Chi era Samantha Smith, la bambina contro la guerra nucleare

Era il 1982 quando scrisse al leader sovietico Andropov: "Dimmi cosa farai per evitare la guerra". La risposta dall’URSS non si fece attendere.

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Maine schoolgirl Samantha Smith at a press conference in her luxury Moscow hotel before returning home July 21,1983 to America. (AP Photo)
3 min. di lettura

Nel 1982, in piena Guerra Fredda, i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica erano dei più tesi. A farsi avanti, alzando la mano e in qualche modo esorcizzando la paura, ci fu Samantha Smith, una ragazzina di 10 anni della Manchester Middle School, che scrisse una lettera al leader sovietico Jurij Vladimirovič Andropov. L’attenzione di Smith era caduta su un articolo del Time del 22 Novembre 1982: “Se la gente ha così tanta paura di lui, perché nessuno gli scrive una lettera per chiedergli se vuole la guerra o no?” chiese alla madre che rispose: “Perché non tu?“. Smith non ci pensò due volte (d’altronde, a cinque anni aveva già scritto una lettera alla regina Elisabetta II di Inghilterra per dirle che le piaceva.)

Caro Sig. Andropov,

Mi chiamo Samantha Smith.
Ho dieci anni.
Congratulazioni per il suo nuovo lavoro. Sono preoccupata che Russia e Stati Uniti possano essere coinvolti in una guerra nucleare. Avete intenzione di votare per la guerra oppure no? Se no, mi dica per favore come farete per evitare una guerra. A questa domanda può non rispondere, ma mi piacerebbe che lo facesse. Perché volete conquistare il mondo, o almeno il nostro Paese? Dio ha creato il mondo perché noi potessimo condividerlo e prendercene cura. Non per combattere o perché un solo gruppo di persone lo possieda tutto. Per favore, facciamo quello che voleva e tutti saremo felici.

Samantha Smith
Manchester, Maine, USA

P.S.: Per favore risponda alla mia lettera.

A distanza di sei mesi, il 25 Aprile 1983 la lettera fu pubblicata sulla rivista Pravda, insieme alla risposta di Andropov: “La tua domanda è la più importante tra quelle che una qualsiasi persona con acume possa porre. Ti risponderò seriamente e con onestà.” scrisse il leader sovietico: “Sì Samantha, noi nell’Unione Sovietica tentiamo di fare tutto il possibile perché non ci sia una guerra tra i nostri due paesi e perché non ci siano più guerre sulla Terra. Questo è ciò che vuole ogni persona sovietica. Questo ci ha insegnato il grande fondatore del nostro stato, Vladimir Lenin.”

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Samantha Smith e la famosa lettera al leader sovietico Jurij Vladimirovič Andropov, 1982

Nel Luglio 1983, su invito del governatore, la famiglia Smith arrivò nell’Unione Sovietica, accolta presso il campo internazionale di Artek, campo di vacanze per i giovani pionieri in Crimea. Ad Artek, Smith non conobbe mai Andropov, se non attraverso una telefonata, ma entrò a contatto con altri coetanei, interagendo e facendo amicizia. “Sono come noi” commentò, frase che divenne emblema dell’intera vicenda e finì sulle copertine e i media di tutto il mondo, rendendo Samantha simbolo di unione e pace tra i due continenti (oltre che stupefacente operazione di marketing per l’immagine dei sovietici).

Tuttavia, i fatti non proseguirono nella maniera più rosea: l’abbattimento del Korean Air Lines 007 da parte di un intercettore sovietico nel settembre 1983, dove morirono più di 269 persone seguito dalla risposta per nulla pacifica del Presidente Reagan, non fecero che inclinare ulteriormente i rapporti. La piccola attivista divideva l’opinione pubblica tra chi era genuinamente rassicurato dalle sue parole a chi la considerava una cartina tornasole. Ma ne giovò in popolarità: a 13 anni Samantha recitò come attrice nella serie tv Lime Street nel ruolo della piccola Elizabeth Culver, al fianco di Robert Wagner.

Ma il 25 Agosto 1985, l’aereo che la riportava da Boston nel Maine precipitò durante l’atterraggio, uccidendo Samantha e suo padre. Quando morì le poste sovietiche le dedicarono un francobollo e sua madre fondò la Samantha Smith Foundation, associazione che fino al 1995 ha promosso scambi culturali tra ragazzi americani e russi. A Mosca le costruirono una statua (rubata ne primi anni duemila), e svariate aree ex sovietiche hanno preso il suo nome (inclusa una montagna del Caucaso).

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Dopo la sua morte, la madre di Samantha fondò la Samantha Smith Foundation, associazione per promuovere scambi culturali tra giovani russi e americani.

 

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