Due suicidi e un uomo che si è finto donna

La storia di Daniele e Roberto: quella persistente incapacità a relazionarsi con il femminile.

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roberto daniele le iene selvaggia lucarelli Jean Faucheur
roberto daniele le iene selvaggia lucarelli Jean Faucheur
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Roberto si era finto donna in chat per un anno. Aveva ingannato il 24 enne Daniele, che si era perdutamente innamorato della proiezioni digitale di nome Irene, messa in scena da Roberto. I due, al telefono, avevano progettato matrimonio e figli.

Due fragilità a confronto. Due persone abbandonate al proprio caos interiore. Un caos connesso a una scena digitale incapace di nutrire fino in fondo i bisogni emotivi. Nessun contatto con la realtà, nessun riferimento fisico. Anche digitalmente: poco e niente. Un amore testuale, qualche foto. Neanche una videochiamata.

Una storia per molti versi simile a quella raccontata nella serie tv Prisma (Leggi: Prisma: Daniele e le infinite sfumature di un coming out).

Roberto ha una fragilità rispetto alla propria identità. Carnefice del proprio io, incapace di decodificare la propria pulsione e tramutarla in un vissuto reale. Feroce con la persona che ama. Roberto inganna lungamente Daniele, con pianificazione e immaginazione. Gli fa credere di essere la bellissima Irene, tramite foto rubate da un’altra persona ignara, architettando storie e narrazioni di sponda.

Daniele affronta la fragilità di un ragazzo di oggi che si innamora di una persona non reale, di un avatar. Una proiezione digitale, da cui è infine tradito. Scopre che le foto di Irene appartengono a un’altra ragazza. Irene non esiste. Una ferita affettiva atroce, insopportabile.

Entrambi scelgono di togliersi la vita. Il primo a farlo è Daniele. La ferita d’amore per il tradimento è fatale. Daniele preferisce farla finita. Si uccide. Roberto viene multato con una sanzione di 825 euro per catfishing (sostituzione di persona, creare false identità per ingannare e aggirare persone), ma viene giudicato dal tribunale non direttamente colpevole del suicidio del ragazzo ( chiesta archiviazione per l’ipotesi di morte come conseguenza di altro delitto). La sentenza lascia indignata la famiglia di Daniele, che si rivolge alla trasmissione tv “Le Iene”.

“Le Iene” intervistano Roberto, coprendo il suo volto. Ma nel piccolo paese dove vive, Roberto viene facilmente riconosciuto. Intanto il giornalista del programma tv contatta altri ragazzi ingannati in passato da Roberto. Che – si copre – usava la finta identità di Irene per intrattenere relazioni digitali con varie persone.

Afflitto dai sensi di colpa? Spaventato dalla gogna mediatica? Non lo sapremo mai. Anche Roberto mette fine alla propria esistenza.

Selvaggia Lucarelli dalle pagine del quotidiano Domani rinnova la sua lunga battaglia verso la modalità giornalistica de “Le Iene”, programma definito dalla giornalista “da vent’anni socialmente pericoloso” che usa “la tv come un manganello” e si sostituisce alla giustizia. Le Iene sottolineano dal canto loro come sia giusto parlare di catfishing, perché sono molte le persone vittime di soprusi emotivi – veri e propri delitti che possono distruggere una persona per l’intera vita. La domanda è: per parlare di catfishing c’è bisogno di fomentare una gogna? Lasciamo a Le Iene il compito di rispondere alla propria coscienza.

Questa triste e dolorosa storia apre l’ennesimo squarcio in quel taciuto fiume di non detti e di vite non vissute alla luce del sole. Storie di persone che non riescono ad amare e farsi amare nella vita reale, per quello che sono. Storie di persistente incapacità a relazionarsi con il femminile. Storie di sottovalutazione dello stato della propria salute mentale. Storie che denunciano come le opportunità delle socialità digitali possano trasformarsi in una fuga dal proprio io, e allontanare la piena realizzazione di una socialità e di un’emotività compiute.

immagine: Jean Faucheur

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