Perché molti speravano che il golpe in Turchia riuscisse?

di

L'assolutismo di Erdogan, i seimila tra guidici e soldati arrestati, il sultanato, l'imam democratico Gulen e la paura della libertà: tutto quello che c'è da sapere sulla situazione...

CONDIVIDI
70 Condivisioni Facebook 70 Twitter Google WhatsApp
4469 1
Perché un colpo di Stato in Turchia ha tenuto, venerdì notte, col fiato sospeso milioni di persone e molti governi occidentali?
Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto cercare di capire cos’è la Turchia oggi e soprattutto chi è il suo leader, Recep Tayyip Erdogan. Ma ancora prima bisogna definire, secondo me, cos’è una democrazia. In fondo anche Breznev, Ceausescu o Mussolini furono eletti attraverso elezioni più o meno regolari, ma uno Stato democratico è una cosa ben più complessa dell’elezione di un capo di governo.
Erdogan è stato indubbiamente eletto con elezioni regolari, almeno tanto quanto lo sono quelle del nostro paese (e sappiamo quanto “regolari” possano essere le nostre elezioni, soprattutto in alcune regioni italiane). Nel suo caso però la discriminante è l’assolutismo dei suoi poteri. Nei suoi 13 anni di governo Erdogan ha lavorato sistematicamente per smontare i contrappesi che ogni democrazia esercita per contenere l’azione di governo. Ha eliminato politicamente e fisicamente le opposizioni politiche, incarcerando o esiliando i suoi avversari (compreso quel Fetullah Gulen di cui parleremo tra un attimo). Ha eliminato giornali e media critici verso di lui e fatto arrestare – senza processo – giornalisti colpevoli di aver descritto la verità. Ha bombardato senza pietà e senza testimonianze decine di paesi curdi dentro e fuori il confine.
Forse la prova più evidente dell’idea di democrazia che possiede Erdogan la vediamo in queste ore, dove ai più di tremila soldati arrestati su cui pende una inevitabile condanna a morte senza processo si sono aggiunti l’ arresto di migliaia di giudici considerati non allineati . Infatti era proprio il potere giudiziario, oltre alla stampa e all’esercito, l’unico che ancora si contrapponeva al sultanato voluto da Erdogan. Una contrapposizione non basata su chissà quale ideologia ma proprio su quanto prescritto dalla legge. Lo Stato di diritto, appunto.
Ovviamente, in un sultanato i primi a morire sono i diritti civili. Erdogan è infatti rappresentante di un partito islamista che ha le sue radici nella parte più povera e culturalmente arretrata del paese, che si rifà alle leggi islamiche, ma ha sempre maggiori difficoltà a essere accettato nei centri urbani più evoluti e aperti al mondo esterno come Istanbul e Ankara. Si assiste infatti al paradosso di una classe media che è cresciuta enormemente grazie alle politiche economiche che hanno fatto della Turchia una succursale low cost di molte imprese internazionali che non volevano tentare l’avventura cinese, ma che ora si trovano soffocate da un regime che nega ad essa quella libertà in nome della religione.
E qui si inserisce la figura di Gulen, uno degli imam predicatori più noti nel mondo turco, il quale ha fondato un movimento che sostiene, guarda un po’, il dialogo e la convivenza inter-religiosa, la distinzione tra Stato di diritto e osservanza coranica, e la democrazia (e non la teocrazia) come forma di governo. Gulen ha sempre sottolineato il ruolo dell’istruzione individuale e collettiva come ancora di salvataggio dalle derive populiste e radicali. L’Islam moderato dunque esiste e ha nomi e facce, verrebbe da dire.
Gulen è fuggito nel 1999 negli Stati Uniti dove risiede a causa delle crescenti pressioni del governo di allora contro gli islamisti ma è dal 2013 che è ai ferri corti col governo turco a causa del fatto che Erdogan ha accusato la magistratura di perseguitarlo con delle inchieste di corruzione che riguardavano lui e la sua famiglia. Inchieste condotte, a suo dire, da magistrati vicini a Gulen e alla sua ideologia. Ancora oggi suoi familiari sono coinvolti nei traffici illeciti del petrolio che Isis vende sul mercato internazionale per finanziarsi. Un traffico che è stato svelato ai media da Putin, passato in queste settimane da acerrimo nemico a grande alleato.
Oggi Erdogan accusa formalmente Gulan del golpe fallito. Un golpe che ha visto l’ala laica dell’esercito fondersi con quella gulenista. Per questo milioni di persone sono rimaste col fiato sospeso. Perché per quanto antidemocratico sia un colpo di Stato, esso interveniva in una situazione di sistematiche, continue violazioni dei diritti civili e umani di milioni di persone e nell’opera di trasformazione di una debole democrazia in un sultanato. La democrazia raramente ha gli anticorpi necessari per resistere ad anni di logoramento delle sue istituzioni da parte di movimenti e leader che usano la violenza e la paura per chiudere la bocca agli avversari.

I riflessi di questo golpe si vedono in queste ore: che c’entrano 2800 giudici arrestati col fallito golpe? Nessuno di loro ha partecipato direttamente o indirettamente, né è stato giudicato colpevole da un tribunale. Ma questi giudici non sono allineati, sono indipendenti e tanto basta. E nello scacchiere internazionale il recente riavvicinamento tra Putin e Erdogan, come quello con Israele (che, lo ricordiamo , è al punto più basso delle relazioni con gli Usa nella sua storia viste le nette divergenze politiche e pure personali tra Obama e Netanyahu) ha visto come riflesso l’allontanamento dagli Usa con la accusa odierna di essere loro gli organizzatori del colpo di Stato. E l’Europa, c’è da scommetterlo, pagherà un prezzo altissimo per questo, visto che già prima di venerdì tre miliardi di euro non bastavano per tenere lontani i profughi siriani, confinandoli in sconosciuti campi di detenzione in Anatolia anziché nei centri cittadini europei.

Leggi   Istanbul Pride 2018, 1000 persone contro il divieto e i poliziotti: 11 le persone arrestate

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...