento di liberazione LGBT mondiale.

Simbolo dei moti di Stonewall è diventata la transessuale Sylvia Rivera (New York, 2 luglio 1951 – New York, 19 febbraio 2002), che si vuole abbia dato inizio alla protesta gettando una bottiglia (ma qualcuno dice una scarpa) contro un poliziotto, dopo l’ennesimo blitz. La polizia infatti all’epoca era solita entrare nei locali gay, minacciando o addirittura arrestando chi si baciava o si teneva per mano o chi indossava abiti non conformi al proprio genere sessuale. Sylvia Rivera esausta dalle vessazioni delle forze dell’ordine avrebbe scagliato una bottiglia contro un agente, dando inizio a una lotta che avrebbe coinvolto circa duemila persone contro oltre quattrocento poliziotti.

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La notte seguente le schermaglie continuarono, fino all’alba e così per cinque giorni di seguito. L’anno successivo venne organizzata dal Movimento di liberazione gay una marcia commemorativa che partì da Greenwich Village per concludersi a Central Park, cui presero parte migliaia di uomini e donne. Si trattò di fatto del primo Pride della storia.

Nata a New York in un taxi di fronte al Lincoln Hospital, ma di origini portoricane e venezuelane, Sylvia Rivera visse sempre a New York o nelle sue vicinanze. Abbandonata dal padre quando era ancora neonata, diventò presto orfana dopo il suicidio della madre, avvenuto solo tre anni dopo la sua nascita. Una storia dolorosa quella della Rivera: crebbe con la nonna venezuelana che presto si accorse dei suoi modi femminili (iniziò già dalle elementari a volersi truccare), disapprovandoli. A causa delle difficoltà in famiglia all’età di 11 anni Sylvia iniziò a vivere in strada e presto iniziò a prostituirsi. Entrò in contatto con la comunità di drag queen della sua città, dalla quale fu in qualche modo “adottata”.

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Dopo i fatti di Stonewall del 1969, Sylvia nel febbraio 1970 si unì alla Gay Activists Alliance. Nello stesso anno, memore delle sue esperienze passate, fonda, insieme a Marsha P. Johnson, lo STAR (Street Transvestite Action Revolutionaries), un gruppo dedicato ad assistere ed aiutare le persone LGBT senzatetto, ma la mancanza di fondi e altri problemi bloccarono il progetto. Fra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni novanta si trasferì a Tarrytown (sempre nello stato di New York), dove organizzava degli spettacoli drag nei locali della zona.

Pur rimanendo in contatto col movimento gay, iniziò solo a partecipare ai Gay Pride annuali, limitando i suoi impegni col movimento. Successivamente l’uso di sostanze stupefacenti determinò un tracollo nella sua vita ed il suo ritorno a New York, come senzatetto. Nel 1994, sempre più delusa dall’emarginazione delle persone transgender da parte della comunità gay, decise, durante il venticinquesimo anniversario della rivolta di Stonewall, di mettersi alla testa della cosiddetta marcia “illegale”, un gruppo di manifestanti respinti dagli organizzatori del Gay Pride. Il 24 maggio 1995 tentò il suicidio, gettandosi nel fiume Hudson.

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Sylvia Rivera ha tentato il suicidio più volte, soprattutto in seguito alle discriminazioni e alle forti delusioni, in particolare quelle dovute al movimento gay, che ha più volte preso le distanze da transessuali, travestiti e drag queen, che rappresentano talvolta nella comunità LGBT una sorta di minoranza nella minoranza.

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È morta a 50 anni, al St. Vincent’s Manhattan Hospital di New York, per un tumore al fegato.

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