Camp de Maci, la recensione: l’omofobia irrompe sugli schermi del Torino Film Festival

Un poliziotto gay maschera la propria omosessualità durante una protesta in un cinema di un gruppo di integralisti. Interessante ma un po’ legnoso.

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Il cinema rumeno è uno dei più apprezzati dalla critica internazionale (Mungiu, Porumboiu, Puiu) e di solito è esemplare per rigore e limpidezza etica. Abbiamo visto al 38° Torino Film Festival, per la prima volta interamente online e diretto da Stefano Francia di Celle (alla conferenza stampa di presentazione ha ringraziato il suo fidanzato) Camp de Maci – Poppy Field (Campo di papaveri), un dramma interessante ma un po’ legnoso sul tema dell’omofobia, interiorizzata e non.

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Cristi (Conrad Mericoffer) è un poliziotto gay per nulla outed che si trova ad ospitare il suo amante parigino musulmano, Hadi (Radouan Leflahi). Al lavoro si trova impegnato a sedare una protesta di un gruppo di integralisti nazionalisti che ha interrotto la proiezione di un film lesbico e non se ne vuole andare dalla sala mentre giustamente gli spettatori reclamano la pellicola per la quale hanno pagato il biglietto. Qui Cristi riconosce un suo ex amante che gli fa delle avances ma lui reagisce bruscamente e lo ferisce al volto. Tenere mascherata la propria omosessualità sarà per Cristi sempre più difficile.

Diretto dall’esordiente regista teatrale Eugen Jebeleanu e sceneggiato da Ioana Moraru, è strutturato in due grossi blocchi narrativi: il primo, più breve, è dedicato alla relazione tra Cristi e Hadi: Cristi sembra preoccupato di portare in giro Hadi, terrorizzato all’idea di essere additato come omosessuale mentre costui sembra vivere più liberamente l’essere gay. I due ricevono la visita della sorella di Cristi che, con la scusa di consegnare cibo cucinato dalla madre, vuole curiosare nella ‘fase gay’ della vita del fratello.

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Il secondo blocco narrativo, più lungo, è interamente ambientato nella sala cinematografica dove viene isolato Cristi neanche fosse un ostaggio, quando viene liberata dagli attivisti omofobi. Qui è resa bene l’atmosfera di sospetto che circonda Cristi, il quale si spaccia per etero anche un po’ macho per paura di sfigurare davanti ai suoi colleghi che lo incalzano iniziando a intuire qualcosa. È qui che il film un po’ si irrigidisce, con alcuni snodi narrativi francamente sconnessi (la storia del cane ritrovato e poi abbandonato raccontata dal collega poliziotto).

Il contesto iniziale – spiega il regista – ha creato le premesse per dare vita a un tessuto narrativo e sociale che inserisse Cristi, un poliziotto rumeno gay, in una catena di eventi e conseguenze legate alla sua identità. Cercando di adattarsi alle esigenze etero-normative del suo ambiente, Cristi incarna il conflitto e la vulnerabilità di molte persone LGBTQ+ (rumene e non). In altre parole, il contesto sociale della storia innesca il conflitto interiore del protagonista e lo costringe a confrontarsi con sé stesso nel tentativo di ritrovare il suo equilibrio”.

 

Ben recitato e comunque credibile nella sua evoluzione, Camp de Maci aggiunge un tassello prezioso a una cinematografia di rilievo, quella rumena, che raramente ha affrontato il tema dell’omosessualità in maniera così esplicita (ci viene in mente solo Oltre le colline di Christian Mungiu).

Da vedere.

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