Coreomania: ballare fino alla morte

Tra il XVI secolo e l'inizio degli anni sessanta, da Strasburgo al Salento, c'era una danza che impossessava le persone fino alla morte. La maggior parte erano donne.

Frau Troffea e la danza che uccide
Dipinto di Louis Janmot
4 min. di lettura

È l’estate del 1518, quando tra i viottoli di Strasburgo, una donna di nome Frau Troffea inizia a danzare per le strade. Nessuna melodia l’accompagna, ma chiunque può vederla saltare da una parte all’altra, mente il sole di Luglio le picchia la fronte. Attira lo sguardo di tutti, e il marito la invita a fermarsi ma lei è da un’altra parte: porta le braccia al cielo, gira su sé stessa, gronda di sudore, si straccia le vesti agli occhi increduli dei passanti. Al crepuscolo cade a terra sfinita, ma all’alba si rialza sui piedi pieni di piaghe, e mentre il sangue che le cola ancora sulle scarpe, riprende a ballare. Frau Troffea va avanti così per altri sei giorni, e insieme a lei si uniscono altre donne. Arrivano ad un centinaio, ballano senza fermarsi, sono intrappolate e implorano pace, chiedono a qualcuno di fermarle. Ma chi le guarda, viene contagiato, e continua a ballare fino a distruggersi.

Coreomania: la danza che uccideva
Peter Paul Rubens, Dance of the villagers, 1635

Il fenomeno prende il nome di coreomania, ed è una vera e propria “peste danzante” che ha travolto la città di Strasburgo nel XVI secolo, arrivando a colpire più di 400 persone. In un primo momento le autorità parlarono di un surriscaldamento del sangue. Il consiglio del medico è lasciare correre: se vogliono ballare, facciamole ballare. Venne allestito un palco di legno, insieme a musicisti a suonare cornamuse, tamburi, violini, e gruppi di ballo ad accompagnare i coreomaniaci. Ma l’esito fu tragico: i soggetti più deboli iniziarono a morie di crepacuore o ictus e la coreomania arrivò ad uccidere più di 14 persone al giorno. Le ragioni rimangono ancora oggi mille e nessuna: il clero riteneva fosse la vendetta di San Vito, santo patrono dei danzatori e degli epilettici, tanto che al sesto giorno Troffea e gli altri coreomaniaci vennero messi su un caro e portati a Saverne, presso il santuario di Vito.

Altri storici moderni ritennero che le danze mortali erano causate dalla segale cornuta, muffa creata sugli steli della segale umida, che genera spasmi, convulsioni, e alllucinazioni – praticamente una sorta di LSD. Teoria smentita negli anni successivi dallo storico John Waller, che nel suo A Time to Dance, A Time to Die, specifica che la segale cornuta ha potere allucinogeno ma limita la circolazione del sangue, che renderebbe impossibile una danza ininterrotta di sette giorni.

Se non è la vendetta di un santo o la muffa, allora cos’è stato? Vent’anni dopo, lo storico, astrologo, e medico, Paracelso, ritenne che le ragioni dell’epidemia erano di natura sociale: “Niente irrita più un uomo di una donna che balla” scrisse nel suo libro Paracelso, ritenendo che la danza di Frau Troffea, diventata “paziente zero”, fosse tutto un tentativo di attirare l’attenzione del marito. Insieme a lei, tutte le altre donne della città avrebbero iniziato ad imitarla, lasciandosi andare ad una chorea lasciva, provocata da desideri voluttuosi e prive di vergogna. Paracelso partiva da basi fondamentalmente misogine, dove riversava ogni causa del male su donne sessualmente frustrate, pazze o isteriche.

Frau Troffea e la danza che uccide
Illustrazione di Frau Troffea da Live Play Eat

Ma se quello di Troffea fosse, in realtà, un atto di ribellione?
Se quella danza convulsa e depravata, che sconvolgeva e disturbava lo sguardo di chiunque, fosse una risposta ad una società che le rilegava a ruoli marginali e sommesse?
Il giornalista Carlo Sillini, lo definisce quasi un caso di protofemminismo, dove le donne riprendono controllo del proprio corpo, e manifestano tutto che la società non vuole vedere.

Negli anni sessanta, tra le campagne del Salento, esplodeva un fenomeno simile che prese il nome di tarantismo: le donne del paese venivano morse da un ragno che generava un veleno estirpabile solo attraverso danze isteriche. Mentre ballavano le “tarantolate” trovano sollievo replicando il fantomatico suono della tarantola che l’ha morse. Le venivano sventolati davanti dei nastri, chiamati “zagareddhre”, che una volta identificato il colore del loro male, le donne strappavano e gettavano via. Quando la chiesa cercò di prendere il controllo, attraverso l’intercessione di San Paolo, le “tarantolate” diventarono ancora più estreme, lacerandosi le vesti e orinando sugli altari sacri. Solo dopo aver bevuto l’acqua santa e vomitato tutto il veleno, riacquistavano la grazia perduta. Eppure una volta tornate a casa, ogni estate, aspettavano di essere morse di nuovo.

Se Frau Troffea voleva solo attirare l’attenzione del marito e le tarantolate erano possedute dal demonio, in entrambi i casi, per la prima volta queste donne diventavano protagoniste. Oppresse e alienate dalla rigide regole patriarcarli, circondate da uomini che ricollegavano ogni forma di malessere a problemi uterini, rispondevano alla solitudine con la furia del corpo e il potere della magia. Come nel mito di Aracne, diventavano dei ragni che sfidavano ordine e divinità, desideravano essere viste e riconosciuta, superando i limiti imposti dalla società, che ne voleva domare istinti e ambizioni.
Una danza mortale che andava a ritmo con la voglia di libertà.

Coreomania: ballare fino alla morte - tarantismo salento - Gay.it
In pochi altri luoghi come il Sud-Italia esisteva una “sindrome culturale” come il Tarantismo

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