Lady Gaga è una delle rivelazioni del nostro secolo: negli ultimi otto anni il suo nome è diventato così noto nella cultura popolare, che è di fatto entrato nel vocabolario: gaga è ormai un aggettivo, utilizzato abitualmente in svariati ambiti, dalla moda alla critica musicale. Questo personaggio è noto ai più per i costumi esagerati, le provocazioni non immediatamente comprensibili e per una manciata di singoli che hanno riscosso un enorme successo commerciale. Ma per milioni di persone in tutto il mondo è qualcosa di più. Gaga è un catalizzatore culturale, un’icona postmoderna di valore assoluto, quasi archetipico, un canvas enciclopedico divenuto fondamentale per la mia generazione, vissuta a cavallo della fine di un secolo troppo denso di significato per essere eguagliato e di un altro, ad ora troppo immateriale per lasciare traccia. Lady Gaga è l’icona del nostro tempo, e io non ho dubbi su questo: essa si fa carico degli aspetti positivi e negativi del contemporaneo, diventandone di fatto la più composita e sfaccettata rappresentazione sul palcoscenico globale dell’intrattenimento mainstream.

SOCIALITÀ E AGGREGAZIONE: L’ANTITESI DI MADONNA

Lady Gaga è una star dei social. Pur essendo nata con un percorso piuttosto old style, facendosi il culo nei peggiori bar di New York, nel lontano 2008 è stata una delle prime ad usare Facebook, Instagram e Twitter come un diario personale. Sui suoi profili si conservano ancora le vecchie foto, memorie di un percorso artistico composito. Ma l’aspetto fondamentale di questa socialità ostentata è il degradamento, dal treppiedi in cristallo della diva altera, ai bassifondi della realtà: Lady Gaga è tutti noi, ci rappresenta e ci ascolta, risponde e ci considera, ci incontra, ci abbraccia, ci lascia salire sul palco durante i suoi concerti e ci compra la pizza quando la aspettiamo sotto gli hotel nei quali alloggia.

È con Lady Gaga che nasce il concetto insieme elitario e democratico di fanbase: i little monsters, “a race within the race of humanity“. È il senso di appartenenza quello su cui fa leva: la ghettizzazione culturale si attua attraverso una serie di stilemi e gestures iconici al limite del regime, come il “paws up“, paragonabile al saluto romano. Milioni di ragazzini gay là fuori, rifiutati da una società eteronormata e patriarcale, sentono finalmente di poter appartenere a qualcosa. E Gaga dà loro tutto: gli strumenti creativi, i luoghi di aggregazione, reali (uno dei suoi tour, il Monster Ball, lo aveva definito come “a safe place where all the freaks are outside“) e immateriali (il social network LittleMonsters.com, ora venduto alla company Place, è stato uno dei siti più visitati del 2012), la forza di credere in sé stessi attraverso testi che somigliano a mantra motivazionali, l’amore di una madre putativa, Mother Monster.

Gaga partecipa alle battaglie civili attivamente, è al tuo fianco per strada ai Gay Pride: in un’epoca nella quale le battaglie storiche per il riconoscimento dello status quo sono state vinte e si lotta per la piena uguaglianza, il verbo di Lady Gaga è paragonabile a quello di un’associazione umanitaria (tra le altre cose la sua propaganda ha contribuito all’abolizione del Don’t Ask Don’t Tell in America).

E poi diciamolo: questo geniale concetto di fidelizzazione è stato poi mutuato in modo pedissequo da tutto lo stuolo di popstars presenti sulla piazza: nascono i “B-army” di Britney, i “navy” di Rihanna, i “beliebers” di Justin Bieber, i “KatyCats” di Katy Perry, i “Bey Hive” di Beyoncé. Non è un caso. E non è un caso che l’unica a non aver mutuato il concetto di fanbase così come teorizzato da Lady Gaga sia Madonna: in Italia li chiamiamo “madonnari”, ma non esiste un corrispettivo internazionale. La gran parte dei fan di Madonna sono generazionalmente troppo in là per farsi condizionare, non hanno il bisogno tutto adolescenziale di sentirsi appartenere ad un gruppo sociale, ad una comunità.

Ma c’è un aspetto degno di nota in tutto ciò: anche Madonna, la regina del pop, vive in funzione degli strumenti della generazione Gaga. La Material Girl è stata considerata per anni come la popstar scomoda e provocatoria: mostrava il dito medio ai suoi fan, non si concedeva nemmeno da lontano per una foto, non ha mai interagito realmente con loro. Il segreto del suo successo era costruito sul fatto che fosse, diciamocelo, una gran stronza. Ma ora Madonna è socialite, ora condivide – in tutti i sensi – la sua vita e il suo privato coi fan, li ama e li coinvolge nei suoi concerti, una volta mera riproduzione di uno schema immutabile e imperituro nel quale nessun intervento esterno trovava spazio, ora show coinvolgenti e interattivi. Madonna ha, per merito di Lady Gaga, mostrato il suo lato sociale. Madonna subisce, come tutti, le influenze dell’era di cui Lady Gaga si fa primigenia testimonianza. Chi scrive ha amato e ama Madonna e la polemica Madonna-Gaga è solo strumentale a click e cazzeggio da social network. Gaga ha influenzato Madonna e nessuno può negarlo. Così come nessuno può negare che Gaga sia cresciuta amando, ammirando e studiando Madonna.

IMMATERIALITÀ GEOLOCALIZZATA

La chiave di volta per comprendere la figura della Germanotta è forse proprio la sua non-materialità: Lady Gaga diventa una Gaga diversa ogni volta che mette piede in uno stato differente dal suo. India, Emirati Arabi, Giappone, Australia, Germania: non appena arriva in una nuova città e viene fotografa sembra assumere le sembianze di un tipico soggetto folkloristico del posto. È come se per ogni viaggio, per ogni trasferta, la Haus of Gaga (questo è il nome del suo team creativo) redigesse una moodboard contenente stilemi e topoi del dato luogo. Questo aspetto è fortemente indicativo: la Lady diventa una sponsorizzazione localizzata di sé stessa, come un post di Facebook. Il boost è dato dalla condivisione di certi luoghi culturali, che creano engagement anche e soprattutto col pubblico di quella regione. Che condivide la sua immagine, la venera, la considera come un cimelio tradizionale e turistico. Lady Gaga è dappertutto e da nessuna parte, è cittadina del mondo e di ogni regione che lo compone, è multiculturale e aculturale allo stesso tempo, abita non-luoghi proprio come un qualsiasi individuo contemporaneo.

Da destra: Lady Gaga in Germania, con look post-nazista ispirato a Dalì e al Wunderbar. In Giappone, versione Harajuku/anime con occhi dipinti da manga. In India: moodboard aristocratica di nuova Dehli/bollywood.
Da sinistra: Lady Gaga in Germania, con look post-nazista ispirato a Dalì e al Wunderbar. In Giappone, versione Harajuku/anime con occhi dipinti da manga. In India: moodboard aristocratica di nuova Dehli/bollywood.
Da sinistra: Lady Gaga in Brasile che gioca a calcio in una favela. Impigliata alla Tour Eiffel, a Parigi. Perfetta conservatrice inglese all'ora del tè, a Londra.
Da sinistra: Lady Gaga in Brasile che gioca a calcio in una favela. Impigliata alla Tour Eiffel, a Parigi. Perfetta conservatrice inglese all’ora del tè, a Londra.
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ARTPOP: DISPOSITIVO CULTURALE E CAMP

Lady Gaga ha riportato l’arte nella cultura pop. In un’intervista del 2013 fa una dichiarazione d’intenti: “Il mio scopo è quello di inserire l’arte nella musica pop, al contrario di Warhol. Al posto di dipingere il pop sulla tela bianca, voglio dipingere l’arte sulla Soup Can (l’opera più famosa di Andy Warhol, ndr)“. Non è la prima volta nella sua carriera che viene sollevato un tema simile: Gaga è da sempre ossessionata dal rapporto masochistico tra la cultura di massa e l’arte. In uno dei suoi primissimi video, anno 2008, recitava: “Pop ate my heart and then he swallowed my brain“. 

Il merito che forse chiunque dovrebbe riconoscerle è quello di aver inaugurato una nuova era della musica popolare che si nutre e trae la sua ispirazione dall’arte contemporanea, performativa e concettuale, da Matthew Barney alla Marina Abramović degli anni 70, da Gilbert and George a Chris Burden, passando per riferimenti ovvi come Andy Warhol, Jeff Koons (che tra le altre cose ha realizzato la copertina di ARTPOP) o Robert Wilson. Con quest’ultimo realizzò una serie di videoritratti esposti poi per alcuni mesi al Louvre: Gaga riprodusse La morte di Marat di Jacques-Louis David, la Mademoiselle Caroline Rivière di Jean-Auguste-Dominique Ingres e la famosa Testa di San Giovanni Battista di Andrea Solario, oltre che una rappresentazione dell’antica arte giapponese dello Shibari realizzata con 15 ore di riprese a testa in giù, col corpo completamente costretto tra i cavi. Lo spettro di riferimenti di Lady Gaga è talmente vasto che le fonti di ispirazione sono quasi indefinibili, completamente mescolate tra loro. Questo modo di agire è ben diverso da quello che fece Madonna, a suo tempo: la Ciccone è un manichino che funziona seguendo lo scandire di ogni era, che ha impersonato di volta in volta i panni precisi di un’icona femminile. Madonna è stata Ann Margret, Annie Lennox, Jean, Harlow, Sue Lyon, Judy Garland, Mae West, Jayne Mansfield, Nina Hagen, Bettie Page, Marlyn Monroe. Non ha inventato nulla, come d’altronde non ha inventato nulla nemmeno la Germanotta. Ma Lady Gaga, nell’era del brainstorming e del sapere immediato da motore di ricerca, non può permettersi la riproduzione di un’icona: deve lavorare sulla rielaborazione.

Molti penseranno che il suo trademark grottesco e visionario sia mediocre e velleitario, ma forse nasconde un intento più nobile: sfiderei chiunque ad immaginare una modalità diversa da quella adottata da lei per utilizzare, in un secolo caratterizzato dall’ignorante dittatura dell’immediato, quel tipo di linguaggio. Grazie al suo operato Gaga fornisce sapientemente degli alert che vengono colti da chi possiede gli strumenti metodologici adatti per approfondirli e ignorati da chi rimane fossilizzato sui suoi video musicali e sui suoi singoli di maggior successo. La sua sfida è quella di parlare il linguaggio dell’arte alla generazione Y, quella che non è più sull’orlo del precipizio ma ci è cascata dentro, quella che è dipinta come svuotata, insensibile e digitalizzata.

E come la si vince, questa sfida? Attraverso l’utilizzo di quella che si potrebbe definire una dialettica del camp, se per camp si intende l’uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch nella vita, nell’abbigliamento, negli atteggiamenti. Ostentare, teatralizzare: “non è una sensibilità di tipo naturale, se di tali ne esistono. L’essenza del camp, infatti, consiste nell’amore per ciò che è innaturale: l’amore per l’artificiale e per l’esagerato“, affermava Susan Sontag. E Lady Gaga fa proprio questo: le lattine di Coca-Cola tra i capelli e gli occhiali-sigaretta in Telephone, gli headpieces di Philip Treacy e il vestito di carne, il Gaga-egg di Born This Way e la fiber-optic wig di ARTPOP. Il vomito di Martin Creed. Il cannibalismo del Dante della Vita Nova. La morte sul palco ai VMA del 2009, uccisa dalla Fama. Lady Gaga utilizza degli strumenti di immediato consumo e fruizione per insegnare al mondo globalizzato contemporaneo cosa è l’arte. La camp-izza, letteralmente.

MATTATRICE DA PALCOSCENICO

L’argomentazione con la quale spesso si tenta di spiegare sommariamente l’incredibile potenza di Gaga è la seguente: la stronza sa cantare. Negli ultimi tre anni, dopo l’uscita di ARTPOP, abbiamo assistito ad un progetto di riqualificazione della sua immagine in questo senso: performance col botto agli Oscar, un album con la stella del jazz Tony Bennett con tour mondiale annesso, duetti e comparsate con i mostri sacri della musica. E no, non si parla di pop, si parla di U2, Rolling Stones, Stevie Wonder. Gene Simmons, fondatore dei leggendari KISS, dichiarò qualche anno fa: “Lady Gaga mi piace, lei è la migliore. È venuta ai nostri concerti, quello che ha fatto con Tony Bennett dimostra che lei è al di sopra delle basi musicali e delle soubrettine da Las Vegas su pali, lei sa davvero cantare. Mi piacerebbe vederla sul palco con una vera rock band e fare un disco rock. Lei sa fare quello che Madonna non può: cantare“. Perfino Brian May dei Queen ha registrato un assolo per You & I, brano tratto da Born This Way, che ha performato insieme a Gaga (o meglio a Jo Calderone, suo alter-ego maschile) ai VMA 2011.

È indubbio che Gaga abbia un talento smisurato. Suona il piano e canta da quando aveva 4 anni, scrive come ormai è noto i testi delle sue canzoni da sempre. Ma non è questo il punto della questione: non c’è nulla di “artistico” o unico nell’avere una voce perfetta e nel possedere le abilità necessarie per cavalcare un pianoforte. Lady Gaga ha l’attitude, il beneficio dell’imprevisto e del non programmato e un’incontrollabile energia da mattatrice del palcoscenico, caratteristiche proprie di una realtà musicale ribelle e leggendaria ormai appartenenti ad un passato dimenticato.

La società mediatica di oggi, fondata sulla democratica libertà di parola e di pareri, tende spesso a ricondurre le popstars l’una all’altra, ad avvicinarle per osservarle meglio e a crocifiggerle qualora l’una somigli troppo all’altra o sia troppo figlia della genitrice primigenia, rappresentata incontestabilmente da Madonna. Ma qui il quesito non si pone semplicemente perché Lady Gaga non è una popstar: Lady Gaga è ciò che di più vicino noi millennials abbiamo ad una rockstar, in un frangente storico nel quale la mediocrità, la saturazione del capitalismo e la morte dell’arte regnano sovrani.

Mi rivolgo a voi, nati prima del buio: lasciateci vivere quest’ultimo momento di gloria in santa pace.

 

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