LA DOPPIA VITA DI UN ORDINARIO BISEX

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"Seconda pelle" ricorda altri film, ad esempio "Making love" del 1980. Ma Javier Bardem e Jordi Molla ci mettono più passione: venti anni dopo si può. Ed ecco...

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E’ curioso come il cinema contemporaneo abbia notevoli difficoltà a sdoganare un tema come la bisessualità. Negli ultimi anni si contano a decine i film gay, con protagonisti gay o ‘molto gay’ come direbbero in America, cioè la cui sessualità è definita e manifesta, spesso esponenti della middle class pienamente integrati nella società etero. Ma l’universo dei bisessuali, che sono tantissimi ma sfuggono a qualsiasi categoria – soprattutto politica – e a ogni indagine o ricerca psicologica e sociologica, facendo parte di un mondo sommerso che non vuole certo fare coming out, raramente è il vero protagonista di un film di oggi. Eppure ci sono bisessuali a iosa nella storia del cinema (per citare a caso: lo studente interpretato da Terence Stamp che seduce un’intera famiglia in ‘Teorema’ di Pasolini, il Querelle de Brest di Brad Davis nell’omonimo film fassbinderiano, Jules et Jim di Truffaut). Oggi si ritrovano spesso forse solanto nei film di Gregg Araki – che è un regista gay underground – e in quelli meno mainstream e più indipendenti.

C’è chi sostiene che siamo tutti bisessuali e chi, al contrario, che il bisessuale altro non è che un gay represso. In ‘Segunda Piel’ (Seconda pelle) di Gerardo Vera, direttore artistico teatrale spagnolo alla sua opera prima, Alberto è un ingegnere aeronautico sposato con Elena che lavora in un laboratorio d’arte, hanno un figlio che fa le elementari. Alberto ha una storia segreta con Diego che lavora come chirurgo in una clinica privata. Un giorno Elena scopre il conto di un albergo e sospetta l’esistenza di un’amante (donna). Alberto confessa di essere andato a letto con una collega e ottiene il perdono della moglie. Quando invece Elena scopre che si tratta di un uomo scoppia inevitabilmente il dramma.

Se la storia ha uno sviluppo melodrammatico abbastanza convenzionale, è invece interessante il complesso personaggio del bisessuale Alberto: non dà spiegazioni del suo comportamento, vive in maniera apparentemente naturale le due storie parallele che segue con eguale trasporto amoroso, va in crisi perché si rende conto ‘di mentire sempre, di dover mentire da quando era piccolo’. L’atteggiamento schizoide di chi convive da sempre con un bisogno di doppiezza costante, di duplicità sessuale ma anche d’identità personale, minato dall’incapacità di poterlo analizzare criticamente, è reso molto bene e recitato con convinzione da Jordi Mollà (‘Prosciutto, prosciutto’, ‘Volavérunt’), fascinoso ma fragile dietro ai suoi delicati occhi chiari e un sorriso luminoso incorniciato dalla barba di qualche giorno.

L’amante gay è interpretato dal corpulento Javier Bardem che sembra voler fare di tutto per ribaltare l’immagine da etero rude e bovinamente animalesco che il suo fisico e i suoi primi film (a partire da ‘Uova d’oro’ di Bigas Luna) gli avevano costruito intorno: nel film è un dottore tenero, romantico e passionale e questo è il suo secondo ruolo gay consecutivo; dopo quello dello scrittore Arenas in ‘Before Night Falls’ di Julian Schnabel, che gli è valsa a Venezia la Coppa Volpi come miglior attore. ‘Segunda Piel’, distribuito in Italia dalla Keyfilms di Kermit Smith, fa venire in mente un film americano degli anni ’80, ‘Making Love’ di Arthur Hiller: anche lì c’era un uomo sposato (Michael Ontkean) che si innamorava di un altro uomo (Harry Hamlin), anche lì la moglie (Kate Jackson) lo scopriva e iniziava il dramma. E anche lì uno dei due faceva il medico. Le novità? Le scene di sesso, che qui sono esplicite (ma senza esagerare) e l’intimità maschile che viene finalmente mostrata e fatta vedere per quello che è: a letto i due fanno l’amore ma si abbracciano anche, parlano, si coccolano, si accarezzano.

Vent’anni fa si baciavano al buio, non facevano sesso, traspariva un senso di impaccio, di disagio, di inadeguatezza (e forse anche di colpa latente): la vera novità di oggi forse è la naturalezza con cui vengono rappresentate queste scene, la paura di infastidire il pubblico eterosessuale si è trasformata nella moderna consapevolezza di rappresentare una realtà diffusa, condivisa, accettata.

Bravissime le attrici: Ariadna Gil è la moglie travolta dalla scoperta del lato oscuro della personalità del marito, costantemente turbata da fremiti di insicurezza, di disperazione ma anche di ostinata ribellione; l’almodovariana Cecilia Roth (‘Tutto su mia madre’) è la migliore amica di Diego, sua collega e confidente, una sorta di onnipresente faro morale che comprende subito le profonde difficoltà della combattuta storia d’amore e cerca di riportare Diego alla realtà.

Il finale cita esplicitamente un altro modello di cinema bisex, l’algido ‘Domenica, maledetta domenica’ di John Schlesinger con Peter Finch e Glenda Jackson.

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