Albania, tutte le promesse non mantenute dal governo in ambito di diritti LGBTQIA+

Migliaia di rifugiati LGBTQIA+ albanesi sono costretti a lasciare il proprio paese di origine a causa della mancanza di tutele e dell'atteggiamento ostile di istituzioni, autorità e società civile.

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Il Pride di Tirana, 2023
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Nel 2007, l’Italia accoglieva il primo rifugiato LGBTQIA+ dall’Albania. Arben era stato costretto a fuggire dal suo paese di origine in seguito alle pesanti minacce ricevute dalla sua stessa famiglia, che lo rinnegava a causa del suo orientamento sessuale.  

La storia di Abren è quella di migliaia di altri individui LGBTQIA+ albanesi, parte di quell’esodo straordinario che dal 1993 ad oggi ha portato il paese a perdere un quinto della popolazione totale a causa delle condizioni socio-economiche inadeguate.

Oggi, Giorgia Meloni propone invece di dirottare in Albania 36.000 migranti all’anno. Che fine faranno le persone LGBTQIA+ in fuga dai paesi omobitransfobici africani in un paese la cui domanda di ammissione in Unione Europea è ferma dal 2009 anche per questi motivi? 

La depenalizzazione dell’omosessualità in Albania

La pesante eredità lasciata dal regime di Enver Hoxha è tra le prime cause da individuare nell’analizzare la complessa situazione dei diritti in Albania. Retoriche tradizionaliste, incentrate sulla natalità a tutti i costi, in ferma opposizione alle correnti progressiste in ambito di aborto e contraccezione, persistettero per decenni prima e dopo la fine della guerra fredda nel 1991.

Un modello radicato, difficile da abbandonare, che influenzava ogni aspetto della vita di una popolazione già nel pieno di una transizione economica radicale. 

Ed è proprio in questo periodo cruciale che nascono i primi microcosmi LGBTQIA+ attorno al 1993. Associazioni inesperte, pioniere, il cui ruolo è però determinante nell’ottenere la depenalizzazione dell’omosessualità nel 1995.

Ma se da una parte la legge si aggiorna, dall’altra permane un contesto socioculturale ancora profondamente ostile alla causa, dove l’omosessualità continua ad essere un tabù. Il senso di isolamento e di paura non scompare mai del tutto, come racconta a “Il Manifesto” l’attivista Xheni Karaj, che nel 2009 ha fondato Aleanca Lgbt, una delle più influenti associazioni per la difesa dei diritti delle persone queer:

Attivist* e leader dei movimenti per la liberazione LGBTQIA+ vengono costrett* al silenzio tramite minacce e intimidazioni che portano molt* di loro ad abbandonare il paese per richiedere asilo politico all’estero.

2012: la comunità LGBTQIA+ albanese alza la testa

Nonostante il moderno regolamento contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere emanato nel 2010 – che rende l’Albania il primo paese a maggioranza islamica ad avere una legge di questo tipo – , l’omofobia istituzionale è ancora rampante nel 2012, quando in diretta sulla TV nazionaleun parlamentare di estrema destra parla della “soluzione definitiva” per liberarsi di un ipotetico figlio omosessuale: un colpo di pistola in testa.

In quel frangente, tuttavia, la comunità sceglie di non rimanere in silenzio: nel ribattere alle affermazioni di Basha, Xheni Karaj diventa la prima donna a fare coming out pubblicamente come lesbica nella storia albanese.

L’episodio diventa presto una pietra miliare del movimento LGBTQIA+, che comincia a fare rete e a crescere esponenzialmente negli anni a venire anche grazie al potere dei social network.

L’unico modo per parlare con altre persone LGBTQIA+ erano i gruppi Facebook, su cui si scriveva con profili falsi per proteggere la propria identità – racconta Karaj – l’azione di attacchinaggio ha segnato l’inizio della nostra militanza. I poster dicevano: ‘L’omofobia è una malattia della società’. Li abbiamo affissi in piena notte. Di giorno sarebbe stato troppo pericoloso”.

Le sfide erano però appena cominciate.

Dalla legge antidiscriminazione al Piano Nazionale per le Persone LGBTI in Albania

Gli anni dieci del 2000 furono un periodo di profondi cambiamenti per l’Albania. In ambito di diritti civili, la legge contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere fu rafforzata andando ad equiparare l’omofobia ai crimini d’odio su base etnica, razziale e religiosa.

Il primo Pride fu organizzato da PINK Embassy in collaborazione con Human Rights House e Open Mind Spectrum a Tirana il 17 maggio del 2014, sotto una pioggia torrenziale che non scoraggiò le poche centinaia di partecipanti.

Sotto una gigantesca bandiera arcobaleno, la Tirana LGBTQIA+ sfilò per il proprio diritto all’esistenza. Fu un evento non scevro da conflittualità interne al movimento: da una parte, Pro LGBT sosteneva che il Pride non facesse altro che perpetuare cliché e stereotipi dannosi e, di conseguenza, alimentare le persecuzioni. Dall’altra, una comunità queer stanca di vivere nell’oblio.

Il 2021 fu un ennesimo punto di svolta, con il Piano Nazionale per le Persone LGBTI 2021-2027, presentato dal Ministero per la Salute e la Protezione Sociale. Un documento stilato in collaborazione con attivist* e associazioni, contenente una roadmap ben definita di obiettivi da raggiungere per la parità di diritti.

Eppure, con l’accumularsi delle deadline non rispettate, l* attivist* cominciano a sospettare che il governo Albanese rimanga ancora totalmente disinteressato alla questione LGBTQIA+, mostrando un progressismo di facciata utile all’ingresso in UE.

Commenta Arbër Kodra, attivista: “Nel Piano ci sono tantissime misure importanti, ma la volontà politica di attuarle è poca. La politica postpone, postpone tutto il tempo. Non basta promulgare le leggi, se poi non le si applica. Come mai, con una legislazione estesa che tutela i diritti, così tante persone LGBTQIA+ sono ancora costrette a chiedere asilo in altri paesi europei?“.

L’aggiornamento dei regolamenti in ambito di diritti umani è infatti una prerogativa fondamentale per i paesi candidati. Ma forse un iniziale cambiamento “imposto” potrà infine coinvolgere davvero istituzioni, autorità e popolazione? Non c’è una risposta semplice.

La situazione attuale dei diritti LGBTQIA+ in Albania

Dopo l’approvazione del Piano Nazionale, la condizione della comunità LGBTQIA+ non è cambiata di molto. Ancora oggi, la maggioranza della società albanese reputa le identità queer mode occidentali, incompatibili con lo stile di vita e le tradizioni del paese.

Istituzioni, autorità e società civile rafforzano questa prospettiva in un circolo vizioso che danneggia le popolazioni più vulnerabili: le persone trans e gender non conforming non possono intraprendere percorsi di affermazione di genere, e sono costrette ad emigrare per farlo.

L’alternativa è il mercato nero degli ormoni: tra prezzi esorbitanti, dosaggi errati e farmaci non tutelati, il rischio di conseguenze gravissime sulla salute delle minoranze sessuali è altissimo.

Di unioni civili – e di conseguenza, di matrimonio egualitario – non se ne parla nemmeno. Il che ricade anche sui minori nati in famiglie omogenitoriali, che per lo stato albanese non esistono.

Essere LGBTQIA+ in Albania vuol dire essere cittadini di serie C. Non è possibile vivere la propria identità, costruire una famiglia e nemmeno una carriera: i due terzi dei rispondenti a un sondaggio di Aleanca – associazione queer sul territorio – hanno dichiarato di non riuscire a trovare lavoro a causa della propria identità di genere e del proprio orientamento sessuale. Alcuni si arrendono e se ne vanno.

A chi resta, l’arduo compito di proseguire una battaglia di umanità che appare sempre più disperata:

Non è facile rimanere quando vedi che tutti se ne vanno” spiega Xheni “Ma se ci arrendiamo e ce ne andiamo, a chi lasciamo l’Albania?“.

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