Monica, recensione. Ritratto di una donna trans* tra abbandono e accettazione

L'italiano Andrea Pallaoro dirige Trace Lysett e Patricia Clarkson in una storia di riscatto e perdono.

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Monica, recensione. Ritratto di una donna trans* tra abbandono e accettazione - MONICA di Andrea Pallaoro nella foto Trace Lysett - Gay.it
MONICA di Andrea Pallaoro – nella foto Trace Lysett

40enne di Trento che da oltre 20 anni vive negli Stati Uniti d’America, Andrea Pallaoro torna alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia con Monica, ritratto intimo di una donna chiamato ad esplorare i temi universali dell’abbandono e dell’accettazione, del riscatto e del perdono.

Monica è Trace Lysett, volto di Pose, Le ragazze di Wall Street e Transparent, donna trans* che torna a casa per la prima volta dopo anni. Cacciata da adolescente perché ‘diversa’, ritrova sua madre gravemente malata e il resto della sua famiglia, intraprendendo un percorso nel suo dolore e nelle sue paure, nei suoi bisogni e nei suoi desideri, fino a scoprire dentro di sé la forza per guarire le ferite del proprio passato.

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Trace Lysett, bellissima, sensuale, statuaria e formosa, è in ogni frame. Pallaoro le sta addosso, senza mai abbandonarla un attimo, cercando di addentrarsi nella sua intimità, nella sua identità. Film immersivo, dai lunghi silenzi e dall’inesistente tema musicale, Monica si compiace esageratamente in inquadrature ricercate, sofisticate, dai tagli mai scontati, con primi piani strettissimi e lunghe sequenze di quotidiana alienazione. Sappiamo poco del passato e del presente della protagonista, visibilmente insicura, tremendamente sola, con una storia d’amore naufragata e un rifiuto materno mai dimenticato né elaborato.

Riratto intimo e profondo, il film di Pallaoro si incunea nel mondo emotivo e psicologico della protagonista, con tempi allungati e quasi unicamente orientati ad una ricerca estetica che con il passare dei minuti straborda, eccede, riflettendo sul concetto di identità e su quanto sia precaria in ognuno di noi. Non solo Monica e il suo passato, ma anche il fratello in crisi con la moglie, il nipote ‘diverso’ dai compagni di scuola, la madre redenta con i ricordi pesantemente offuscati.

Monica è un film di specchi e riflessi, quasi a voler cogliere sfumature e ombre della sua indiscussa protagonista, con il meraviglioso ma tendenzialmente inespressivo volto di Lysett a riempire ogni angolo di schermo, ridotto ad un 4:3, quasi a voler proteggere una fragilità tanto esplicita, da parte di una donna tradita, abbandonata, ferita nel profondo, bisognosa d’amore.

Al fianco di Trace Lysett, che complessivamente fatica a gestire un personaggio tanto sfaccettato ed emotivamente scosso, troviamo una straordinaria Patricia Clarkson, mamma dal passato complicato, incapace di riconoscere quella figlia mai vista prima, perché accompagnata e abbandonata alla fermata di un autobus poco più che adolescente ancor prima che iniziasse la transizione. “Se perdo te”, canta Patty Pravo nell’unico momento in cui l’italiano entra sulla scena, con Monica incapace di restare sola, a cercare e a piangere una mamma a lungo perduta, come una bambina che ha paura.

5 anni dopo Hannah, presentato sempre in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e in grado di regalare a Charlotte Rampling una più che meritata Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, Pallaoro si concede il bis con un film quanto mai attuale, legato all’importanza dell’accettazione e dell’educazione nei confronti di qualsivoglia identità, virando su  una rappresentazione forzatamente indie made in USA, contraddittorio Paese di “uomini liberi e dimora dei coraggiosi”, come rimarcato in un’ultima inquadratura in cui la plasticità espressiva di Lysett raggiunge il suo culmine. Ma occhio alla giuria, che potrebbe trasformarla nella prima storica attrice trans* a far sua l’ambita Coppa Volpi.

Voto: 6,5

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