L’ODIO PER ISRAELE È ANCHE DA NOI

All'Università di Pisa, alcuni manifestanti impediscono a Shai Cohen, dell'Ambasciata israeliana, di tenere la sua lezione. Lo abbiamo intervistato. Anche sui gay palestinesi.

L'ODIO PER ISRAELE È ANCHE DA NOI - 2004 10 14 shai cohen foto - Gay.it
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ROMA – Una cosa è certa: non si risolve il conflitto israelo-palestinese emulando l’obsoleto “Movimento Studentesco” dei katanga settantottini. Altrettanto facile combattere indossando una kefiah dentro un ateneo così lontano dalla morte stragista di baby-kamikaze e di risposte altrettanto violente dei carri armati israeliani. La politica è altro, e anche la pace.
Il 14 ottobre scorso Alberto Massera, preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa, invita il Consigliere dell’Ambasciata d’Israele a Roma, Shai Cohen per un seminario sulla “Repubblica di Israele”. L’infinito cerchio dell’intolleranza decide che Cohen non dovrà parlare e anche Massera subisce verbali minacce ove intenzionato a difendere il diritto di parola per Cohen.
Consigliere Shai, cos’è successo a Pisa?
Giro per atenei in tutta Italia, mai un caso simile mi era capitato. Dovevo tenere una lezione sullo Stato d’Israele, unica democrazia in Medio Oriente nell’ambito del corso di studio di Scienze politiche. Al mio ingresso in Aula Magna, 30-40 giovani mi hanno vietato di parlare.
E’ riuscito a individuare i contestatori?
Inizialmente pensavo ad una delle tante manifestazioni a sostegno della causa palestinese, invece la contestazione è cresciuta col tempo accompagnata da kefiah, cartelloni con insulti a Sharon e innegianti all’Olp, grida e improperi contro la mia persona. Poteva anche essere legittimo se avessero poi lasciato l’aula.
Invece?
Hanno preso il totale controllo dell’Aula Magna: una trentina, tutti italiani, conosciuti dai professori. Per 50 minuti sono rimasto con i docenti in balia di violenze e minacce. Gli studenti che volevano dibattere la situazione in Medio Oriente venivano zittiti con parolacce. Dicevano che Israele doveva essere cancellato in un territorio a maggioranza araba.

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Ha invitato i manifestanti ad approfittare della sua presenza per discutere del conflitto israelo-palestinese?
Ci ho provato mi creda e non desideravo esacerbare l’irosità del momento. Ho considerato quattro opzioni: andarmene immediatamente ma l’uscita era bloccata e pericolosa per la mia incolumità. Parlare con loro, ma sono stato minacciato di non farlo. Ancora: l’intervento della polizia, ma il preside l’ha scartata (“avrebbe potuto far salire la tensione e creare serissimi rischi di scontri” ha scritto il prof. Massera all’ambasciatore Ehud Gol, Ndr.). Ho deciso di starmene in piedi, in silenzio finché il preside non ha ricevuto garanzie sulla mia incolumità in cambio di non far intervenire la polizia.
Pericoloso questo antisemitismo emergente.
Particolarmente in Francia non in Italia. Molti prendono come scusa la politica del governo Sharon per celare l’antisionismo, ma questo atteggiamento c’è stato anche con Barak e Rabin. Esistono cellule musulmane pericolose anche se minoritarie supportate da una destra e parte della sinistra che escludono l’esistenza di uno Stato israeliano.
La costruzione del muro aiuta? Si parla di espropri privati.
Esiste una commissione del nostro governo che ha il compito di implementare la sentenza della Corpe Suprema israeliana riguardo ai danni causati ai residenti palestinesi e israeliani. Questa barriera è una difesa che si renderà inutile quando cesserà il terrorismo contro di noi.
Consigliere, è al corrente del problema dei gay palestinesi rifugiati in Israele?
Siamo a conoscenza anche del vostro impegno come quello di Angelo Pezzana. Israele ha a cuore la sorte di questi ragazzi come la questione di cittadini israeliani che hanno parenti palestinesi. Desideriamo aiutarli, anche se a volte la legislazione rende difficile una soluzione rapida. Sappia che, sia il ministro della giustizia che il ministro degli interni, stanno cercando di facilitare l’accettazione di questi gay palestinesi perseguitati nel loro paese.
La situazione non è chiara. La polizia pensa che molti si dichiarano gay per passare il confine, così tanti omosessuali diventano apolidi e prostituti per qualche shekel.
Le farò una dichiarazione che è importante riuscire a incrementare in futuro. Se viene da noi un’organizzazione importante, riconosciuta, per dettare un tipo di patrocinio ad ogni ragazzo palestinese (ogni caso va valutato a sé); trattando con le autorità israeliane in una forma diretta, possiamo ottenere dei risultati sicuri al 100 per cento. Esistono canali importanti come l’ambasciata italiana a Tel Aviv, la stessa Farnesina a Roma che ha a cuore la democrazia palestinese. Attraverso loro dialogare col ministro degli interni Poraz.
E’ una strada sicura anche per i gay palestinesi?
A volte alcune autorità non vogliono affrontare questi problemi, ma il governo intende farlo. I casi, le ripeto, vanno valutati singolarmente. Ma le assicuro che se c’è un’organizzazione internazionale o italiana valida che si occupa di questi ragazzi, la soluzione si può trovare. Mi lasci ragionare a voce alta. Se questi ragazzi hanno problemi a restare o non vogliono, li si può aiutare a raggiungere paesi come il Canada o altri dove ricevono aiuto e assistenza. Ma consiglio la prima soluzione. Volevo farle un esempio tangibile.
Lo faccia.
Il Presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, da cui ho ricevuto una lettera di solidarietà, sta per andare in Palestina per un progetto di solidarietà. Israele non ha nulla a che fare con questa iniziativa ma la favoriamo perché se cresce l’economia palestinese è un bene anche per noi. La stessa cosa facciamo per ogni gay palestinese perseguitato. Noi sappiamo che l’Italia è un paese libero e democratico e quindi non avremo dubbi su un’organizzazione che intende aiutare i gay palestinesi. Sappiamo di associazioni che possono svolgere questo ruolo umanitario.
Consigliere, c’è speranza di pace con Arafat?
Purtroppo no. Abbiamo capito, forse tardi, che non è un interlocutore capace; esistono altri con cui si dialoga, come Mohamed Abbas (Abu Mazen) o Abu Allà. Con loro abbiamo un contatto quotidiano.

di Mario Cirrito

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