Donne che saranno per sempre uomini: le vergini giurate d’Albania

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Una burrnesh è una donna di un paese balcanico che sceglie di assumere socialmente il sesso maschile e come uomo è riconosciuta dalla società in cui vive.

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Alle “vergini giurate” la fotografa Paola Favoino ha dedicato un intero progetto Je burrneshe!, in mostra alla galleria Raffaella De Chirico di Torino fino al 29 ottobre. Il lavoro presenta una serie di foto (qui ve ne mostriamo alcune) e un cortometraggio realizzati dal 2010. Dopo svariati viaggi in Albania, Paola Favoino ha scoperto questa realtà e ha incontrato Gjin, una burrnesh che oggi ha 80 anni. Gjin è stata la sua guida in questa realtà di donne che vivono come uomini, ma non sono uomini.

Una burrnesh è una donna di un paese balcanico (l’Albania settentrionale, il Kosovo e il Montenegro), che sceglie di assumere socialmente il sesso maschile e come uomo è riconosciuta dalla società in cui vive. Nelle comunità più antiche questa esigenza nasceva dal presupposto che una donna non potesse vivere da sola. Quest’usanza è sancita dal Kanun, il più importante codice di leggi scritte e orali di quelle zone, che riconosce alle donne che scelgono lo stato di burrnesh di acquisire gli stessi diritti e doveri giuridici che tradizionalmente, nelle società patriarcali, sono attribuiti alle figure maschili. Per diventare burrnesh, una donna partecipa a una specie di riti in cui pronuncia un giuramento di conversione davanti agli uomini più influenti del villaggio. In questa occasione avviene la vestizione ufficiale con abiti maschili e il taglio dei capelli. Inoltre la donna fa voto di castità.

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Le motivazioni dietro a questa scelta possono essere molteplici. Ad esempio, la mancanza di eredi maschi dopo la morte del capofamiglia, il rifiuto di una proposta di matrimonio oppure il fatto di essere lesbica. Attualmente le giovani albanesi non devono più scegliere questa strada ma molte burrneshe, ormai anziane, sono vive per raccontare la loro storia.

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Tradizionalmente queste popolazioni erano organizzate sulla base di due principi fondamentali: la linea del sangue e quella del latte. La prima è quella dei diritti maschili, che si passano di padre in figlio (la proprietà, il potere assoluto sulla vita familiare, la possibilità di regolare i conti tra clan con il fucile e quella di combinare il matrimonio della figlia femmina). La linea del latte, quella femminile, impone invece un’esistenza subordinata al volere dell’uomo.

Molte delle vergini giurate ancora viventi lo sono diventate per sfuggire a questo destino di inferiorità assoluta, per non essere costrette a lavare i piedi al marito e non dover aspettare che si alzi da tavola per nutrirsi dei suoi avanzi. Altre donne lo hanno fatto perché non c’era altra scelta: in una famiglia dove c’erano solo figlie femmine, se si voleva che l’eredità non venisse dispersa tra i parenti, qualcuna si doveva sacrificare e di solito lo faceva quando era ancora una ragazzina, il che rendeva, da un certo punto di vista, le cose più facili.

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La fotografa Paola Favoino ha dichiarato: “In alcuni casi mi ha attratto la loro maschera, così pesante che a uno sguardo attento quasi non reggeva”, racconta la fotografa. “In altri casi il tempo aveva fatto coincidere la persona con il personaggio”.

La storia di Gjin, e delle altre cinque burrneshe che Favoino è riuscita a conoscere, è il racconto di una diversità socialmente imposta e quindi accettata. Se per alcune è stato un sacrificio e per altre una scelta di libertà, quello che le accomuna è una grande solitudine, diretta conseguenza della loro trasformazione.

 

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