La danza queer e liberatoria di Carlo D’Abramo, il ballerino che ha conquistato i social – Intervista

Una storia d'amore e di rivalsa: le parole del ballerino virale sui social.

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Carlo D'Abramo
Carlo D'Abramo - Foto: Instagram @carlo.dabramo - ph @mauriziobernone
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Passione, amore per la danza e tanta dedizione per quello che da piccolo sembrava solo un sogno ed ora, invece, si è trasformato in realtà. Noi di Gay.it abbiamo incontrato il ballerino Carlo D’Abramo, divenuto virale sui social per le sue esibizioni sui tacchi, che ci ha raccontato qualche aneddoto della sua vita privata ma anche qualche dettaglio in più su questo progetto che porta avanti dal 2022.

Come avrete modo di leggere, la paura del giudizio delle persone lo ha sempre condizionato ma ora Carlo è riuscito ad imparare ad apprezzarsi e ha capito che ognuno ha il diritto di esprimersi per quello che è, e che nessuno deve mai sentirsi sbagliato per il proprio orientamento sessuale, perché indossa dei tacchi per strada nonostante sia un uomo, o per qualsiasi altro motivo.

La sua è una storia di rivalsa che fa riflettere e ci dona speranza ma dall’altro lato ci presenta anche diversi scenari abbastanza preoccupanti: si va dal mondo della danza italiana che ancora vede di mal grado i ballerini che sanno esibirsi sui tacchi, agli adulti che ancora non hanno imparato a rispettare il prossimo ma anzi continuano a dare il cattivo esempio alle nuove generazioni.

Insomma, un racconto di vita che ci presenta il Carlo del passato, del presente e del futuro ma allo stesso tempo ci regala una fotografia più che accurata della società contemporanea in cui viviamo, dove persone come lui – nel loro piccolo – possono fare la differenza.

Non ci resta dunque che scoprire cosa ci ha raccontato, in un viaggio alla scoperta della sua vita e della sua amata danza.

 

 

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Carlo D’Abramo: l’intervista completa!

Quando hai iniziato a ballare e cosa ti ha spinto a intraprendere questa carriera?

Ero un bambino molto iperattivo e mia mamma ogni giorno mi vedeva girare per la casa, saltare dai divani, scatenarmi a ritmo di musica e per questo quando avevo solo cinque anni mi ha iscritto in una scuola di danza e da lì non ho più smesso. Ho iniziato facendo latino americano, che mi ha portato a fare anche un sacco di gare; dopodiché mi sono spostato al pattinaggio. Poi, ho deciso di tornare alla danza e ho studiato prima classico, poi contemporaneo e infine anche hip-hop. A 18 anni ho mollato la mia terra d’origine e sono salito a Milano per continuare a studiare danza. Qui, infatti, mi sono iscritto in una accademia di contemporaneo.

 

Che ricordi hai di te da piccolo ad Altamura? Come reagivano i tuoi compaesani al fatto che fossi un ballerino?

Quando ho iniziato a ballare, visto che ero molto piccolo, per tutti era abbastanza normale e ricevevo anche molti complimenti in quanto ero l’unico maschietto. Durante il periodo delle scuole medie, invece, per la prima volta mi sono sentito accostare la parola “gay”. Lì sono iniziate le mie prime domande e ho vissuto un periodo di acceso amore-odio nei confronti della danza. Pensa che ad un certo punto volevo smettere di ballare ma mia madre, per fortuna, me lo ha impedito.

 

Durante il periodo delle scuole medie hai iniziato a capire che ti potessero piacere gli uomini: come hai affrontato quel periodo?

Ero un bambino molto solo: in quel periodo non avevo amici, nemmeno nella scuola di danza. Pertanto le mie giornate erano intervallate tra scuola, famiglia e danza e quando avevo il tempo per pensare e mi ritrovavo a chiedermi “Sono gay?” mi rispondevo che ci avrei pensato l’indomani. Non sai quante volte i miei genitori mi hanno visto mentre provavo i tacchi di mia mamma. Solo quando avevo 16 anni, però, sono riuscito ad accettarmi e a capirmi per quello che ero e lì subito mi sono dichiarato con la mia famiglia perché non mi piaceva l’idea di vivere la vita di qualcun altro, di fingere. La prima persona a cui l’ho detto è stata mia mamma che l’ha presa davvero molto bene. Tant’è che dal giorno dopo in cui ho fatto coming-out mi veniva a svegliare con un bacio per dimostrarmi tutto il suo affetto.

 

Che rapporto hai con tua mamma?

Mia mamma è stata una persona che mi ha supportato in ogni cosa sin da bambino. Se non fosse per lei io in questo momento non sarei qui. Ha fatto l’inimmaginabile per me e da quando mi sono dichiarato è diventata la mia migliore amica. Il nostro rapporto è migliorato a dismisura e non saprei davvero come ringraziarla.

 

Tuo papà, invece, come ha reagito?

Mio papà, invece, non ha reagito bene. Io e lui non ci parliamo più da quando mi sono dichiarato e questa è una di quelle cose che non mi fa stare bene. Però con il tempo ho imparato ad accettare questa situazione e penso anche di essere riuscito a perdonarlo. Ciò che mi dispiace, invece, è che credo che lui ancora non sia pronto ad accogliere questo mio perdono.

 

Carlo D’Abramo: l’arte come stile di vita (video)

 

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Oltre alla danza, nel tuo curriculum puoi vantare diverse esperienze professionali in tv, al cinema e sui set fotografici: com’è nata l’idea di sperimentare le diverse arti?

Io sono una persona sempre pronta a sperimentare e quando mi capitano delle belle occasioni sono abituato a buttarmi e a provare. Rispetto alla vita privata, dove sono più chiuso e timoroso, quando sono a lavoro posso fare tutto perché posso contare su quella consapevolezza che nella vita di tutti i giorni tendo a non avere. Quando sono sul set o su un palco, il mio cervello ha uno switch e mi focalizzo su quella cosa per dare il mio massimo.

 

Nonostante la tua giovane età hai già avuto modo di approdare su un palco molto importante come quello di X Factor: che emozione hai provato in quel momento?

Quello è stato il mio primo grande palco. È stato molto bello perché mi ha dato modo di esibirmi al Forum di Assago al fianco di Robbie Williams che era ospite nell’Open Sing. Lui è stato il primo big internazionale con il quale ho avuto l’onore e il piacere di condividere il palcoscenico ed è stata un’emozione pazzesca, quasi indescrivibile.

 

Hai mai avuto paura di salire sul palco e ballare di fronte a migliaia di persone?

Io non ho mai avuto paura di salire sul palco. Ho sempre avuto paura degli step prima come le audizioni, i casting; quelle sono le situazioni che mi mettono a disagio. Quando salgo sul palco, invece, ormai i giochi sono fatti e quindi il mio obiettivo è solo uno: dare tutto me stesso.

 

Carlo D’Abramo: le sue esibizioni sui tacchi fanno il giro del mondo (video)

 

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Da qualche tempo a questa parte sei diventato virale sui social per le tue esibizioni per strada: com’è nata questa idea e perché hai voluto portare questa tipologia di contenuto sui tuoi profili?

Io ho iniziato a fare video solo un annetto fa; è un progetto che ho sempre avuto nella testa ma che fino a qualche tempo fa non avevo avuto il coraggio di perseguire fino in fondo perché avevo paura del giudizio delle persone. Poi un giorno, però, mi son detto: “A me le persone non mi danno da mangiare. Non mi cambia nulla se una persona ha un parere negativo o positivo nei miei confronti. L’unica persona che deve avere un parere positivo nei miei confronti sono io”. Così ho dato il via a questa esperienza e sono contento perché è andata bene sin da subito. Sui social ho ricevuto immediatamente un bel riscontro e ho pensato: “Avrei potuto farlo prima!”.

 

Che sensazione ti dà ballare in mezzo alla gente?

Dipende. Ci sono delle giornate in cui mi sento sicuro e delle altre in cui, invece, non mi sento a mio agio. Molto dipende da chi c’è attorno a me mentre registro: ci sono delle volte in cui ci sono delle persone super felici di vedermi mentre mi esibisco e che mi fermano per farmi i complimenti o per chiedermi una foto; altre volte, invece, capita che ci siano delle persone che si fermano per giudicarmi o sbeffeggiarmi. Quando succedono queste cose tendo a spegnermi; devo imparare a gestire le mie emozioni perché purtroppo tendo ancora a farmi influenzare negativamente da queste situazioni. È ancora un work-in-progress.

 

C’è stata qualche occasione in particolare che ti ha ti ha segnato particolarmente?

Non molto tempo fa stavo registrando un’esibizione in una zona rinomata di Milano ed è successo che sono passati due classi di una scuola che hanno iniziato a ridere e fare battute. Ciò che mi è dispiaciuto di più è stato che a fare tutto ciò non c’erano solo gli studenti ma anche i loro insegnanti che anziché rimproverarli si sono aggiunti al coro e li appoggiavano. Questo momento mi ha ferito molto perché io credo che la scuola debba insegnare prima di tutto all’inclusione e al rispetto del prossimo ma se neanche gli adulti danno il buon esempio penso che la nostra società sia ancora molto indietro.

 

Come hai reagito?

Come ti dicevo pocanzi, devo ancora imparare a gestire le mie emozioni e quindi quel giorno dopo questo episodio ho smesso di registrare i video e sono tornato a casa amareggiato perché non me la sentivo più di proseguire e abbiamo rimandato.

 

Guardando i tuoi video sui social capita di imbattersi, tra i molti commenti positivi, in qualche offesa: come tendi a reagire in questi casi ai cosiddetti leoni da tastiera?

Il commento che mi viene rivolto più spesso sui social è: “Perché vuoi fare la donna?”. Io, però, quando indosso i tacchi e mi esibisco per strada non vesto i panni di una donna piuttosto sto facendo un qualcosa che mi piace e che mi fa stare bene.

 

Di recente hai raccontato che sei stato d’ispirazione per diverse persone che, abitando in Paesi ancora meno aperti del nostro, hanno paura di esprimere loro stessi per via di possibili ripercussioni e che sui social tendono a ringraziarti per ciò che fai: c’è qualcosa che vorresti dire a queste persone?

Io non mi non mi sono mai aspettato questa tipologia di messaggi perché quando ho iniziato a ballare sui tacchi per le strade di Milano lo facevo perché mi faceva stare bene non tanto con uno scopo ben preciso. Ovviamente nel profondo volevo difendere la mia libertà di espressione però non pensavo che queste mie esibizioni avrebbero potuto condizionare la vita di persone che abitano dall’altra parte del mondo. Così, invece, è stato. Molto spesso, infatti, mi capita che mi ringrazino per ciò che faccio o che mi chiedano consiglio. In quei casi io gli consiglio di provare a cambiare città e tendo a stare vicino a chi mi risponde che in questo momento non può permetterselo economicamente.

 

Che ruolo può avere secondo te la danza oggigiorno in vista di un cambiamento sociale cui ambiamo ma che sembra essere ancora molto lontano?

Credo che la danza in questo momento dovrebbe iniziare ad investire maggiormente su degli spettacoli più inclusivi. Al contrario di quanto pensassi all’inizio, in Italia vedo ancora tanta diffidenza nei confronti di chi balla sui tacchi. A volte mi è capitato di sentirmi screditato dal mondo della danza per quello che dovrebbe essere un valore aggiunto e che invece molto spesso non viene visto come tale. Pensavo che la danza potesse essere più inclusiva e invece qui in Italia, purtroppo, non è così. Per questo mi piacerebbe vedere molti più spettacoli con ragazzi che ballano sui tacchi.

 

Progetti per il futuro?

Al momento, nei miei progetti futuri, non vedo l’Italia. È un pensiero che sto facendo nell’ultimo periodo perché al momento qui non mi sento apprezzato come persona e come ballerino. Diciamo che al momento, per questo motivo, sto puntando alla Spagna. Vedremo un po’ nei prossimi mesi cosa succederà.

 

 

 

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