Tra egomania e lesbiche vere, la musica di Asiabel è un diario aperto: l’intervista

Il collettivo romano ci racconta il proprio progetto musicale, dall'ultimo singolo al piacere di fare arte con persone che ci conoscono davvero.

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Bianca Antonelli è voce del collettivo ASIABEL
Bianca Antonelli è voce del collettivo ASIABEL
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Nell’estate 2020, nel bel mezzo di un afoso Agosto senza ferie, Isabella si è appena lasciata con Valeria.

È la sua prima relazione con una donna, e insieme a tutte le mille paranoie del caso, la incontra di nuovo nella speranza di una seconda chance: peccato che Valeria le comunica di essersi appena fidanzata con un’altra. Nello specifico, una dj techno bolognese strafica e lesbica senza ansie. Praticamente tutto quello che Isabella vorrebbe essere. Piuttosto che implorarla come una disperata, sceglie di convertire il suo cuore spezzato nella maniera più sublime di tutte: scriverci una canzone. Successivamente scrive a Giovanni, storico amico d’infanzia e produttore, per chiedergli se, puta caso, avrebbe voglia di produrre il pezzo. Lui risponde senza colpo ferire: okay. Si unisce anche il mix di un altro amico e produttore di Garbatella, Daniele, e a questo punto manca solo una voce. Isabella preferisce starsene dietro le quinte e tutte le ragazze che provano a cantarla sono un po’ “troppo serie”. Finché un giorno di pioggia arriva in studio Bianca: non solo canta da Dio, ma la sua personalità si connette alla perfezione con il resto del team.

 

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All’epoca l’obiettivo non era un progetto musicale, ma molto umilmente rilasciare una canzone abbastanza figa da far rosicare l’ex fidanzata. Quattro anni dopo sono Asiabel (anagramma del nome Isabella) collettivo musicale composto da Isabella De Cesaris (testi), Bianca ‘Bibbi’ Antonelli (voce), Giovanni ‘Giovo’ Cosma (musica) in arte Moonari – e registrato e missato da Daniele ‘Dani’ Ferreri. Dopo i singoli Una Litigata a Cas@, CENA CINESE/EGOMANIA, Non c’è Vino, Irrangiungibile, quella canzone oggi si intitola Lesbica Vera, esilarante e liberatorio pezzo funky, perfetto per ballare e rosicare in equa misura.

C’è molto altro da dire, ma me l’hanno raccontato direttamente  loro.




Mi presentate Asiabel in tre parole?

Isabella: Autenticità.

Bianca: Leggerezza.

Daniele: Originalità.

A proposito di lesbiche vere: ogni volta che le mie amiche mi raccontano le loro relazioni con altre donne, parlano sempre di lesbodramma. In pratica, mi dicono che le storie tra lesbiche sono più drammatiche della media. È solo un altro stereotipo che vi hanno appiccicato addosso o c’è della verità?

Isabella: Parlando per la mia esperienza, direi di sì. I cliché penso che abbiano sempre origine da qualcosa: come donne penso siamo più abituate ad entrare in risonanza con la nostra emotività, e quando stai con un uomo eterosessuale – mediamente – quel tipo d’introspezione viene spesso bloccata sul nascere. Non so se è un bene o un male, ma è anche la parte più figa dello stare con una pischella: c’è un modo di capirsi e stare insieme che almeno io non avevo mai vissuto con un pischello. Come ogni cosa bella c’è l’altra faccia della medaglia, e secondo me le cose che ci attraggono di più dell’altro spesso sono anche quelle che ci fanno sbroccare.

Bianca: Sì, forse viene più facile entrare in empatia. Anche in maniera irrazionale, ma risulta più immediato nella quotidianità.

Parlare dell’altra donna nella musica pop è sempre stato un grande classico, e tendenzialmente se ne parla sempre male: come la stronza o la rivale. Invece negli ultimi anni, nella vostra canzone come in altre, noto che c’è uno shift nella narrazione: quando guardi l’altra non ne parli male, ma vorresti essere come lei. Come se l’ammiri ma rosicando, vero?



Isabella: Nota a piè di pagina, io all’epoca avevo talmente tanto spizzato quest’altra pischella da quasi autoconvincermi che quasi mi piacesse. La vedevo ogni giorno su Instagram, tutta figa con i piatti da deejay, mentre io ero un groviglio di insicurezze e lei era tutto ciò che non ero. Era esattamente come avrei voluto percepirmi dall’esterno, e invece no. Per carità, va bene così, sono anche altro. Ma all’epoca era l’incubo.



Mi spiegate perché avete scelto di chiamarvi ‘collettivo musicale’ e non ‘band’ o ‘gruppo’?



Bianca: Perché ognuno fa il suo. C’è la band, ma c’è chi canta, chi scrive, chi arrangia e produce. È un lavoro di squadra che durante i live si vede e non si vede.



Giovanni: Nella band sono tuttə dentro l’immagine, e ognuno lavora per quell’immagine lì. Il collettivo prevede anche chi fa quel lavoro invisibile dietro: c’è molto altro oltre la figura della cantante che vediamo. C’è un team creato da zero per portare avanti un progetto. Anche se da fuori Asiabel è considerata una persona, la definiamo collettivo perché da sempre ci sono altre persone che lavorano insieme a lei, pur non facendo parte dell’immagine o della band stessa.



Isabella: Sì, c’è un progetto che richiede la presenza di ognunə di noi e ognunə contribuisce a modo suo. Mi piace che sia un po’ come un ‘family project’ dove Bibi è quasi una sorella minore, i video ce li gira una delle mie migliori amiche che è anche sorella di Gioco. Mio padre e il padre di Daniele suonavano insieme da ragazzi. Le nostre vite sono molto mischiate tra loro.



I testi sono così personali e specifici che sembrano davvero un diario aperto. Immagino sia fondamentale anche un’apertura e comunicazione di un certo tipo tra di voi per poter essere così limpidi e vulnerabili nella musica, no?



Isabella: Sì, è così anche solo farle cantare a Bianca e ritrovarsi nella voce di un’altra. Ma la commissione è fra tuttə: con Giaco e Dani ho una confidenza quasi come se fossero cugini. Quindi c’è un’accettazione e familiarità che butta giù le sovrastrutture e rende le cose più belle e autentiche. E questo chiaramente è permesso dalla formazione e l’intimità che c’è con ciascuno di loro. Il mio cervello diventa una cosa meravigliosa perché c’è la mano di tuttə e non solo la mia. Prima o poi a me piacerebbe anche scrivere delle cose per i loro progetti. Non so se riuscirò, ma vorrei provarci.

Giovanni: Anche indirettamente io sono spesso influenzato dalla scrittura di Isabella nella scrittura dei miei pezzi con Moonari. Una delle prossime canzoni, intitolata Amici, riprende in un verso un’altra canzone che mi ha mandato Isabella.

Giorni fa James Blake ha dichiarato che le etichette discografiche dovrebbero pagare la terapia agli artisti perché si monetizza sui vostri traumi ma poi venite inseriti in un sistema che non tutela minimamente la vostra salute mentale. Voi che ne pensate?



Daniele: Secondo me è vero. Ti ritrovi a possedere una parte di qualcuno e teoricamente dovresti tutelare i suoi interessi, ma molto spesso non avviene. È un hot topic che credo dovrebbe essere affrontato più spesso: in Italia, ad esempio, si dà per scontato che dodici punti della SIAE vadano agli editori, mentre in Inghilterra non è così.

Giovanni: Sono d’accordo, e soprattutto c’è una competività a livello mille come se fossimo dei cavalli. Ruota tutto intorno ai numeri o a quanto performi quasi fosse una gara, e sempre meno alla qualità di quello che fai. Viene dato per scontato che la musica sia gratis, e con gli ascolti su Spotify gli artisti non percepiscono neanche un centesimo. Riesci a pagarci l’affitto solo se sei Calcutta. Non voglio essere negativo, ma stiamo andando in una direzione che mi spaventa molto.



Isabella: Riprendendo quello che dico Giovo, abbiamo messo un sacco a far uscire i pezzi proprio perché ci tenevamo che la qualità musicale ci piacesse. Siamo in un mondo dove devi sfornare prodotti, e non riguarda solo la musica. Fare una hit con le basi è più conveniente e meno complicato di creare un prodotto musicale che sia fruibile su più livelli. Infatti, auguraci buona fortuna!


Concordo quando dite che non riguarda solo la musica, perché lo vedo anche nel cinema o la letteratura o qualunque altra forma artistica: si cerca di andare sul sicuro come se il pubblico fosse scemo e non sapesse accogliere qualcos’altro. 



Giovanni: Il problema non è il pubblico, ma un mercato che ti dà solo quello che funziona in quel momento. Anche le persone che hanno magari meno cultura musicale, hanno voglia e si entusiasmano ad ascoltare cose diverse. Ma il mercato non vuole rischiare a proporre un progetto leggermente più innovativo perché si scosta troppo dall’etichetta e pensano non sia fruibile. Ad esempio, se non hai un genere definito, spesso non entri nemmeno in playlist.

Chiuderei citando il titolo di un’altra vostra canzone: come ci liberiamo da questa egomania?



Isabella: Prendendosi per il culo e cercando di prendere la vita con una certa distanza.

Bianca: Credo abbassando un po’ le difese e accettando che bisogna essere anche vulnerabili e che al mondo c’è altro oltre me.



Giovanni: Chi è che diceva, gli altri siamo noi? Luca Carboni?



Isabella: Gesù Cristo!

Giovanni: Gesù Cristo o Luca Carboni.

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Maria Henk 6.4.24 - 16:42

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