Il Caso Braibanti tra i dieci documentari in corsa per il David di Donatello 2021

Unico caso al mondo, Aldo Braibanti venne processato e condannato per il reato di ‘plagio’ ai danni di un 23enne. Il doc di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese nella shortlist dei David 2021.

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La Commissione selezionatrice dei documentari per i Premi David di Donatello 2021, composta da Guido Albonetti, Pedro Armocida, Osvaldo Bargero, Raffaella Giancristofaro, Stefania Ippoliti, Paola Jacobbi e Giacomo Ravesi, ha scelto i dieci documentari da presentare alla Giuria dell’Accademia del Cinema Italiano, che voterà per individuare i cinque candidati al premio. Le 10 opere selezionate per il David 2021 sono:

Entierro di Maura Morales Bergmann
Faith di Valentina Pedicini
Guerra e pace di Massimo D’Anolfi, Martina Parenti
Il caso Braibanti di Carmen Giardina, Massimiliano Palmese
Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli
Notturno di Gianfranco Rosi
Pino di Walter Fasano
Punta sacra di Francesca Mazzoleni
The Rossellinis di Alessandro Rossellini
Welcome Palermo di Masbedo (Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni)

«Questa selezione nasce dalla visione di 150 opere, circa cinquanta in più dello scorso anno, a conferma della estrema vivacità della forma documentaria che cresce in quantità ma soprattutto in qualità», hanno dichiarato i membri della Commissione selezionatrice. «È stato dunque ancora più difficile arrivare a una selezione di soli dieci titoli che ci sembra restituire uno spettro di tendenze eterogenee. Anche tra gli esordienti abbiamo riscontrato energia e libertà, consapevolezza e passione nella composizione cinematografica. Proprio per questo ci piace dedicare la nostra selezione alla memoria di Cecilia Mangini, ostinata pioniera del documentario in Italia, testimone delle lotte sociali e dei cambiamenti antropologici, e proporre all’Accademia del Cinema Italiano di intitolarle il Premio David di Donatello per il Miglior Documentario».

Tra i 10 doc in gara spicca Il Caso Braibanti, visto al Pesaro Film Festival e al Florence Queer Festival. Il documentario diretto da Carmen Giardina e Massimiliano Palmese raccoglie il testimone e approfondisce, usando come canovaccio le riprese dell’omonimo spettacolo teatrale del 2018, non solo il personaggio ma anche l’epoca del processo e la storia italiana del Novecento. Al centro della trama il processo avvenuto cinquanta anni prima ai danni del partigiano, poeta, artista, filosofo e naturalista Aldo Braibanti, un intellettuale schivo, libero, e omosessuale.

Deceduto nel 2014 all’età di 91 anni, Braibanti venne accusato di plagio negli anni ’60 dal padre di Giovanni Sanfratello, 23enne piacentino con cui aveva avuto una relazione, quando questi si trasferì a Roma, prima del 1968. Secondo Sanfratello, Braibanti, omosessuale dichiarato, aveva “sottomesso” alla sua volontà il giovane figlio, plagiandolo e imponendogli il suo stile di vita. Braibanti fu condannato per plagio, reato previsto dal codice penale fascista, allora ancora in vigore. “Il giovane Sanfratello – dichiarò il pubblico ministero durante il processo – era un malato, e la sua malattia aveva un nome: Aldo Braibanti, signori della Corte! Quando appare lui tutto è buio”. Braibanti fu il primo e unico ad essere condannato per plagio, reato introdotto dal fascismo col Codice Rocco e cancellato nel 1981 dalla Corte Costituzionale. La condanna suscitò ampia eco, a favore di Braibanti si mobilitarono Alberto Moravia, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Adolfo Gatti, Giuseppe Chiarie e numerosi altri intellettuali e uomini di cultura. Venne condannato a nove anni, poi ridotti a sei, ma ne scontò due in quanto partigiano antifascista.

Il film, costituito anche da video d’arte girati da Braibanti e film sperimentali di Alberto Grifi, diventa così una galleria delle maggiori figure della controcultura e non solo, con testimonianze (voci, immagini d’archivio) di Marco Pannella, Dacia Maraini, Piergiorgio Bellocchio, Pier Paolo Pasolini e altri ancora, compreso Lou Castel che vediamo oggi e nel 1967 che passeggia dinoccolato giù per Via Garibaldi a Roma. Allo spettatore viene presentata un’Italia a due velocità, quella di Castell’Arquato dove Braibanti e i suoi amici avevano costituito nel dopoguerra una comune ante litteram, e quella della madre piangente del “plagiato” che vuole mandare il figlio da Padre Pio.

“Braibanti era un intellettuale gentile che subì le purghe di Stato per essere omosessuale – commentò Franco Grillini. “Quel processo rappresenta una pagina vergognosa sulla condizione degli omosessuali nell’Italia democristiana”.

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