ROMOLI, MANO SCRIVENTE DI OZPETEK

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Intervista esclusiva allo sceneggiatore di 'Cuore Sacro'. "Questo film parla di un coming out". "Se scrivi di loro, gli omosessuali ti odiano". "Il prossimo film? Un melodramma gay".

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E’ una delle menti più creative del cinema italiano. Gianni Romoli, eclettico sceneggiatore e produttore, autore dei due copioni gay di maggior successo degli ultimi anni. Dietro a tanto lavoro, la grande amicizia con chi quelle sceneggiature le ha portate sullo schermo, il regista italoturco Ferzan Ozpetek, il cui ultimo film ‘Cuore Sacro‘, porta la sua firma.
A Gay.it ha raccontato segreti e retroscena della genesi di questi film.
Come è nata la sceneggiatura di ‘Cuore Sacro‘?

E’ nata come ‘Le fate ignoranti’ e ‘La finestra di fronte’ da uno spunto narrativo di Ferzan. Quando lavoro con Ferzan preferisco che l’idea parta da lui: è anche un po’ per sentirsi protetti, la scena si nasconde dietro il regista. Ferzan aveva sentito la storia di una grande armatrice turca detta ‘la sultana di ferro’ che nel corso della sua vita era diventata poverissima. In parte aveva dilapidato le sue sostanze, in parte aveva aiutato la gente. Una storia leggendaria, quasi di una santa. Ci piaceva l’idea del passaggio da un grande potere a una totale mancanza di esso. Da questo spunto abbiamo piano piano costruito una storia a partire dallo scheletro, un soggetto di una ventina di pagine. Avuto l’ok dalla mia socia Tilde Corsi (in foto con Romoli), ho scritto una stesura della sceneggiatura molto libera di 250-300 pagine. Io sono la sua ‘mano scrivente’ ma discutiamo scena per scena. C’erano personaggi e scene che poi abbiamo tolto, come l’ex marito di Irene, l’incontro col fantasma della bambina in mezzo ai marmi di Carrara e una scena d’amore col barbone interpretato da Andrea di Stefano in cui lei gli fa credere di essere Sara.
E’ stato un lavoro lungo?
Siamo stati abbastanza veloci, circa quattro mesi.
E’ raro per un film italiano trovare un personaggio femminile così denso su cui si regge tutto il film…

Sì, Irene chiude una trilogia: anche ‘Le Fate Ignoranti’ e ‘La Finestra di Fronte’ raccontano poi la stessa storia vista con gli occhi di una donna rigida e chiusa in una serie di obblighi sociali o psicologici, anche se di tre diverse estrazioni sociali. Si trovano a confrontarsi con un momento doloroso della loro vita legato a una morte e sono costrette ad aprire gli occhi sulla realtà che le circonda e subire un cambiamento interiore. Sono come metafore di un coming out, un invito al cambiamento. Secondo me sono film profondamente ottimisti.
Quando scrivevi il personaggio di Irene pensavi già alla Bobulova?
No. Anzi, c’era un pour parler per la Golino che allora frequentava assiduamente Ferzan. Quando scrivevo ‘Le Fate Ignoranti’ invece sapevo che Antonia era la Buy.
La Bobulova è stata scelta dopo. Ferzan ha fatto una serie di incontri con attrici italiane ma erano quasi tutte occupate. Lei si è presentata sapendo a memoria due scene che le avevamo mandato il giorno prima e ha fatto un ottimo provino. Ha un grande vantaggio: è una presenza leggera, adatta a un ruolo così complesso.
Tra l’altro, per la prima volta, non si capisce che è straniera…
sì, parla perfettamente italiano. Era tutta presa diretta, è stata solo seguita da una ‘dialogue coach’. Barbara è una professionista serissima che viene da Praga, non ha mai un eccesso. Il pericolo di questo film era il rischio che diventasse ridicolo.
Hai scritto due sceneggiature gay di successo. Quali sono le trappole da evitare quando si scrive un film a tematica omosessuale?

Quando scrivi un film che parla di gay, l’80% degli omosessuali ti odierà perché scatta uno strano rapporto. In realtà rappresenti dei personaggi che sono anche gay ma gli altri presuppongono che tu dica assolutamente tutto sul mondo omo. Dopo le due esperienze delle Fate e la Finestra ho detto: mai più. Pensa che l’autore di ‘Queer As Fok’ dice che non può più andare in un locale gay perché sennò gli tirano i sassi. Ma non rappresenti un mondo, metti solo in scena quello che conosci o che serve per il film. Nelle Fate tutto era visto dal personaggio femminile. Nella prima parte erano considerati personaggi negativi poi Antonia entrava in empatia con loro. Il tentativo in quel caso era che l’elemento comico era posto tutto nelle mani delle donne amiche dei gay.
Il consiglio che posso dare è non porsi problemi di politically correct. Ma è difficilissimo. E’ complicato parlare di gay: hai paura di dire troppo o troppo poco. Dopotutto i gay si rappresentano in 15000 modi diversi. Non bisogna avere l’ansia che si rappresentino tutti. E’ il problema di fare film in settori molto riconoscibili come quando fai un film ambientato nel mondo degli operai.
Come vi siete conosciuti tu e Ferzan?
Una ventina d’anni fa al Festival di Massenzio che io allora organizzavo. Me lo presentò Maurizio Ponzi di cui era l’aiuto regista. Siamo diventati subito molto amici. Quando mi chiese di scrivergli il primo film gli dissi di no: se fosse andato male avremmo rischiato di rovinare l’amicizia. Comunque quando girò in Turchia mi telefonava tutti i giorni. Poi scrivemmo insieme ‘Harem Suaré’. Da quando lavoriamo insieme, però, ci vediamo di meno.
Qual è il tuo film gay preferito?
Mi ricordo una grande emozione quando vidi a Londra ‘Domenica maledetta domenica’ di John Schlesinger. Ultimamente l’ho rivisto ma mi sono identificato col medico, non col giovane! Guardo sempre con tenerezza ‘Festa per il compleanno del mio caro amico Harold’. Fu molto contestato ma allora era talmente raro trovare un film che parlasse dell’argomento in maniera seria che risultò interessante. Poi adoro il cinema d’avanguardia di Jarman e Warhol. Mi è piaciuto anche ‘Go Fish’ di Rose Troche e il televisivo ‘Queer As Folk’. I gay al cinema devono sempre fare un doppio salto mortale: spesso subiscono identificazioni mediate, riflesse, come con le grandi dive del cinema classico.
Tu hai scritto anche sceneggiature horror-erotiche. Ci parli del lesbismo nei film degli anni ’70?
Di ‘Isabelle Clito 2000’ non ho più neanche la copia: era un porno di argomento lesbico ma non solo. Gli eventuali finanziatori mi dissero che sarebbe costato 12 miliardi! Ci fu un ricco filone di exploitation lesbica ma l’idea di vedere donne nude che facevano cose tra di loro era puro sfruttamento. Alla base della produzione horrorifica che ha dato origine a ‘Il sangue e la rosa’ di Vadim o ‘Myriam che si sveglia a mezzanotte’ è ‘Carmilla’ di Sheridan Le Fanu, la vampira che succhia solo le donne. Era molto intrigante per lo spettatore etero. Ma con due uomini gay la gente avrebbe urlato in sala!
Come si diventa un produttore?

Io lo sono diventato per caso. Ho avuto la fortuna di scrivere ‘Fantaghirò’ che è stato un grande successo internazionale per 7-8 anni. Tutta la serie di ‘Fantaghirò’ è una metafora gay ma solo all’estero l’hanno capito. In Italia l’ha intuito solo ‘Il Manifesto’. E’ una favola omosessuale sulla scomposizione dei ruoli. Un giorno ho incontrato Tilde Corsi, moglie di Manuel De Sica, che stava cercando di produrre un film, ‘Dellamorte Dellamore’, ma nessuno voleva investire denaro. Allora abbiamo contattato Rupert Everett (in foto con Romoli, Michele Soavi e Tilde Corsi) che ha accettato volentieri. Ha poi venduto molto bene. All’estero è diventato un film di culto. Effettivamente Everett è Dylan Dog.
Quali autori contemporanei ti piacerebbe produrre?
Abbiamo appena prodotto Marra. Adoro sia Muccino, per la sua energia, che Garrone per i suoi soggetti originali.
Qualche indiscrezione sul prossimo film di Ferzan?
E’ un po’ presto ma ti posso anticipare che vorrebbe fare una commedia a tematica gay sulla scia de ‘Le fate ignoranti’. Sarebbe bello fare una bella storia d’amore gay, un melodrammone. Ma già è stato difficile trovare i soldi per Le Fate. Un terzo del capitale l’abbiamo messo io e Tilde. Arrivò a costare 5 miliardi. Nessuno voleva produrre ‘un film di froci che non fanno ridere’. Per fortuna è andato bene sennò ci avremmo rimesso.
A che cosa stai lavorando adesso?
Sto iniziando a scrivere un remake de ‘La corona di ferro’ di Blasetti di cui io e Tilde abbiamo comprato i diritti di remake.
Vorremmo farne un fantasy europeo. Raicinema è molto interessata e sta finanziando la sceneggiatura. Riprende quel filone fantastico che era all’origine del cinema italiano. Scorsese dice che ‘Paisà’ e ‘La corona di ferro’ erano le due anime del cinema italiano. In qualche modo mi sono già sfogato nel genere con ‘Fantaghirò’ che però aveva un pubblico prevalente di bambini e la gabbia della televisione.
Visita il sito di ‘Cuore Sacro’

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