Dalida di Lisa Azuelos: la recensione in anteprima del film in arrivo a febbraio

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L’attrice e modella romana incarna con credibilità l’amatissima interprete. Un misurato Riccardo Scamarcio è il fratello Bruno/Orlando.

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Qui in Francia un film su Dalida è un vero evento: al Pathé Masséna di Nizza il pubblico è composito e varia dal gruppo di ventenni vocianti al settantenne solitario. Al termine della proiezione parte anche qualche applauso.

 

Sì, non è affatto male questo Dalida dell’eclettica Lisa Azuelos (è anche produttrice, sceneggiatrice e attrice), in grado di evitare le trappole del biopic televisivo con un montaggio elaborato che alterna sapientemente i vari piani temporali e belle scenografie realistiche di Emile Ghigo. Ma la vera rivelazione del film è Sveva Alviti, modella e attrice romana, incredibilmente somigliante alla Dalida originale (anche se con l’aiuto di protesi nasale e denti finti).

Senza raggiungere la sua regalità e nonostante un accento romano piuttosto incongruo, la Alviti se la cava piuttosto bene nell’incarnare la divina cantante italo-franco-egiziana Iolanda Cristina Gigliotti di origine calabrese, la sua passionalità senza filtri, quella forza espressiva mista a massima fragilità, quell’atteggiamento melò-camp che incantò un’intera generazione, soprattutto gay, arrivando a vendere oltre 170 milioni di dischi in giro per il mondo (cantò persino in giapponese). La voce profonda e sensuale, ma non poteva essere altrimenti, è quella in playback della vera Dalida, di cui possiamo ascoltare un ampio repertorio, dai successi immortali Bambino e Gigi l’amoroso ai meno noti Le temps des fleurs e Je me sens vivre.

Il film inizia col primo tentativo di suicidio in un hotel parigino dopo quello di Luigi Tenco a Sanremo (lo interpreta un vibrante Alessandro Borghi, azzeccato) e si ricostruisce la sua vita rutilante e tormentata con una serie di articolati flashback. Si fa luce soprattutto sulla tragica vita sentimentale, costellata di suicidi, dal marito manager Lucien Morisse (Jean-Paul Rouve) all’affascinante Richard Chanfray (Nicolas Duvauchelle) con cui riuscì a intessere la relazione più lunga della sua vita, nove anni. Ma tra gli avvenimenti più sconvolgenti per Dalida ci fu il sofferto aborto praticato clandestinamente in Italia – non era ancora legale – del figlio che avrebbe avuto dal flirt con un giovane fan, Lucio (Brenno Placido). Le complicazioni dovute a questa interruzione di gravidanza impedirono a Dalida di avere figli, e a causa di ciò fu travolta dai sensi di colpa fino alla morte.

Un misurato Riccardo Scamarcio interpreta il fratello manager tuttora erede universale dei diritti di Dalida, Bruno detto Orlando – ha preso il nome di un altro fratello maggiore – per nulla somigliante all’originale ma adeguato al ruolo (gli era stato proposto anche quello di Tenco). A questo proposito Scamarcio ha dichiarato che “la vera sfida, per me, artisticamente, era di incarnare Orlando, una ‘natura’ molto lontana dalla mia a priori”. La carriera cinematografica di Dalida viene sintetizzata un po’ sbrigativamente (ma il primo montaggio del film era di tre ore, ridotte di un terzo) nell’esotica interpretazione della protagonista di Il sesto giorno diretto dal maestro egiziano Youssef Chahine, accolto trionfalmente in patria.

Rispetto al precedente film tv di una dozzina di anni fa con Sabrina Ferilli, questa Dalida è decisamente migliore.

Dalida arriverà in Italia tra poco meno di un mese (verrà trasmesso su Raiuno il 15 febbraio) e probabilmente il cast sarà sul palco del Festival di Sanremo a cinquant’anni dalla morte di Tenco e a trenta da quella della cantante: in questi giorni Sveva Alviti si sta riprendendo da un malore epilettico occorso in diretta al Grand Journal di Canal+, pare dovuto a ‘stress eccessivo’.

Da vedere.

 

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