Perché ho aperto un caffè letterario LGBTQIA+ e femminista

In pieno centro a Torino: "Non siamo interessati ad arricchirci, ma a creare uno spazio in cui ci sentiamo rappresentati"

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È noto quanto sia difficile fare impresa in Italia. Qualche giorno fa abbiamo visto come sia ancora più difficile se l’azienda che vogliamo avviare abbia una vocazione apertamente rivolta alla comunità LGBTQIA+: nell’intervistaa Laura Venturini, Presidente di IGLBC, hub dell’imprenditoria queer, ci ha spiegato le iniziative possibili per fare rete tra imprese a vocazione LGBTQIA+.

Nel cuore della città di Torino – candidata ad Europride 2027 – c’è un luogo magico dove il profumo del caffè fluttua tra scaffali di libri. Quando ho varcato la soglia di Nora Book e Coffee, ho subito avvertito l’energia vibrante di un luogo di amore, passione e inclusione.

Abbiamo fatto una chiacchierata con la fondatrice di Nora, Denise Cappadonia, proprietaria, con un socio, dello spazio in via delle Orfane. Una donna intraprendente che ha dato vita a un caffè culturale femminista e LGBTQIA+, diventando un faro di comunità e un punto di riferimento per tutti coloro che cercano uno spazio accogliente e inclusivo.

In questa intervista, esploreremo l’ispirazione dietro la nascita di Nora, le sfide affrontate e il valore di creare una comunità in cui ogni individuo possa sentirsi a casa.

Leggi anche:Guida completa ai migliori locali gay a Torino 2023/2024

 

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Come è nata l’idea di aprire un caffè culturale femminista e LGBTQIA+? Qual è stata la tua ispirazione e cosa ti ha spinto a creare uno spazio inclusivo per queste comunità?

Nel 2016 abbiamo deciso di aprire Nora, dopo un lungo percorso che sembrava eterno ma si è concretizzato in modo rapido. Era come raggiungere la vetta di una montagna e poi rotolare giù come per uno scivolone sugli sci. Ora siamo qui, sono passati sei anni.

In passato, lavoravamo insieme nella grande distribuzione e abbiamo discusso a lungo su ciò che volevamo fare. Abbiamo riflettuto sui luoghi che sentivamo mancanti e su come avremmo voluto avere uno spazio adatto a noi. Quando abbiamo effettivamente concepito l’idea e l’abbiamo focalizzata, è stato un momento di illuminazione. Abbiamo passato più tempo ad immaginare questo luogo piuttosto che a realizzarlo.

Volevamo creare un posto che noi stess* non avevamo avuto da ragazzin*. Un luogo in cui tutte le persone potessero sentirsi a loro agio, senza essere limitate all’ambiente associativo delle associazioni delle quali entrambe facevamo parte. Queste associazioni avevano un’atmosfera molto condiscendente, in cui tutti presumevano che tutti sapessero di cosa si parlasse e cosa stesse accadendo. Sembrava che ci fosse un’idea comune, una strada condivisa, e tutti sembravano accontentarsi e auto-complimentarsi.

In pratica, non c’era un vero confronto con il mondo reale, era come vivere in una bolla. Mi sorprendo sempre quando ci rendiamo conto, ad esempio sui social media, che i post banali sulle nostre tematiche possono creare scandalo. Questo mi fa capire che a volte perdo il contatto con la realtà. Purtroppo, il mondo reale può essere crudele. Quindi, l’apertura del nostro bar ci ha permesso di entrare in contatto con molte soggettività e storie diverse al di fuori dei nostri ambienti. Ci sono questioni di genere all’interno, e avendo studiato studi di genere all’università, siamo consapevoli di quanto sia importante, ma mantenere un forte contatto con la realtà è fondamentale. Mi ricorda costantemente la sfida che abbiamo di fronte e ci permette di mettere in pratica l’attivismo quotidiano. Non è vero che abbiamo già ottenuto tutto, poiché molte persone al di fuori non sanno nemmeno che esistiamo.

Quindi, avere un bar ci permette di mantenere un contatto con il mondo reale e questa connessione è utile per rimanere ancorati al contesto e affrontare continuamente nuove sfide. Penso che sia importante rimanere consapevoli della realtà, che non è la bolla in cui viviamo. Il mondo può essere crudele, abbiamo ancora molto lavoro da fare. È una sfida continua, ma allo stesso tempo una fortuna perché mi sprona a fare di più.

 

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Hai affrontato sfide nel promuovere e sostenere la tua attività? Hai incontrato resistenze o pregiudizi? Come hai reagito e superato queste difficoltà?

Parlando di sfide, un grande traguardo per me è stato riuscire a superare le tensioni tra diverse organizzazioni e gruppi a Torino. Nella città c’è spesso conflitto tra organizzazioni più istituzionali, gruppi informali e gruppi con militanti come i No Tav o gli anarchici, che spesso hanno poca voglia di partecipare all’associazionismo istituzionalizzato.

Capisco queste dinamiche, ma quando le persone entrano qui dentro, diventano semplicemente individui che si confrontano tra di loro e scompare il conflitto. Questo è un aspetto positivo perché significa che non c’è più un’etichetta associata a loro. Qui dentro, le persone tornano ad essere solo persone e si confrontano tra di loro.

Un punto di incontro in cui ci sono tante persone stanche delle dispute inutili e che finalmente trovano un po’ di umanità. Non siamo l’unico punto di riferimento, ma siamo stati i primi per molto tempo, quindi la gente non aveva altri posti a cui rivolgersi. 

Hai partecipato al Salone del Libro? Quali eventi avete organizzato?

Sì, abbiamo partecipato al Salone del Libro e abbiamo organizzato eventi interessanti. Abbiamo invitato autori come Terry Peters, autrice di “The Transition Baby”, un libro che ha scatenato un importante dibattito sulla transizione di genere. Abbiamo anche presentato il libro “Transgender” di Susan Stryker, che restituisce importanza alle soggettività trans. Durante il Salone, abbiamo collaborato con il coordinamento Torino Pride per selezionare libri a tematica LGBTQ+ da presentare. E, naturalmente abbiamo protestato Roccella. 

Quale consiglio daresti ai giovani imprenditori che desiderano seguire una strada simile alla tua?

Il mio consiglio è di non farsi scoraggiare da coloro che dicono che non c’è bisogno di un luogo di incontro e confronto per le persone LGBTQ+. Costruire una comunità e interagire con persone simili è importante. Non si diventerà mai ricchi, ma l’importante è il valore emotivo che il proprio lavoro restituisce. Non siamo interessat* ad arricchirci, ma a creare uno spazio in cui ci sentiamo rappresentat*.

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