Che si fa stasera?

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Dite un genere musicale e nel fine settimana a Roma lo troverete, fosse anche la pizzica-queer-salentina. Ma se sperate di conoscere qualcuno in un bar prima del venerdì,...

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La vita gay a Roma è davvero strana. Dal lunedì al giovedì decidere di uscire per bere un drink in un locale gay dove non ti servano accanto al bicchiere lubrificante e preservativo e che non abbia più camerini di un negozio di H&M è praticamente impossibile. Ad eccezione di un unico bar "vero" al quale andrebbe assegnato il cavalierato del lavoro (aperto 7 giorni su 7, 24 ore su 24, in pratica un pronto soccorso d’ospedale) se arrivano degli ospiti dall’estero e ti chiedono: "cosa c’è da fare stasera?" (poniamo un mercoledì) o li incappucci, li carichi su un volo per Madrid e li butti a Chueca, facendogli credere che è un quartiere della città e che in Italia si parla spagnolo o ti rassegni ad ammettere che nella Capitale questo è il massimo che offre il panorama.

Poi però arriva il fine settimana e te ne accorgi perché sul tuo profilo Facebook 18 notifiche su 17 sono inviti ad aperitivi, party, eventi in discoteca e per un attimo ti sembra di vivere nella New York degli anni ’90. A quel punto, scegliere dove trascorrere la serata diventa fondamentale. Come per le effimere, sai che hai meno di 48 ore per conoscere qualcuno (che sia reale, ovvero che non si nasconda dietro 12 ore di lavorazione immagini con photoshop e che non ti incastri in conversazioni telematiche sui massimi sistemi per poi sparire nel nulla) e la scelta del posto diventa la decisione più importante della tua vita dai tempi di quella universitaria.

Ancora prima di tirare fuori un pendolino da far ruotare sulla mappa della città invocando gli spiriti dell’aldilà, iniziano a questo punto i sondaggi tra amici e conoscenti per evitare di prendere la "sola" ("fregatura", per quanti ci seguono fuori dal Grande Raccordo Anulare): «Ma tu stasera dove vai?», «Dici? Sabato scorso mi hanno detto che era mezzo vuoto. Ma che mi frega chi suona: ci sarà gente?».

Puoi scegliere la disco commerciale che ha come specialità della casa il trittico "Spears-Aguillera-Minaj", puoi far sconfiggere la forza di gravità dalla tua frangetta cementandola in ardite evoluzioni realizzate con una soluzione misto "Cielo Alto-Mille chiodi" e andare in un ex fabbrica dismessa in periferia per ballare quella musica che va un sacco a Berlino («ma che sei scemo che non li conosci i Rakmuzopeck?!»), o sudarti anche l’anima agitandoti senza maglietta e con poco entusiasmo nel "club-tipo-Londra-ma-non-è" che suona musica house.

Insomma, dì un genere di musica e, nel fine settimana, a Roma lo trovi, fosse anche la pizzica-queer-salentina. Il punto però per un FILFone (la variante maschile della MILF) come me è che ormai non c’ho più la grinta neppure per affrontare una festa di battesimo, figuriamoci una serata in discoteca. È per questo, ad esempio, che quando sento parlare di un compleanno in arrivo (una delle poche vere alternative alle serate nei locali) faccio di tutto per imbucarmi anche se non ho la minima idea di chi sia il festeggiato, convinto che sia un ambiente sufficientemente rilassato dove, perché no, conoscere qualcuno senza per questo farsi venire i crampi alle gambe costringendomi a ballare in pista per ore stile "Non si uccidono così anche i cavalli?" (a meno che questa non sia come il compleanno celebrato da un mio amico il mese scorso dedicato al mondo del rock, che per riprendermi mi sono serviti 3 giorni di riabilitazione, anche questo in perfetto stile rock).

Lo so che non dovrei usare per fini personali lo spazio gentilmente messomi a disposizione da Gay.it ma sono certo di farmi portavoce di tanti che come me vorrebbero chiedere: "Care gilde dei locali gay italiani, vi prego, dateci dei bar aperti anche prima del calare delle tenebre, anche in giorni lavorativi, magari illuminati da più che 2 candele a cialda di Ikea, come ce ne sono nel resto del mondo e dove si possa andare, incontrare qualcuno e fare conversazione senza provocarsi un’ulcera alla laringe per sovrastare il volume della musica". E per darvi uno stimolo all’impresa, cito l’ottimo Briatore ricordandovi che "il business è il business e non guarda in faccia a nessuno", quindi considerate solo una cosa: in Italia siamo 60 milioni. Se accettiamo la teoria del 10%, ci sono 6 milioni di omosessuali a piede libero. Togliamo i minorenni, i virgulti nel fiore degli anni, gli attempati ancora gagliardi che non si arrendono, i ricoverati in ospizio e le lesbiche che tanto loro a 20 o 80 anni si divertono tutte allo stesso modo (birra, falò, chitarra e campeggio). Resta comunque una popolazione di quelli per cui "un caffé e 4 chiacchiere vanno benissimo" quantificabile in centinaia di migliaia di persone. E lungi dal sovrapporre gli affari con la solidarietà sociale, se vi fate due conti, questi so’ comunque bei soldi!

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