Coming out: dall’armadio alla brace

Per rivelare la propria sessualità ai genitori a volte è necessaria un’alta dose di coraggio. E gli esempi che propina la tv non aiutano i giovani a fare coming out.

"Mamma, papà, devo dirvi una cosa: ho un tumore al cervello e mi rimane poco tempo da vivere". Immaginerai la disperazione di quei poveri genitori. Poi se ne esce e fa: "Hei, stavo scherzando, sono solo gay!". Il figlio di mia sorella, dice Olympia Dukakis che fa capolino da sotto il casco della messa in piega, ha sempre avuto una propensione per la teatralità.

Sarà che quando vidi per la prima volta Fiori d’acciaio (un melò anni ’80 che farebbe affogare nel pianto anche la mummia di Stalin), benché molto piccolo, avevo già ben chiaro che io con le donne al massimo ci sarei andato per prendere un caffé al bar e non vedevo l’ora di essere ancora quel tanto più frocio da poter riciclare una battuta del genere. Del resto, era una questione assodata che la mia vita avrebbe preso una piega a 90°, anche perché se a 7 anni prepari costumi di stagnola e carta crespa in puro stile Lancetti per i calciatori inspiedinati del biliardino che tuo padre (povero papà, povero mio) aveva comprato il giorno stesso che l’ecografia aveva dato responso di un fiocco azzurro in arrivo, vuol dire che te tanto etero non lo sarai mai.

Purtroppo però quella battuta non la utilizai mai avendomi mia madre bruciato sul tempo con il discorso che è iniziato per molti con lo stesso incipit: "ti vedo un po’ strano", e finisce con il figlio che afferra la genitrice per le caviglie impedendole di lanciarsi dalla finestra con un doppio carpiato alla Cagnotto.

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In effetti, ogni gay potrebbe raccontare una sua storia unica e spesso surreale legata al proprio coming out che, per quei 4 che incredibilmente ancora ignorano di cosa si tratti, è la pratica di eliminazione fisica dei propri genitori a seguito di infarto alle coronarie dovute alla sconvolgente rivelazione di avere un figlio dalle chiappe chiacchierate.

È proprio per questo che, in linea di massima, tendo ad essere molto indulgente con quanti evitano di condividere la propria omosessualità con i genitori anche quando questo significa escluderli da una parte importante della loro esistenza. Ma è anche vero che esistono contesti in cui tacere diventa una scelta necessaria visto che troppe volte si sono visti figli insultati, picchiati e diseredati manco avessero come madre Joan Crawford.

In definitiva, quindi, è il caso che ognuno agisca come si sente di fare.

Ad esempio, una coppia di miei amici, per altro gemelli, ha finito per spartirsi il compito e, con netto anticipo sulla sceneggiatura de Le mine vaganti, uno ha fregato l’altro sul tempo confessando per primo la propria omosessualità costringendo il secondo a tacere una verità che per altro sentiva di voler dire ma che, per compassione filiale, è costretto a tenere ancora per sé. I genitori infatti versano in uno stato catatonico dal 2006 e neppure la musicoterapica ingaggiata a suon di Matta-ta di Patrizia Pellegrino (metodo certo traumatico ma di sicuro effetto per riprendersi da coma irreversibili e traumi psicologici di varia natura) ha potuto ancora far nulla.

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Altri, più codardamente, hanno preferito lasciare indizi sparsi qua e là che suggerissero con la discrezione di una slavina quale fossero i propri gusti. "L’hanno scoperto". "E come?". "Mia madre ha trovato Pride, Aut, e Clubbing in camera mia…". E io, solidale con il mio amico: "Certo pure lei che si mette a frugare tra le tue cose". "Veramente erano sul comodino", mi risponde, sollevato di essersi tolto il dente senza troppo dolore.

Altri ancora hanno barattato la confessione rassicurando mamma e papà che loro sono però più attivi di Rocco Siffredi nonostante la loro suoneria del cellulare intoni Hit me baby one more time! ad ogni chiamata ricevuta.

Il vero problema del coming out, almeno in Italia, è che quando un genitore scopre di avere un figlio omosessuale, la prima cosa che gli viene in mente è il personaggio eccentrico che la televisione gli propina, come Malgioglio, ad esempio. E se non lui, ce ne sono molti altri che possiamo definire "stravaganti". Se avessimo anche qui da noi rappresentanti del mondo della cultura, dello spettacolo, dello sport che fossero degni di essere portati ad esempio, sono certo che i ragazzi avrebbero meno paura di rivelare la propria essenza, anzi, forse si sentirebbero addirittura motivati e sicuramente i genitori eviterebbero di fare la fatale equazione: omosessualità = Pèlame.

di Insy Loan ad alcuni meglio noto come Alessandro Michetti