Dalla provincia alla città, liberazione di un cerbiatto queer

Tu sei solo un altro dei duemila mammiferi queer di questa città, che sfrecciano da un marciapiede all’altro in una moltitudine di abiti, forme, volti variopinti.

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Storie queer, dalla provincia alla città
Paris is burning film del 1990 scena queer newyorkese
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C’è un mito che gira intorno alle persone queer che si trasferiscono per la prima volta in città: ritratte come piccoli cerbiatti spaesati, frutto di una realtà ristretta e claustrofobica, scappatǝ dal paesino sulla rocca con le vecchie che ti spiano alla finestra mentre sculetti con gli shorts a giro scroto. Abituatǝ a prendere una viottola secondaria piuttosto che camminare davanti quel gruppo di maschi in motorino che ha già scritto “crimine d’odio” sulla marmittta. Arrivati nella grande metropoli, i cerbiatti possono rilassare il diaframma e ricominciare a camminare dove vogliono: ogni vecchia che ti spia dalla finestra è sommersa da comitive di sciure dalla messa in piega ferma col calcestruzzo, collane di perle, borsa pitonata per nulla scalfite dal tuo passaggio.

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Vi mando
una cartolina queer
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Tu sei solo un altro dei duemila mammiferi queer di questa città, che sfrecciano da un marciapiede all’altro in una moltitudine di abiti, forme, volti variopinti.
Non c’è più nulla da temere, perché se i crimini d’odio si nascondono ancora dietro l’angolo, su questi marciapiedi c’è un senso di appartenenza, un riconoscimento immediato che non ci fa più sentire solǝ.

 

Storie queer, dalla provincia alla città
Arrivati nella grande metropoli, i cerbiatti possono rilassare il diaframma e ricominciare a camminare dove vogliono

 

Per la prima volta, sembrerebbe che il mondo è anche nostro.

Quando in città mi chiedono dove sono cresciuto, per farla breve, dico che vengo da Roma. Ma in realtà la capitale è a venticinque minuti di macchina (quaranta se c’è il traffico) e i luoghi della mia infanzia si reggono presso una frazione di campagna, bonificata secoli prima da individui poco raccomandabili.

Mi piace pensare che io sia la prima vera ricchi*na dell’agro pontino, perché dal 1994 al 2014 gli omosessuali in campagna non li ho mai incontrati: scappati all’estero, riparati oltre le porte della capitale, nascosti negli armadi di Casapound. Quando fai coming out in queste terre le possibilità sono scappare o essere discretǝ. Sii te stessǝ, nella forma più conforme e consona alle loro aspettative. Vestiti come vorrebbero, non dire nulla che potrebbe destabilizzare le persone nella stanza, non attirare occhi indiscreti. “Io non ho bisogno di ghettizzarmi” mi ha ripeteva il parrucchiere — dichiarato anni prima di me, risaputo da tutti, discreto pure lui. 

Dopotutto i gay fuori la provincia possono fare paura: la prima volta che andai alla Gay Street di Roma avevo diciannove anni ed ero teso come una corda di violino.
In quella piccola strada a pochi passi dal Colosseo, le persone sembravano possedere ogni centimetro di cemento. Scoprivano spalle, petto, cosce, ridevano sguaiate a certi decibel da far tremare la colonna Traiana. Chi ballava all’improvviso, cocktail che volavano per aria, limoni en plen air. Ero immerso dentro una folla di creature feroci, maleducate, estreme, fumine, e fiere.

Come osavano essere così? Come osavano essere sé stessǝ senza chiedere il permesso a nessuno?

Storie queer, dalla provincia alla città
Toronto, 1976

Anche il primo ragazzo di cui mi infatuai andava sempre alla Gay Street. Prima di conoscerlo, lo definivano uno sopra le righe: non stava mai in paese e scappava a Roma tutte le sere. Aveva altrǝ amichǝ lì che lo truccavano e lo portavano a ballare fino alle cinque di mattina. Alcune voci, e ne giravano tante, dicevano l’avesse fatto per la prima volta a sedici anni con un ragazzo dell’animazione al villaggio vacanze. Ma quando iniziò a parlare con me non c’era traccia di tutto questo: composto, ordinato, perfettamente confondibile con qualunque altro ragazzo etero della provincia. Si diceva che un anno prima il padre gli trovò un paio di décolleté nella borsa e da lì qualcosa in lui è cambiato: spariti lǝ amichǝ di Roma e silenziato ogni riferimento alla sua sessualità.

All’epoca non avevo nemmeno vent’anni anni e non so cosa mi colpì: se la sua compostezza mi sembrava un valore aggiunto, al contempo, cercavo in tutti i modi di ritrovare in lui tracce di glitter, residui delle serate libertine, volevo sapere che fine avessero fatto le décolleté. Più si rifiutava di mostrarsi e più diventavo scalmanata, furiosa, sopra le righe. Avevo voglia di spaventarlo, di percuoterlo e farlo ribellare di nuovo. Ma cercando di risvegliare lui, si è acceso qualcos’altro dentro di me. Mi resi conto che quelle creature screanzate agli occhi del Colosseo non avevano mai abbandonato la mia mente: albergavano nei miei pensieri, come modello da evitare e muse ispiratrici, croci e delizia, simbolo di qualcosa che avevo addomesticato così bene ma moriva dalla voglia di correre a briglia sciolta oltre i binari della bonifica.

Vivo lontano dalla provincia da troppo poco tempo per sfatare il mito: se un tempo mi spaventava sentirmi circondato da persone queer ovunque vada, tranquillǝ o scalmanatǝ, vederlǝ vivere alle proprie condizioni, al centro della scena senza fare la riverenza a nessuno, oggi mi restaura anima e corpo.

Poi anche in città scopro che il bisogno di abbassare la voce non sparisce del tutto: c’è sempre  chi nasconde il volto, chi non dice la verità, chi vuole discostarsi dagli altri.
Perché il sistema che ci ha oppresso non conosce chilometri, non fa distinzioni tra campagne agro pontine o metropoli, attorcigliato dentro la valigia o ai bordi del marciapiede.

Non ho mai più avuto notizie del ragazzo che mi piaceva a diciannove anni. Quando scendo in provincia, le strade sono uguali a come le avevo lasciate. Ma ho iniziato a vedere che spuntano nuove creature a percorrerle: intravedo diciassettenni disinvoltǝ, che sfoggiano uno smalto alle dita che mai avrei pensato possibile quindici anni fa e ridono in faccia alle vecchie alla finestra.

Non sarà un po’ troppo?” a volte sento commentare “Adesso non si distingue più, ognuno va con chi vuole, maschi e femmine, non sarà diventata una moda?”.

La provincia vede la realtà mutare davanti ai suoi occhi e ha bisogno di trovare una spiegazione, qualcosa che giustifichi il cambio generazionale.
Ha paura di questa gioventù che non si piega mai, che non chiede il permesso per attraversare quelle strade.
Ha paura che la discrezione non sia  più abbastanza per fermare il corso del tempo.

 

Storie queer, dalla provincia alla città
Cristopher Street by Sunil Gupta, 1976

 

 

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